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E alla fine arriva Cherki

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Calcio, Campionati esteri

E alla fine arriva Cherki

«Ci sono momenti in cui vorrei urlargli contro e altri in cui vorrei baciarlo». In questa frase c’è tutto il rapporto tra Pep Guardiola e Rayan Cherki: tensione creativa, fascinazione e conflitto. Genio e sregolatezza contro ordine e razionalità. Un cortocircuito che, invece di esplodere, sta producendo una delle mutazioni più interessanti della carriera di Pep.

Guardiola e il controllo

Guardiola è il maestro della messa a punto. Ha preso talenti purissimi e li ha rifiniti fino a renderli funzionali a un’idea collettiva che ha sempre avuto la precedenza sull’istinto individuale. Il caso più emblematico è Jack Grealish: 100 milioni di sterline, fantasia anarchica, dribbling come linguaggio madre. Al City è diventato altro. Meno rischi, meno uno contro uno, più disciplina posizionale. Nella sua prima stagione, i dribbling sono calati drasticamente, mentre aumentava la sua affidabilità sistemica. Grealish non è stato spento, ma incanalato. Educato.

Danilo raccontò Guardiola come un’esperienza universitaria, un “lavaggio del cervello” positivo. Perché Pep non allena solo il corpo: ristruttura il pensiero del calciatore. Gli insegna cosa vedere prima ancora che cosa fare.

Ecco l’eccezione

E poi arriva Rayan Cherki. Ventidue anni, talento precoce, personalità ingombrante. Un giocatore che, per storia e carattere, sembrava l’opposto del prototipo “guardioliano”. Sei allenatori diversi a Lione, rapporti difficili, etichetta di talento ingestibile. Uno di quelli che Guardiola, in passato, ha spesso respinto o logorato: da Eto’o a Ibrahimović, fino a Cancelo.

Per questo il suo acquisto è sembrato un azzardo. E invece si è rivelato una rivelazione.

La vera novità, però, non è Cherki. È Guardiola.

Per la prima volta, Pep non sembra ossessionato dal rimodellare il giocatore. Al contrario, sta rimodellando il suo City per creare uno spazio in cui Cherki possa esistere senza essere normalizzato. È una scelta quasi filosofica: accettare che non tutto ciò che è caotico debba essere ordinato, che non ogni talento debba essere addomesticato per essere utile.

L’istinto che cambia il City

Cherki gioca d’istinto. Riceve tra le linee e non aspetta. Basti guardare 10 minuti di una partita del City per notarlo, per notare in lui quella magia che cattura subito l’attenzione. Non rallenta per “riordinare” il possesso. Decide. In una frazione di secondo. Passaggi verticali, giocate improvvise, movimenti che rompono il tempo del City. È ambidestro, imprevedibile, a tratti infantile nel senso più puro del termine: gioca come se fosse ancora in cortile.

Ed è proprio questo che ha cambiato il City. Con Cherki, la squadra di Guardiola attacca prima, transita di più, accetta il rischio. I numeri lo confermano: in questa stagione il numero di contropiede è superiore alla somma di quelli effettuati nelle due stagioni precedenti. 

Gary Neville ha spesso criticato il calcio moderno per la perdita di libertà e individualità. Cherki incarna esattamente ciò che, secondo Neville, si sta estinguendo. E Guardiola, invece di soffocarlo, lo protegge. Lo incornicia.

Dal punto di vista psicologico, è una scelta radicale. Pep non sta cercando di cambiare la personalità di Cherki, ma di darle un contesto sicuro. Non gli chiede di pensare meno a se stesso, ma di pensare meglio nei momenti chiave. La libertà resta, ma viene preceduta da una struttura che la rende efficace.

Modellare la fantasia

Contro i blocchi bassi delle squadre che City deve affrontare quasi ogni partita Cherki è diventato l’elemento destabilizzante. Dove prima c’era pazienza esasperata, ora c’è improvvisazione. Dove prima il giocatore si fermava, Cherki accelera. Dove prima si cercava il controllo totale, ora si accetta l’imprevedibilità come arma.

«Devo permettergli di esprimere il suo incredibile talento», ha ammesso Guardiola. Una frase che suona quasi come una resa. O forse come una maturazione.

Pep non rinnega se stesso. Vuole ancora insegnare la semplicità, come dimostra il commento sulla rabona contro il Sunderland: “Messi non ne aveva bisogno, perché la sua grandezza era fare le cose semplici alla perfezione.” È lì che Guardiola vuole portare Cherki. Non togliendogli la fantasia, ma insegnandogli quando usarla.

Adattare il sistema all’uomo

Il paradosso è questo: il sistema di Guardiola, per la prima volta, non limita un talento per funzionare. Si piega, leggermente, per esaltarlo. Non è anarchia, ma convivenza. Non è rinuncia al controllo, ma accettazione del fatto che il controllo assoluto, a volte, uccide ciò che rende il calcio vivo.

Con Cherki, Guardiola ha scelto di non spegnere la scintilla. Ha deciso di costruire attorno al fuoco, invece che tentare di domarlo. Ed è forse la rivoluzione più silenziosa – e più umana – della sua carriera.

Autore

  • Sono una calciatrice di Serie C e una laureata in Psicologia. Da oltre un anno scrivo per Fuoridalgioco e da qualche mese sono referente della sezione Calcio. Il calcio stesso è la mia più grande passione e attraverso la scrittura cerco di unirlo ai miei studi, approfondendo il lato mentale ed emotivo, oltre quello tecnico-tattico.

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