23 Giugno 2026
Immergersi per Klaus Dibiasi non è mai stato un atto di costrizione, bensì un dono del destino. L’Angelo Biondo ha onorato ed elevato il messaggio di suo padre, raccogliendo il testimone nei primi anni ’60, entrando così di diritto nella storia dello sport italiano.
Dieci metri: la distanza che separa un tuffatore da un giudizio benevolo o severo. Accade tutto in un batter d’occhio: 1,43 secondi di volo. Un tempo irrisorio che precede l’impatto con l’acqua. Un ingresso tanto violento quanto delicato, che si spegne sul fondo.
Se Karl Dibiasi non avesse eseguito questo gesto, ripetutamente, se non avesse tramandato in lungo e in largo la tradizione dei tuffi, attraversando le Alpi Retiche orientali, da Bolzano a Solbad Hall, adesso il suo secondogenito Klaus non avrebbe avuto la possibilità di conquistare 3 ori e 2 argenti ai Giochi olimpici, 2 ori e 2 argenti mondiali, 3 ori e 2 argenti europei – tanto per citarne alcuni -.
Il più grande tuffatore italiano di tutti i tempi ha concesso un’intervista esclusiva ai microfoni di Fuori dal Gioco.
“La mia famiglia è originaria di Bolzano, ma io sono nato in Austria, vicino a Innsbruck. Ho passato i primi cinque anni della mia vita proprio in una piscina – strano, no? – (sarcastico ndr). Mio padre, tuffatore, aveva partecipato alle Olimpiadi del ’36 a Berlino ed è proprio in quell’epoca che creò una scuola di tuffi, a Solbad Hall, poiché aveva trovato un impiego al comune come direttore della piscina. Niente di più bello per lui”.
“Successivamente la mia famiglia tornò a Bolzano. Fu l’inizio di tutto. Mio padre mise in piedi, con la Bolzano Nuoto, un’intera squadra di tuffi; persino lui continuava a tuffarsi. La cosa eccezionale è che lo fece fino all’età di 53 anni. Nel ’62, anno in cui si ritirò dai tuffi, gareggiò vincendo la medaglia di bronzo ai Campionati Italiani Assoluti di Roma; l’anno seguente, fui io a vincere il titolo italiano dalla piattaforma: il mio primo titolo italiano”.
“Ho trascorso una vita nel mondo dei tuffi: prima da atleta, poi da allenatore federale, tecnico, direttore tecnico, segretario dell’European Aquatics ecc. La pedana manca, certo. La mente è proiettata a quello. Mi sentirei in grado, se il fisico me lo permettesse, di fare qualsiasi tuffo. Ricominciare però sarebbe come passare da una Ferrari a una 500 (ride ndr)”.
“Durante i primi Giochi Olimpici, i tuffi che si eseguivano erano elementari. Nel corso degli anni, la disciplina si è sviluppata fino a raggiungere un livello di difficoltà elevatissimo. Manca solo che i tuffatori facciano il quintuplo e mezzo – anzi, qualcuno l’ha già provato -. Un caso interessante: nel 1951, per gioco, Joaquín Capilla tentò un quadruplo e mezzo avanti. Noi eseguivamo 11 tuffi, tra obbligatori e liberi, mentre ora si effettuano solo 6 tuffi per gli uomini e 5 per le donne, in tutte le gare. Sono cambiate tante cose anche sul piano fisico. Noi all’epoca eravamo autodidatti, eppure facevamo già una preparazione molto intensa”.
“Attualmente, il livello di preparazione è migliorato: i tuffatori sono costantemente seguiti da uno staff, dal fisioterapista al massaggiatore, fino allo psicologo. Ricordo benissimo un episodio legato alle Olimpiadi, quando i medici mi dissero: ‘Aspetta, ti facciamo un massaggio’. Risposi: ‘No, assolutamente, adesso non è il caso. Non ho mai fatto un massaggio’. Questo riassume il quadro della situazione del tempo. Abbiamo vissuto comunque anni stupendi”.
“Eravamo seguiti da un allenatore, il tedesco Horst Görlitz, uno dei migliori al mondo, che ‘portò’ la tecnica in Italia. Lavorando in una ditta aeronautica, conosceva a fondo la biomeccanica. Grazie a lui la mia generazione crebbe notevolmente, e anche io successivamente, da allenatore e tecnico federale, ho cercato di trasferire tutte le competenze maturate con Görlitz”.
“Ce n’erano tanti: Castellani, Santilli, Stella… ne cito uno in particolare, però: Piero Italiani. Lui, atleta non udente, ha cominciato a praticare i tuffi frequentando la piscina con una particolare determinazione. È riuscito ad arrivare alle Olimpiadi di Los Angeles, aggiudicandosi la 6ª posizione dal trampolino, in una finale in cui gareggiavano anche Greg Louganis e altri grandissimi della disciplina”.
“Mio padre è stato la mia guida, da sempre. Nonostante la presenza dell’allenatore federale tedesco, continuava a seguirmi. Ricordo che da piccolo, quando lui praticava la disciplina, salivo in cima alla piattaforma di 10 metri, mi mettevo sdraiato sul bordo e lo guardavo mentre si apprestava a eseguire il tuffo. Un giorno gli chiesi: ‘Papà, posso provarci anch’io?’. Lui mi sorrise e disse: ‘Certamente’. E lì è cominciato tutto”.
“Mio padre mi ha lasciato tanti insegnamenti. Nonostante avesse vissuto gli anni della guerra, con i problemi e difficoltà che ne comporta, riusciva ad essere buono d’animo e sereno. Il primo grande insegnamento che mi ha dato è stato l’onestà. Un valore importantissimo, che anche io ho sempre cercato di trasmettere agli altri”.
“Di quella storica esperienza mi è giunto qualche racconto, qualche fotografia. Arrivò 10° dalla piattaforma, insieme ad altri due italiani. Erano in tre: Ciccio Ferraris, Marianetti e lui. Mi raccontò di aver conosciuto altri tuffatori di tante nazioni differenti. L’ambiente dei tuffi non è come il nuoto o l’atletica. Noi tuffatori siamo pochi numericamente, e ci conosciamo un po’ tutti in tutto il mondo. Siamo amici, senza distinzione di razza e di nazione. Lo sport in questo insegna”.
“Uno è torinese, un altro è siciliano, l’altro è napoletano… l’Alto Adige (Südtirol) è italiano da parecchio tempo, non capisco le ragioni di queste polemiche. Purtroppo c’è sempre qualche giornalista che se ne esce con queste insinuazioni strane. Come superare il pregiudizio? È una questione complessa, perché ognuno ha le sue idee radicate. Lo vediamo in tutti i campi oggigiorno, e specialmente adesso con i social, dove ognuno scrive ciò che vuole”.
“Con Sinner penso di avere molte cose in comune. Io venivo da Bolzano e la voglia era la stessa: quella di fare risultato. Come me, Sinner è un ragazzo molto educato, molto perseverante. Purtroppo adesso ha dovuto fare i conti con difficoltà fisiche, ma io penso che sia umano. È chiaro che una persona sottoposta a forte stress, come lo sono tutti i tennisti ad alti livelli, prima o poi possa avere qualche problema”.
“Sì, specialmente nel 1970, durante il periodo militare, ho accusato un problema di sovrallenamento. E lì mi è venuta la famosa tendinite che mi ha poi condizionato a Montreal. Per un tuffatore anche solo un fastidio al dito può rappresentare un problema serio, figuriamoci una tendinite (che all’epoca era anche difficile da trattare). Per fortuna misi in scena la mia gara migliore, nonostante non mi fossi potuto allenare molto. Tuttavia, mi ero molto ben preparato nel corso dell’anno, quindi ridurre il volume degli allenamenti prima della gara penso abbia giocato a mio vantaggio”.
“Il dottor Saini, segretario del CONI all’epoca, aveva osservato attentamente la mia prestazione e quella di Cagnotto ai Giochi del Mediterraneo del ’63 e credette in noi, decidendo di portarci a Tokyo. Eravamo dei ‘pivelli’. Io avevo 16 anni, Giorgio pressappoco la stessa età, ed era la nostra prima grande gara. Ricordo ancora il viaggio in Boeing, con le soste a Karachi e Bombay prima di arrivare a Tokyo. Era tutto nuovo. All’interno del villaggio olimpico ci si spostava in bicicletta. La piscina era enorme! Appena arrivati rimanemmo sugli spalti almeno mezz’ora prima di scendere in acqua. La medaglia d’argento di Tokyo per me valeva come un oro: era la prima medaglia olimpica anche per l’Alto Adige”.
“L’intenzione era quella di vincere l’oro. C’erano i messicani, tra cui Álvaro Gaxiola, con il pubblico di casa dalla loro parte. Ci eravamo preparati molto bene: eravamo andati con l’allenatore federale e mio padre a un collegiale in Arizona, presso un allenatore americano che conoscevamo bene. A me fece molto bene perché crebbi progressivamente fino alla gara, mentre purtroppo Giorgio, che era già in forma dopo una settimana, soffrì l’attesa. Cagnotto aveva vinto la preolimpica dal trampolino 3 metri l’anno precedente, ma poi non riuscì a ripetersi. Per me, invece, si crearono le condizioni ideali e arrivò il primo oro olimpico. Il primo oro non si scorda mai”.
“Scenario più difficile, poiché bisognava ripetersi. Tutti i giornalisti e i giornali scrivevano: ‘Oro certo per Dibiasi’. Era abbastanza pressante. Nei tuffi basta un errore per essere tagliato fuori: è una disciplina molto delicata. Fino all’ultimo tuffo tutto può cambiare, quindi bisogna mantenere la massima concentrazione. Alla fine andò tutto bene. L’attentato del 5 settembre? È stato un bruttissimo evento. Ricordo che i palazzi del villaggio olimpico erano divisi tra uomini e donne”.
“Noi ci trovavamo nel palazzo degli atleti maschili e dal balcone si vedeva la palazzina di fronte, quella dove alloggiavano gli israeliani. All’epoca noi eravamo tranquilli, facevamo le nostre gare, non si sapeva ancora nulla. Poi, finita la gara, partimmo in macchina per tornare a Bolzano e apprendemmo quello che era successo la sera prima. Non abbiamo vissuto quella storia violenta, non ho nemmeno mai avuto modo di confrontarmi con gli atleti presenti in quei giorni di tensione. Le gare sospese, l’incertezza. Una situazione molto triste, ovviamente, per chi era lì e doveva ancora gareggiare. Poi il Comitato scelse giustamente di continuare, non dandola vinta ai terroristi”.
“Un altro oro da difendere, condizionato dalla tendinite. È stato molto difficile. Tra gli avversari c’era Greg Louganis, il più forte tuffatore al mondo all’epoca. Lui aveva 16 anni, mentre io ne avevo già 29. Ci fu una sorta di passaggio di testimone. Andammo avanti alternandoci tuffo dopo tuffo, per tutti i dieci tuffi previsti. Verso la fine lui sbagliò il triplo e mezzo avanti carpiato, che aveva un coefficiente di difficoltà maggiore. Io invece feci il triplo e mezzo in posizione raggruppata. Più semplice, ma che avevo sempre eseguito molto bene. Ultimo tuffo della gara olimpica: sapevo che se lo avessi fatto bene avrei conquistato l’oro. Riuscii a mantenere la calma, la freddezza, e vinsi. Quella fu l’unica medaglia d’argento di Louganis; in tutte le altre occasioni (future) ha sempre vinto l’oro”.
“Ho trovato recentemente un ranking mondiale dei migliori tuffatori di tutti i tempi: 1° Louganis, 2° io. Nella lista sono presenti circa trecento atleti. Sono contento di questo riconoscimento e che la gente continui ad apprezzarmi”.

“Giorgio era un altro Beatle, diciamo (ride ndr). Cagnotto ed io eravamo grandi amici; in gara ovviamente si lottava, però abbiamo condiviso tanto. Quanto alla sua presenza, lo diciamo spesso: è stato un fattore importantissimo avere un collega col quale misurarsi ogni volta. Eravamo antagonisti, ma in positivo. Ognuno cercava di imparare i tuffi più belli e più difficili da portare in gara per battere il nemico-amico. La mia forza? Oltre alla qualità tecnica dei tuffi e alla capacità di gestire la gara, era l’entrata in acqua. Io, alto e longilineo, avevo appreso da mio padre il corretto posizionamento delle mani”.
“A differenza di quasi tutti gli altri, la mia entrata produceva pochissimi schizzi. L’ingresso in acqua fa la differenza, anche oggigiorno. Il tuffo pulito genera inevitabilmente voti alti. Quello eseguito bene che però schizza molto al momento dell’ingresso in acqua non arriva ai 9 e ai 10. Io avevo questo piccolo vantaggio, specialmente dalla piattaforma, dove è più facile fare una buona entrata. In piattaforma si entra in acqua a una velocità superiore, intorno ai 50 km/h. Se butti un bastone in acqua da quella velocità, vedrai che non schizza. È tutta questione di tensione muscolare e di scioltezza articolare per garantire l’allineamento. Il tuffatore anche per questa ragione passa molto tempo in palestra, eseguendo esercizi di ginnastica, con l’ausilio del tappeto elastico e del trampolino a secco”.
“I tuffi che mi hanno dato più soddisfazione sono stati gli avvitamenti, che padroneggiavo bene. Uno su tutti, l’uno e mezzo avanti con tre avvitamenti. Addirittura oggi i tuffatori eseguono il doppio e mezzo con tre avvitamenti: questo per dire quanto sia cambiato tutto”.
“Quelli un po’ più delicati. Il più insidioso era il doppio e mezzo rovesciato dalla piattaforma dei 10 metri: si affrontava con una rincorsa di due passi, si spingeva con una gamba verso l’alto e si girava al contrario, all’indietro”.
“Al primo posto metterei l’avvitamento; al secondo il triplo e mezzo avanti raggruppato, che in tutte le gare mi è sempre riuscito molto bene – quello che mi ha regalato diversi 10 -. Una menzione la merita, inoltre, il primo tuffo che mi ha dato una vera soddisfazione, quello da cui è partito tutto: il salto mortale semplice, dal trampolino da 1 metro. È da quel momento che mio padre mi ha preso sotto la sua ala”.
“Verso una più alta difficoltà. Guardando le Olimpiadi o i Mondiali assistiamo a prestazioni di livello altissimo: dalla piattaforma escono quasi sempre 8, 9, qualche 10, anche per quanto concerne tuffi difficilissimi. Ricordo che durante un meeting a Bolzano, prima di Montreal, arrivò un atleta cinese, chiaramente lì per osservare. Mi chiese come posizionavo le mani in entrata. Glielo mostrai. I cinesi hanno copiato – o meglio, perfezionato – la mia tecnica, e poi tutti nel mondo hanno fatto lo stesso. Adesso l’entrata senza schizzi viene eseguita dal 90% dei tuffatori, con le mani in quella posizione. E così escono molti più 10 dai giudici. È visivamente spettacolare: il tuffatore gira, gira, gira, e poi sparisce in acqua”.
“È stato un piacere fondarla nel 1990. Abbiamo ottenuto prima la Stella di Bronzo del CONI, poi quella d’Argento e, in futuro, ci auguriamo quella d’Oro. Abbiamo tanti allenatori competenti e ragazzini molto bravi, è un gruppo molto coeso. È un grande onore e ci dà grandissime soddisfazioni. In questo progetto è fondamentale il ruolo di mia moglie, ex tuffatrice e mia allieva, che oggi allena i più piccoli con ottimi risultati”.
“Ho anche una figlia ‘tosta’ e molto sportiva che, dopo aver provato varie discipline, tra cui i tuffi, ha scelto una vita all’aria aperta in Portogallo lavorando in una scuola di surf: una bella vita. Restando in tema, la figlia di Cagnotto ha avuto un successo immenso, diventando la migliore di sempre a livello femminile grazie alle sue medaglie olimpiche. Ci siamo sentiti dopo le vittorie di Tania e continuiamo a farlo. La apprezzo molto: è un’atleta giusta, sia come persona che tecnicamente”.
“Parlo dello sport in generale: attraverso lo sport è più facile per un ragazzo trovare una direzione, perché io penso che ogni persona abbia delle caratteristiche particolari, per cui si è più adatti a praticare una determinata disciplina rispetto a un’altra. Una volta che si comincia – lo vedo anche con i nostri ragazzi – la passione non va via. Se si impara da piccoli si va molto più lontano, il talento si vede già a 7, 8, 9 anni. Però noi abbiamo sempre il piacere di insegnare a tutti allo stesso modo”.
Foto in evidenza: CONI
Foto presente nell’articolo: Elisa Dibiasi
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