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L’Italia non è un Paese per giovani?

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Calcio

L’Italia non è un Paese per giovani?

Dopo anni in cui il calcio italiano, soprattutto la nazionale maggiore, ha trovato divertente infierire sul cuore di noi tifosi, un effetto quasi terapeutico ci viene dato dalle divisioni giovanili. Ma come, direte voi, ci si lamenta dell’assenza di giovani e qui vengono esaltati? Avete ragione, ma ora ci arriviamo. Tra scivoloni mediatici, critiche dal tasso di retorica fuori scala e perfino proposte dal mondo politico, una soluzione (ma si chiede almeno un’analisi lucida della situazione) sembra come la luna nel pozzo. Si punta spesso il dito contro colpevoli facili da supporre ma lo si è in egual modo. Urliamo al potere ma lo perpetriamo noi stessi, un sintomo di un paese reale che vive una profonda crisi d’identità (calcistica).

Anni bui

Svezia e Macedonia del Nord. No, non sono due mete per un viaggio esotico di laurea. Due squadre dalla qualità rivedibile (la seconda poi!) che noi italiani ricordiamo purtroppo molto bene (chi scrive era allo stadio contro la Svezia). Se uno è troppo poco e due sono tante, come canta Tiziano Ferro, direi che a esclusioni dal mondiale siamo a posto così. Ma la terza volta sembra arrivare da dietro, il pensiero di un ennesimo playoff si annida e rimpolpa le casse di risonanza di una propaganda pronta con fiaccole e forconi in direzione di un mostro che trova nel neo CT Gattuso un parafulmine perfetto.

Negli anni i colpevoli, o presunti tali, sono stati defenestrati, Ventura prima e Mancini poi. A Spalletti il lauto compito di passare dall’uscita di servizio. Cambiano gli interpreti ma l’idea rimane: un’Italia spenta e stanca. Un archetipo dostoevskiano totale con una personalità interna frammentata e in costante lotta con sé stessa.

“Largo ai giovani!” (più o meno)

Pronti a sentire una frase talmente abusata che esce dai muri? ”I bambini non giocano a calcio per strada”. Quello che sta succedendo, e che ormai è prassi negli ultimi anni, è un cortocircuito infermabile che coinvolge il tifoso. Prima accusa chiedendo a gran voce riforme, pugno di ferro e teste, poi si lamenta lo stesso. Dire che la Spagna ha Yamal e noi non abbiamo nessuno è un giochetto di retorica anche fastidioso. Siamo noi a non essere pronti ai giovani. Lo capiamo soprattutto da quel clima torrido, infernale e dantesco che si respira alle prime inesattezze di giovani ragazzi ancora minorenni. Denunciare che i giovani vengono fatti marcire nelle serie minori non tiene conto di un’autocritica che forse sarebbe ora di fare. 

Certo è che chi detiene un qualche potere decisionale non è esente da colpe, si può investire di più e meglio. Sarebbe bastata l’audacia nel provare a rompere le catene ideologiche che ci portano ostinatamente a pensare che l’equazione “giocatore strutturato e maturato tatticamente” sia la scelta giusta. Non si può (o non si vuole) credere che in Italia abbiamo disimparato a giocare a calcio, soprattutto tecnicamente.

I giovani, una nuova speranza?

Nel 1977 il mondo scopre Star Wars e si rende conto di come in un momento così buio, in cui il cattivo di turno sembra primeggiare, basta una scintilla per rivoluzionare tutto. Certo, è un’opera di fantasia e va bene, ma rappresenta a pieno quello che oggi sono le divisione giovanili della nazionale italiana. Se la Nazionale maggiore vive nel lato oscuro della forza (nel senso che è ormai l’ombra di sé stessa come il cattivo del film), l’Under 21 fa da balsamo. Negli Europei di categoria, attualmente in corso, l’Italia del CT Nunziata vince (di misura) e convince dando spazio a tutti, guidando un gruppo di giocatori molto eterogeneo. Quel quid in più ha un nome un cognome: Luca Koleosho.

Il talento classe 2004, attualmente al Burnley, sembra un profeta in patria. Sia chiaro, nessuno intende sminuire i suoi compagni di squadra, tra cui i vari Baldanzi, Casadei ecc., ma sembra lo sgarro nella dieta di una nazionale in cui si fa fatica a trovare qualcuno che realmente sappia saltare l’uomo. Non a caso è stato, per una parte della stagione 2023/2024 il giocatore con più dribbling tentanti in Premier. Pane per un paese che sembra essersi dimenticato di cosa serve per vincere.

Cosa fare quindi?

L’Under 21 rappresenta quella che Proust definirebbe una madeleine calcistica: un frammento di presente che risveglia la memoria involontaria di ciò che il calcio italiano sapeva essere. Come il tempo perduto che non è mai veramente tale ma può essere recuperato attraverso l’arte della memoria, così questi giovani azzurrini ci dimostrano che il talento italiano non è scomparso ma attende di essere riconosciuto e valorizzato. Il percorso verso la rinascita calcistica richiede una virtù importante: la pazienza. Quella capacità di attendere che i ricordi sepolti riemergano attraverso nuove sensazioni. Solo attraverso questa archeologia del talento potremo trasformare l’Under 21 da nostalgia a profezia del futuro azzurro.

L’immagine viene dalla pagina della Nazionale.

Autore

  • Studio Editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Mi limito a scrivere di calcio, con sottile ironia, su Fuoridalgioco perché palla al piede sono un disastro. Se non esistesse il calcio passerei le giornate parlando di teorie e tecniche degli scacchi, ma in realtà lo faccio già. Piango ogni volta che vedo un video di Pato al Milan o parte Touch dei Daft Punk.

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