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Serbia e Montenegro 2006, separati in casa al Mondiale

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Serbia e Montenegro 2006, separati in casa al Mondiale

A pochi giorni dall’inizio della kermesse iridata in Germania, un Paese che dovrebbe prendervi parte non esiste più. La breve storia della Nazionale di calcio di Serbia e Montenegro finisce in Germania sotto i colpi di Robben, Messi, Tevez e Drogba.

Nel Mondiale che si appresta a cominciare in Nord e Centro America ne vedremo di ogni. Paesi in guerra, micro-stati appartenenti formalmente alla Corona dei Paesi Bassi e Nazionali africane in cui quasi tutti i calciatori sono nati in Francia (per non parlare di chi potremmo non vedere a causa dell’ebola).

Ma vi ricordate l’estate del 2006? Se avete avuto la forza di volontà per arrivare ad aprire questa pagina web, probabilmente sì. Sfido qualsiasi persona mia coetanea o più giovane a fare tre (letteralmente tre) tap sul telefono per passare da un carosello di Instagram al corrispondente articolo sul blog. Decisamente inverosimile nell’epoca della comunicazione immediata e del doomscrolling.

Ebbene, proprio il 5 giugno 2006 la Serbia riconosceva l’indipendenza del Montenegro. Esatto, quel Paese che voi che avete aperto l’articolo conoscete grazie a Vucinić e Jovetić, mentre quelli che non lo hanno aperto grazie a Krstović. E già che siete sati così bravi da aprirlo, vi faccio pure uno spoiler. Indovinate? Sì, serbi e montenegrini giocheranno quell’ultimo Mondiale a noi tanto caro sotto la stessa bandiera, prima di diventare due nazioni a sé stanti. Si può dunque concludere che l’Italia non accede almeno agli ottavi di finale di un Mondiale da quando un pezzo di Jugoslavia era ancora in vita.

Mirko Vucinić e Stevan Jovetić durante una partita della Nazionale montenegrina (Fonte. Vijesti)

L’indipendenza del Montenegro

Non vi scaldate. Il cammino del Montenegro verso l’indipendenza, a differenza delle altre ex repubbliche jugoslave come Croazia o Bosnia, si è svolto in modo completamente pacifico. Nel 1992, mentre la vecchia federazione si lacerava nel sangue, il Montenegro decide tramite referendum di rimanere legato alla Serbia. Insieme, danno vita alla Repubblica Federale di Jugoslavia.

Ma sul finire degli anni ’90, il Il leader montenegrino Milo Đukanović rompe politicamente con Slobodan Milošević. Il Montenegro inizia a prendere le distanze dalle guerre di Belgrado. Introduce prima il marco tedesco e poi l’euro (pur senza far parte dell’Unione Europea), e avvia una politica fortemente filo-occidentale. Per evitare nuove tensioni, nel 2003 l’Unione Europea (nella persona dell’allora Alto Rappresentante per la politica estera Javier Solana) media la nascita di una fragile confederazione, chiamata Serbia e Montenegro. Non solo, perché secondo l’accordo, dopo tre anni il Montenegro avrà il diritto di indire un referendum per l’indipendenza (21 maggio 2006). Ma l’Unione Europea, per garantire la stabilità del risultato, inserisce la clausola per cui questa verrà ottenuta con almeno il 55% dei voti a favore. A fronte di un’affluenza record dell’86%, il “Sì” ottiene il 55,5%. A volte basta mettere il musino davanti.

Serbia e Montenegro: il divorzio calcistico

Il Parlamento montenegrino indice la consultazione il 1° marzo 2006. Sono passati sei mesi dalla qualificazione della Nazionale di Serbia e Montenegro ai Mondiali in Germania. Ottenuta, tra l’altro, grazie a una vittoria per 1-0 al Marakana di Belgrado contro la Bosnia, il 12 ottobre 2005. Ma la separazione è già nell’aria e il calcio è il semplice riflesso di quanto sta succedendo a livello politico.

Nel 2004, l’ex leggenda del Milan (nonché già allenatore del Montenegro) Dejan Savićević diviene (ed è tutt’ora) presidente della FSCG (la sotto-federazione calcistica del Paese). Savićević è un dichiaratissimo sostenitore del leader indipendentista Milo Đukanović. Sotto la sua guida, la FCSG inizia a comportarsi come se fosse già la federcalcio di uno Stato sovrano. Podgorica sostiene che Belgrado trattenga la maggior parte dei ricavi da diritti tv e sponsor per i club serbi, lasciando le briciole a quelli montenegrini. La collaborazione economica tra le due federazioni calcistiche viene sempre meno.

Questo campionato non s’ha da fare

Inoltre, Savićević inizia a tessere contatti informali con la UEFA anni prima del 2006, preparando il terreno per il riconoscimento immediato del Montenegro non appena la politica avesse fatto il suo corso. A ridosso della consultazione, si sbilancia totalmente. Dichiara di essere disposto a dimettersi, in caso di continuazione di un campionato congiunto tra i due Paesi. Afferma anche che su 50 partite, 20 o 30 sarebbero truccate, senza però voler fare nomi. Ancora troppo fresco è il ricordo dell’omicidio, avvenuto due anni prima, di Branko Bulatović (di origini montenegrine), presidente della federcalcio serbo-montenegrina freddato con due colpi di pistola a Belgrado. Un delitto tutt’oggi irrisolto. Tra le ipotesi, gli interessi economici legati al trasferimento di giocatori all’estero, ma anche il contrasto ad alcune pratiche di combine. Lo stesso Savicevic, tuttavia, sosterrà che la sua morte non avesse niente a che fare con il calcio.

Serbia e Montenegro
Dejan Savicević, da oltre un ventennio presidente della federcalcio montenegrina (Fonte: Uefa)

La qualificazione ai Mondiali di Serbia e Montenegro

La Nazionale di Serbia e Montenegro, tra il 2004 e il 2005, conduce un formidabile percorso di qualificazione ai Mondiali di Germania 2006. 22 punti in 10 partite, primo posto, zero sconfitte e Paesi del calibro di Spagna e Belgio lasciati alle spalle. Quella squadra, allenata da Ilja Petković, si fonda principalmente su tre pilastri: Nemanja Vidić, Dejan Stankovic e Mateja Kezman, attaccante che aveva segnato caterve di gol in patria e in Olanda (con le maglie di Partizan Belgrado e Psv), ma reduce da esperienze fallimentari al Chelsea di José Mourinho e a Madrid, sponda Atlético. Sarà lui a segnare il gol decisivo contro la Bosnia che metterà in cassaforte la qualificazione, concludendo il girone con 5 gol.

Proprio quella partita era ad altissimo rischio per via delle tensioni legate alla guerra degli anni ’90. Gli ultras serbi allo stadio Marakana di Belgrado accolgono i tifosi bosniaci con lanci di bottiglie nel settore ospiti e cori inneggianti al generale Ratko Mladić e al massacro di Srebrenica. Sugli spalti compare lo striscione “Nož, žica, Srebrenica” (“Coltello, filo spinato, Srebrenica”) L’inno dei padroni casa, Hej Slaveni, residuo della fu Jugoslavia, viene fischiato sonoramente (i serbi preferiscono il più vecchio Bože pravde, adottato nel 2004 ma non ancora a livello federale). Entrambe le federazioni vengono multate. In quel contesto, la vittoria viene celebrata come vittoria della Serbia, oscurando la componente montenegrina.

In Montenegro, al contrario, quella serata viene vissuta con una punta di imbarazzo. Come se non fosse un successo della loro Nazionale, ma semplicemente la festa del nazionalismo serbo a Belgrado. Dopo l’assassinio di Bulatovic, questo episodio accelera nella mente dei cittadini montenegrini la convinzione che la secessione sia l’unica via per ripulire la propria immagine internazionale.

Serbia e Montenegro
Scontri tra tifosi e polizia durante Serbia-Bosnia del 12 ottobre 2005

Il caso Vučinić-Petkovic

Alla vigilia del Mondiale (oltre che del referendum), una tegola colpisce la Nazionale. Nel maggio 2006, l’Under 21 di Serbia e Montenegro sta giocando l’Europeo di categoria in Portogallo. Nella prima partita Mirko Vucinić, in forza al Lecce, si infortuna gravemente al ginocchio. Deve dire addio al torneo, nonché ai successivi Mondiali in Germania. Un’occasione, tra l’altro, che non gli ricapiterà mai più.

Petković, naturalmente, cerca un sostituto. E guarda caso lo trova nel figlio Dusan, che però di ruolo fa il difensore centrale, non ha disputato nemmeno una partita del girone di qualificazione ed ha un curriculum piuttosto modesto. Le accuse di nepotismo da parte di media e opinione pubblica alla fine convincono Petkovic junior a rinunciare alla convocazione. Tuttavia, proprio a causa della natura involontaria della rinuncia, suo padre non può sostituirlo e Serbia e Montenegro rimarrà l’unica rosa della kermesse del 2006 a poter contare su 22 anziché 23 giocatori.

Serbia e Montenegro
Dusan Petković durante il ritoro della Nazionale insieme ai compagni di squadra Stanković e Milosević

Un esito amaro

Alla fine, la nazionale di Serbia e Montenegro ai Mondiali in Germania sarà composta da soli serbi (anche se non tutti nati in Serbia). In realtà un montenegrino di nascita c’era: il portiere Dragoslav Jevrić, che però continuerà a giocare con la selezione di Belgrado anche dopo la separazione del Montenegro. Senza contare Ongnjen Koroman, nato in Bosnia ma cresciuto calcisticamente in Montenegro.

A livello sportivo, nessuna favola verrà scritta. A partire dall’inno nazionale, che rimane l’ormai obsoleto Hej Slaveni, suonato (e fischiato) per l’ultima volta su un campo di gioco in terra tedesca. La squadra di Petković perderà tutte e tre le partite del girone contro Olanda, Argentina (con un sonoro 6-0) e l’esordiente Costa d’Avorio di Drogba, Kalou e compagni (a proposito, rimanete sintonizzati sul nostro podcast Confini di Gioco la prossima settimana…).

La nazionale serbo-montenegrina alla partita d’esordio dei Mondiali 2006 in Germania contro l’Olanda, persa per 1-0

Le rivelazioni di Petković jr.

Insomma, la “straordinaria armonia di gruppo” di cui parlava il ct pochi mesi prima, all’indomani della qualificazione, non trova riscontro nelle prestazioni in Germania. Anzi. Vi lascio con queste dichiarazioni rilasciate diversi anni dopo da, Dusan Petković, il figlio dell’allenatore che descrivono quale atmosfera si respirasse durante il ritiro della nazionale in Austria, poco prima dell’inizio del Mondiale. E non hanno nulla a che vedere con la geopolitica.

“Alcuni discutevano come zingari sui premi per i quarti di finale e le semifinali. Erano milionari e pretendevano garanzie bancarie per i pagamenti. Ora immaginate me, che sapevo che avremmo vissuto un disastro. Perché nessuno è tornato a Belgrado dopo i Mondiali?“.

“Ci allenavamo come se dovessimo giocare contro una squadra veterana della Super League serba. Ogni volta che arrivava una sessione di allenamento più dura, le “stelle” si lamentavano e dicevano: “Fermatevi, prendetevela comoda”. Io andavo in camera e guardavo in TV gli allenamenti dei tedeschi e dei francesi. Loro correvano, andavano in bicicletta, si lanciavano con il paracadute, e noi eravamo in spiaggia, come se fossimo turisti.

“Sapevo che stavano preparando il terreno per farmi passare per il principale responsabile della mia convocazione. Ho deciso di lasciare la nazionale dopo quattro o cinque giorni, aspettavo solo il momento giusto per dimostrare a tutti che sono molto meglio della stragrande maggioranza. Così da poterli mettere a tacere e andarmene”.

Autore

  • Romano, 26 anni, in teoria giornalista professionista. Mi piace vivere il calcio dagli spalti, girare stadi e sfruttare l'occasione per conoscere città, Paesi e popoli. Di calcio non capisco nulla eh, preferisco parlare di quello che ci sta attorno...calcio e politica il mio binomio preferito dopo gin e tonic. In Fuori Dal Gioco sono referente per la rubrica “Calcio e politica”.

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