05 Settembre 2025
I giorni successivi alla chiusura del calciomercato estivo lasciano ampio spazio alle riflessioni. In attesa dei verdetti inappellabili che il campo rilascerà nel mesi a venire, le dinamiche di compravendita sviluppatesi sono un forte indizio relativo alle ambizioni e ai piani delle squadre. Alcune manovre, come quella del Napoli, il quale ha investito su un rafforzamento oculato della rosa, sono fisiologiche di un chiaro processo di crescita. Altre, invece, sono più nebulose. È il caso dell’Inter, che dai fasti della lotta su tre competizioni passando ai nefasti culminati con la finale di Champions del 1° giugno, ha strutturato una sessione di mercato che, almeno esternamente, potrebbe essere definita confusionaria e incoerente.
Le parole chiave in Viale della Liberazione sono due: sostenibilità e continuità. Da qui, la volontà di mantenere i big e i senatori. Da qui, anche, la scelta di Cristian Chivu come erede di Simone Inzaghi. Il suo profilo è stato ritenuto ideale al fine di non recidere nettamente le radici tattiche impiantate dal tecnico piacentino. La società intravede inoltre, nell’ex eroe del Triplete, il potenziale per far esprimere al meglio i giovani in rosa. Non a caso l’Inter rileva, al termine di una lunga trattativa, Yoan Bonny dal Parma. E decide di trattenere Pio Esposito dopo la straripante stagione allo Spezia. I due sostituiscono idealmente le fallimentari esperienze di Marko Arnautovic e Joaquin Correa, contribuendo ad abbassare età media e monte ingaggi. Le operazioni di Petar Sucic e di Luis Henrique, come sostituto di Dumfries, completano il quadro. È stato registrato un rinforzo innegabile delle seconde linee, fondamentale se si considera il mancato apporto dalla panchina manifestatosi lo scorso anno, il quale ha complicato non poco il cammino dei nerazzurri nelle fasi clou di Aprile-Maggio. Finora strategia condivisibile.
Veniamo alle note dolenti. Se la panchina gode di nuova linfa, stesso discorso non vale per l’undici titolare. È vero che l’Inter, a differenza di altre squadre, non aveva necessità diretta di intervenire massicciamente sui giocatori primari. Tuttavia, è altrettanto vero che delle soluzioni, in alcune aree del campo, erano auspicabili e necessarie. I vicecampioni d’Europa, nelle passate stagioni, al netto del bel gioco e dei risultati, spiccavano per un pessimo record. Il minor numero di dribbling eseguiti. Trend che si è confermato nelle prime due giornate di Serie A. La sconfitta con l’Udinese, nello specifico, ha confermato una ulteriore debolezza degli uomini di Chivu: l’incapacità di imporsi contro avversari fisici e che sanno chiudersi bene. Questo perché manca un dribbatore, un calciatore che garantisca imprevedibilità, guizzi e superiorità numerica, liberando i compagni dal fardello di lanciare palloni della speranza in area o di impantanarsi in possessi sterili e inefficaci. Ademola Lookman poteva soddisfare queste caratteristiche.

La trattativa tra il club milanese e quello bergamasco ha tenuto banco per un mese, con la volontà netta del nigeriano di cambiare aria. L’intesa economica, alla fine non è stata trovata. Sembra per pochi milioni di scarto. Il che è già di per sé discutibile considerando il blasone dell’Inter e gli incassi ottenuti nella passata annata. Ma il danno non arriva mai senza la beffa. L’Inter, infatti, cede all’Atalanta, in una trattativa parallela e scissa dall’affare Lookman, il cartellino di Nicola Zalewski per 17 milioni. Sul piano economico ottima plusvalenza, certo. Sul piano sportivo il polacco era l’unico riferimento in grado di saltare l’uomo, garantendo una certa duttilità. Quindi non solo l’Inter non sopperisce a una mancanza, ma contribuisce ad accentuarla. Una disasterclass a tutti gli effetti. Anche perché non sono più stati sondati identikit similari.
Decorsa la febbre per il fenomeno nigeriano, i sogni di una notte di mezz’estate nerazzurra si sono fugacemente concentrati su un altro elemento che rispondeva a un bisogno preciso: la solidità in mezzo al campo. Parliamo di Manu Konè. Ma, come per Lookman, anche in questo caso non se n’è fatto nulla. La Roma ha chiuso le porte. E l’Inter, qualche giorno dopo, ha tesserato Andy Diouf, in arrivo dal Lens. Un centrocampista del tipo ricercato, sebbene, al momento, con doti decisamente inferiori rispetto a quelle di Konè. Insomma, l’ennesimo ridimensionamento, con l’auspicio che possa essere stato trovato un giovane di talento in grado di esplodere.
Nel pre-gara di Inter-Udinese, il presidente Giuseppe Marotta, ribadisce la completezza della squadra. Siamo al 31 di agosto. Penultimo giorno di calciomercato. Dettaglio fondamentale. Sul tema della difesa esclama: “non è facile trovare giocatori più forti dei disponibili in difesa. Anagraficamente sono datati ma il reparto difensivo è garanzia di efficienza e solidità”. La qualità di Acerbi e de Vrij non è certo in discussione. Tuttavia, l’età che avanza, e perciò l’esposizione a maggiori infortuni e a minore continuità, aveva lasciato presagire la possibilità di nuovi inserimenti nel reparto. Per due mesi, invece, la difesa non viene toccata. Né in entrata, né in uscita. Inter – Udinese, 31 agosto, dicevamo. I nerazzurri crollano in casa e proprio dalle retrovie si intravedono scricchiolii preoccupanti. Il gioco di Chivu richiede una forte predisposizione alla verticalità. La linea difensiva tende a stare alta. Sistema che penalizza un giocatore come Acerbi, il quale difatti ha sofferto le scorribande dei friulani in contropiede. Lo stesso Bisseck ha mostrato alcuni sbandamenti. Il gol di Atta nasce da una sua lettura errata. Non una novità per il francese.
Nuova alba. Ultime ventiquattro ore di calciomercato. L’Inter esce a sorpresa. Benjamin Pavard va al Marsiglia, in prestito. Manuel Akanji sbarca a Milano, anch’egli con la formula del prestito, dal Manchester City. Lo svizzero è un difensore di altissimo livello. Ma si fatica a comprendere il senso di questa doppia operazione. Non scopriamo oggi che Bisseck offra poche sicurezze da braccetto. Qualcuno obietterà che Akanji possa ricoprire anche quel ruolo, ed è indubbio. Resta il fatto che un giocatore del suo indirizzo tecnico sarebbe preferibile giocasse come centrale in pianta stabile, favorendo la risalita del gioco e una maggiore compattezza. Insomma, logica vuole che all’arrivo di Akanji non fosse corrisposta la partenza di Pavard. Ma se quest’ultima era imprescindibile, perché non provvedere prima? Perché delegare una trattativa così delicata, per un reparto in emergenza, alle ultime ore di calciomercato? Con risultati di dubbia riuscita, per giunta.

Veniamo dunque all’ultimo aspetto di questa analisi. L’importanza di saper piazzare i propri tesserati. Fare cassa è vitale nel calcio italiano odierno, date le difficoltà economiche nelle quali è immerso. Al netto degli introiti di merito, estremamente variabili in quanto legati alle prestazioni sportive, i ricavi derivati dalle cessioni sono uno strumento diretto attraverso il quale contribuire a finanziare gli acquisti. Ebbene, nell’Inter da anni si evidenzia ormai una difficoltà nel riuscire a trovare un rapporto congruo tra collocazione dei calciatori in uscita e incasso. In questa sessione è accaduto, ad esempio, con Kristjan Asllani. L’albanese ha categoricamente rifiutato il trasferimento all’estero. L’Inter aveva ricevuto un’offerta da 15 milioni dal Betis Siviglia, ma non se ne è fatto nulla. E, alla fine, il centrocampista è finito al Torino, in prestito, con la seria probabilità che a giugno 2026 torni a Milano. Anche Pavard, come accennato in precedenza, è stato ceduto solo in prestito. Mehdi Taremi è stato, invece, faticosamente venduto all’Olympiakos per appena 2 milioni. Se guardiamo alle altre squadre, notiamo una migliore capacità di ottenere profitto dalle proprie uscite, non per forza eccellenti. Il Milan è stata in grado di cedere Noah Okafor al Leeds per 19 milioni. Cifra che, commisurata al rendimento, forse non lascia dispiaciuti i rossoneri. Nel calderone delle cessioni coesistono, poi, valutazioni opinabili. L’Inter cede definitivamente Buchanan al Villarreal per 9 milioni. Acquista Luis Henrique per 25. Siamo così certi che il canadese non meritasse una chance?
In conclusione, l’estate nerazzurra porta con sé diverse perplessità, racchiudibili in tre punti:
Visto quanto incassato in premi sportivi dalla passata stagione, ci si aspettava altro da una squadra di caratura internazionale. In linea generale, è un mercato che non raggiunge la sufficienza. Questo non annulla ciò che l’Inter è e continua ad essere. Una squadra molto forte, con delle individualità molto forti, oltreché una candidata alla vittoria dello Scudetto. C’era la possibilità di potenziarsi. E si è scelto di non perseguirla. Probabilmente, è uno dei costi da pagare di quella parte di calcio in mano ai fondi, che totalizza la questione aziendalistica della società sportiva. Ma questa è un’altra, lunga, storia da raccontare.
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