19 Giugno 2026
Maxwell di certo non ha bisogno di presentazioni. Stiamo parlando di uno dei calciatori più vincenti della storia del calcio. Maxwell Scherrer Cabelino Andrade è infatti arrivato in Europa nel 2001 dalle giovanili del Cruzeiro e ha conquistato tutto a livello di club, alzando trofei ovunque: Olanda, Italia, Spagna e Francia.
Eppure quando si parla dei migliori terzini del nuovo millennio non viene mai preso in considerazione. Tutto quello che gli ha permesso di diventare grande è come se gli avesse tarpato le ali. La sua “normalità” lo ha portato a vincere tutto, ma lo ha anche reso uno dei calciatori più sottovalutati di sempre.
Oscurato dai vari Marcelo, Dani Alves, Cafu e Roberto Carlos ci si dimentica troppo spesso di inserirlo nell’élite dei terzini del calcio, anche se la sua carriera gli riserva di diritto un posto al tavolo dei grandi.
L’ex terzino sinistro di Ajax, Inter, Barcellona e Psg nato a Cachoeiro de Itapemirim, nel sud del Brasile, il 27 agosto 1981, non incarna per niente lo stereotipo del calciatore verdeoro. E’ il calciatore brasiliano meno brasiliano di tutti. Le sue giocate sono infatti sobrie, senza eccessi ed estremamente funzionali per i suoi 10 compagni in campo.
Dimentichiamoci la samba sul pallone, il joga bonito e look stravaganti. Nato e cresciuto in una situazione familiare agiata, rimane lontano dal mondo delle favelas. In campo non porta riscatto sociale, ma serietà e duro lavoro, oltre tanto, tantissimo talento.Il suo cognome è Scherrer, di origine germanica. Sarà forse questa parte del suo DNA ad avergli donato un’innata disciplina e senso del duro lavoro. E’ stato il soldatino perfetto, simbolo di atletismo e disciplina. Molto più vicino per stile di gioco ai laterali europei che ai suoi connazionali non è mai stato solo un gregario, ma sempre protagonista nei club in cui ha militato.
La realtà è che Maxwell è stato talento puro, fortissimo in tutto, ma finito quasi nel dimenticatoio semplicemente per la sua normalità.


L’unico punto di non ritorno della sua straordinaria carriera risale alla stagione 2008/2009, l’ultima con la maglia dell’Inter. Il rapporto con Josè Mourinho si incrina quando a sinistra il tecnico portoghese gli preferisce un giovanissimo Davide Santon.
Le polemiche in realtà sono alimentate dal procuratore del brasiliano Mino Raiola, che battibecca con lo Special One nella primavera del 2009.
“Non conosco il procuratore. Non commento le sue parole. Un procuratore è un procuratore, io non parlo con il procuratore di Maxwell, parlo con Maxwell“
Tutto si può riassumere con questa dichiarazione di Mourinho ciò che è accaduto verso il finale di quella stagione, la più complicata della sua carriera. In estate infatti Maxwell lascia l’Italia per andare al Barcellona, dove continuerà ad alzare trofei.
Tuttavia l’ex Inter non ha mai nascosto l’importanza che ha avuto Mourinho per la sua crescita e ha speso parole al miele per lo Special One:
“Parla molto con i giocatori. Il mio rapporto con lui? Mi ha segnato perché mi ha fatto crescere molto, essendo arrivato giovane all’Inter. Mi ha segnato soprattutto per il lavoro sul piano emotivo che faceva coi calciatori, cercando sempre di tirar fuori qualcosa da loro. Il modo in cui parla e agisce con un giocatore è impressionante: rafforza il carattere del giocatore”.
Maxwell lo ha dichiarato in un’intervista nel 2018 a ESPN in occasione del Derby di Manchester tra lo United di Mou e il City di Guardiola, in cui gli era stato chiesto un confronto tra i due allenatori.
Anche parlando di una fase negativa della sua carriera Maxwell ha analizzato con enorme lucidità e diplomazia ciò che ha vissuto, cercando di trasmettere e raccontare ciò che lo ha aiutato a crescere come professionista e come uomo.
Chi se non lui? Ibra e Maxwell hanno condiviso lo spogliatoio di Ajax, Inter, Barcellona e PSG. Due caratteri opposti che, incontrandosi, hanno dato vita a una forte amicizia vera e sincera.
Acquistati dall’Ajax nell’estate del 2001 diventeranno amici inseparabili. Nella sua autobiografia “Io, Ibra” lo svedese racconta di quando al suo arrivo in Olanda si trovava in una situazione economica precaria e Maxwell decise di ospitarlo a casa sua. I due giovani, pronti a prendersi l’Europa, legano così dentro e fuori dal campo. Maxwell gli racconta della sua vita in Brasile, della sua famiglia e del fratello venuto a mancare proprio in quel periodo a causa di un incidente stradale. Aiuta pian piano lo svedese ad ambientarsi e lo facilita a diventare quello che poi sarebbe diventato.
Il rispetto che nutre Ibra nei suoi confronti riguarda anche il rettangolo verde: nella famosa top 11 dei compagni di Ibra stilata dallo stesso Zlatan il terzino sinistro è proprio il suo grande amico Maxwell.
“È una persona semplice, di famiglia, come me ha poche pretese. A entrambi non piacciono le persone false e superficiali. Siamo diventati amici, ma adesso per me è come un fratello. Le nostre famiglie si conoscono e il nostro rapporto continuerà anche dopo il calcio”.
Queste le parole di Maxwell rilasciate a “L’Équipe”, parlando del suo grande amico.


I suoi titoli in bacheca sono 37. C’è altro? Sì, Maxwell mantiene un alto livello tecnico fino a fine carriera: l’esordio con la maglia della Seleção a 32 anni ne è la prova. Scolari lo convoca anche ai Mondiali del 2014, dove esordisce nella finalina terzo e quarto posto contro l’Olanda.
Ma alla fine perché nessuno nomina più questo calciatore ? Troppo normale, troppo poco appariscente, forse sfortunato ad aver sempre condiviso lo spogliatoio con leggende di questo sport.
Maxwell ha vinto sul lato umano, conquistando il rispetto di tutte queste superstar che si prendevano l’affetto dei tifosi e i titoli di giornale. Era un leader senza apparire. Un campionissimo rispettato da tutte le leggende e tutti i campioni con cui ha condiviso lo spogliatoio. Il perché sia sottovalutato così tanto, forse, ce la fornisce proprio il suo migliore amico del mondo del calcio: “Ecco, se devo trovargli un difetto, dico che è troppo buono”. Ma proprio questo difetto lo ha portato a vincere tutto da attore principale, senza per forza essere Marcelo o Dani Alves.

Il suo carattere è stato apparentemente un’arma a doppio taglio, ma la verità è che a Maxwell della popolarità interessava ben poco. Quello che ha vinto parla per lui e noi dovremmo celebrarlo un po’ più spesso.
La carriera di Maxwell è l’incarnazione perfetta della vittoria. E’ la vittoria di di chi sceglie di stare nelle retrovie per lasciare i compagni in primo piano, ma di chi in realtà conosce benissimo i propri mezzi tecnici e li sfrutta per il bene collettivo. E’ la vittoria della normalità e l’insegnamento che per essere vincenti non è necessario brillare come una stella. I 37 trofei così luccicanti non diventano altro che la forma esteriore ed esteticamente più bella dei valori che l’ex terzino brasiliano ha sempre portato dentro di sé.


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