13 Giugno 2025
Il calcio mondiale è pronto a scrivere una nuova pagina con l’edizione “allargata” del Mondiale per Club 2025, al via il 15 giugno negli Stati Uniti. Un mese di partite, 32 squadre da ogni continente, un montepremi da un miliardo di dollari – di cui una quota massima di 125 milioni che andrà alla vincitrice – e l’obiettivo dichiarato della FIFA: trasformare il torneo mondiale per club in un fenomeno planetario, capace di rivaleggiare sia con le competizioni UEFA che con quelle per nazionali.
Dietro il linguaggio della crescita, dell’inclusività e dell’intrattenimento globale, si intravedono però le incrinature profonde di un progetto controverso: diritti televisivi gestiti in modo opaco, calendari insostenibili, proteste da parte dei calciatori e un pubblico sempre meno coinvolto.
Uno dei capitoli più delicati del nuovo Mondiale per Club è la gestione dei diritti televisivi, cuore pulsante dell’economia calcistica contemporanea. Nel dicembre 2024, la FIFA ha annunciato un accordo con DAZN, che trasmetterà gratuitamente tutte le partite del torneo. A prima vista, un’operazione “popolare” e accessibile, ma sotto la superficie emerge una rete di interessi molto più complessa.
Secondo il Financial Times, il Public Investment Fund saudita avrebbe acquistato meno del 5% di DAZN per una cifra vicina ai 2 miliardi di dollari, metà dei quali iniettati direttamente nella piattaforma. Pochi mesi dopo, DAZN ha acquisito i diritti mondiali del torneo per un miliardo. La stessa cifra è stata destinata dalla FIFA al montepremi.

Una coincidenza? Forse. Ma il sospetto è che ci sia ben più di un semplice accordo commerciale. L’operazione rientrerebbe infatti nella strategia di soft power saudita, che attraverso il calcio punta a rafforzare la propria influenza economica, culturale e diplomatica a livello globale. Dopo le sponsorizzazioni massicce, le acquisizioni di club europei e l’espansione della Saudi Pro League, ora il calcio è anche uno strumento per entrare nei media occidentali e controllarne parte della narrazione.
DAZN, presentata come piattaforma “neutrale”, si ritrova al centro di una triangolazione che solleva interrogativi: quanto potere decisionale ha realmente mantenuto? Quanto ha influito l’investimento saudita sulla sua assegnazione dei diritti? E soprattutto: chi sta davvero beneficiando della trasmissione gratuita?
Il nuovo Mondiale per Club arriva in un momento in cui il calcio mondiale soffre già di saturazione cronica. Le stagioni sono più lunghe, le competizioni aumentano, e il calendario globale è ormai un labirinto senza respiro.
La Champions League, da quest’anno, ha abbandonato la fase a gironi tradizionale per un formato con 36 squadre e un’unica “lega”, che genera più partite, più incroci, più stress. Nel frattempo, il prossimo Mondiale per nazionali (2026) vedrà 48 squadre coinvolte, con un aumento sensibile delle gare. Anche la Nations League si espande, mentre la FIFA introduce nuove finestre internazionali e tornei giovanili.
Tutto sembra costruito per massimizzare i ricavi, moltiplicando eventi e contenuti da vendere ai broadcaster. Ma a quale costo? I calciatori sono i primi a pagare il prezzo. Tempo fa Rodri, centrocampista del Manchester City, ha dichiarato apertamente: “Non si può andare avanti così”. Una dichiarazione profetica, visto che qualche mese dopo si infortuna gravemente al ginocchio. Sulla stessa lunghezza d’onda, Tchouaméni del Real Madrid ha parlato di “stagioni con 80 partite impossibili da sostenere”, mentre il suo compagno di squadra Jude Bellingham ha manifestato preoccupazione per la salute mentale dei giocatori.

Gli infortuni aumentano, le prestazioni calano, e i sindacati come FIFPRO denunciano da tempo il totale sbilanciamento del sistema. La risposta della FIFA? Parla di “coinvolgimento dei giocatori”, ma secondo le associazioni si tratta solo di consultazioni di facciata, senza alcun peso reale nelle decisioni.
A pochi giorni dal fischio d’inizio, il Mondiale per Club fa fatica anche fuori dal campo. Come ha rivelato Rivista Undici, migliaia di biglietti risultano ancora invenduti. I prezzi sono stati abbassati, sono state lanciate promozioni lampo, e in alcune città i tagliandi vengono regalati a vigili del fuoco o personale di servizio pur di riempire gli spalti.
Una contraddizione evidente: da un lato una narrazione “epica”, che sfrutta l’appeal di squadre come il Real Madrid, il Manchester City, il Bayern Monaco, il Psg, l’Inter, la Juventus e l’Inter Miami di Messi e Suarez. Dall’altro, stadi semivuoti e un pubblico che, semplicemente, non sente il richiamo. Neppure la presenza di campioni globali è bastata a generare attesa.
Il nuovo Mondiale per Club non è un’eccezione, ma il sintomo più visibile di una deriva strutturale del calcio moderno: si punta tutto sulla quantità, sulla replicazione, sull’inflazione dei contenuti.
Più partite = più soldi. Più eventi = più sponsor. Ma ciò che si perde, nel frattempo, è l’essenza stessa del calcio: la tensione emotiva, l’identificazione, la qualità.
Il pericolo non è solo un calo di appeal. È il collasso di un sistema che consuma i suoi protagonisti, disorienta i tifosi, e rischia di implodere sotto il peso delle proprie ambizioni. Il Mondiale per Club, nato per essere il futuro del calcio globale, potrebbe diventare il simbolo dei suoi limiti più profondi.
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