19 Settembre 2025
Nonostante i molti stranieri, il Qarabag è diventato la “squadra della nazione” in Azerbaigian, a causa della triste vicenda che lo ha visto letteralmente fuggire dalla sua città natale per trasferirsi nella capitale Baku. La storia, però, sia nel calcio che nella geopolitica, è ancora tutta da scrivere.
Pulizia etnica e Champions League. Due cose che in apparenza non hanno niente a che fare l’una con l’altra. In questi giorni possiamo trovarle entrambe in televisione. La prima nei telegiornali, e mi riferisco alla piaga inflitta ai civili palestinesi da parte di Israele (le cui squadre, a proposito, giocano la Champions League). La seconda sulle emittenti private, che la sfruttano per gonfiare i prezzi degli abbonamenti anno dopo anno.
C’è però una squadra di calcio che rappresenta il perfetto trait d’union tra questi due elementi. Si tratta del Qarabag, che nella prima partita della Champions League 2025-26 ha clamorosamente battuto per 3-2 il Benfica in rimonta all’Estadio Da Luz di Lisbona. La compagine azera infatti mette insieme regolari partecipazioni alle coppe europee alla singolare caratteristica di provenire da una città svuotata dei suoi abitanti. Ma l’Azerbaigian, negli ultimi anni ha ribaltato la situazione a proprio favore e a discapito del popolo armeno. Sempre, purtroppo, facendo ricorso alle armi. Un capitolo, anch’esso attinente alla pulizia etnica, a cui per brevità faremo solo un accenno, ma che è d’obbligo menzionare per dovere di cronaca e per rispetto della Storia.
Alla vigilia della dissoluzione dell’Unione Sovietica, Agdam era un centro agricolo e industriale di circa 30mila abitanti. La squadra di calcio locale, il Qarabag, era nata nel 1951. Dopo decenni di anonimato sportivo, ritiri dalla scena e cambi di nome, nel 1988 si era finalmente laureata campione nazionale dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Azera. Ma soprattutto, la città si trovava a pochi chilometri dal Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno), repubblica autonoma all’interno dell’Azerbaigian, abitata da una maggioranza armena. Con la dissoluzione dell’Urss e lo scoppio della prima guerra del Nagorno-Karabakh (1988-1994), Agdam divenne un nodo strategico. Era la retrovia azera per le operazioni belliche e ospitava migliaia di sfollati provenienti dai villaggi circostanti già colpiti dal conflitto. Il ché ne fece un obiettivo militare.

Nell’estate del 1993, dopo mesi di assedio e bombardamenti, le forze armene lanciarono una grande offensiva. Gli abitanti lasciarono la città in massa nell’arco di pochi giorni, caricando sulle auto e sui carri quello che potevano. Molti raggiunsero la capitale Baku o altri centri dell’Azerbaigian orientale. La guerra costrinse decine di migliaia di persone a diventare profughi interni. Il 23 luglio 1993 le forze armene presero il controllo di Agdam. Case e palazzi vennero in gran parte saccheggiati, bruciati o demoliti negli anni successivi. Il vecchio centro urbano si trasformò in una città fantasma, circondata da campi minati e accessibile solo con permessi speciali, a tal punto che giornalisti e osservatori cominciarono a chiamarla la “Hiroshima del Caucaso”.
Solamente dopo una nuova guerra, quella del 2020 (27 settembre – 9/10 novembre). L’accordo di cessate il fuoco ha restituito Agdam al controllo azero. Subito dopo, il governo avviò programmi di ricostruzione. Pulizia delle macerie, rimozione delle mine, recupero di strutture storiche e attività simboliche come la visita del presidente Aliyev (nella foto sotto) e della First Lady.

Non solo, perché dal 27 marzo 2025 è ufficialmente iniziata la fase pratica del ritorno dei profughi ad Agdam, nell’ambito del programma governativo Great Return. Per il momento, si tratta solo di famiglie restituite ai villaggi nei pressi della città. Ma, per il prossimo futuro, sono pianificati cinque quartieri residenziali nel centro urbano. Uno di questi è già in fase di costruzione con 1.268 appartamenti previsti. Parallelamente, è in corso la costruzione di strutture ed infrastrutture essenziali: ospedali, scuole, hotel, strade, linee elettriche, stazione di autobus e della ferrovia, sottostazione elettrica grande per il collegamento, complessi educativi, un centro di gestione digitale. Anche opere culturali, monumenti storici e religiosi rimasti danneggiati o abbandonati sono ora oggetto di restauro. Le autorità prevedono che tra le 20mila e le 42mila persone torneranno ad Agdam (compresi i villaggi vicini) entro la fine del 2026.
Tuttavia, il numero di profughi interni effettivamente rientrati è ancora contenuto e le condizioni non sono ancora quelle di una città pienamente operativa. Molte aree richiedono ancora bonifiche, restauri e il completamento dei lavori civili, mentre il centro storico è ancora tutto da ricostruire. Ma soprattutto, c’è da completare la rimozione delle mine.
Dal 1993 il Qarabag ha la propria sede e il proprio stadio nella capitale Baku ed è considerata la “squadra della nazione”, anche grazie ai tanti titoli nazionali vinti e alle sue numerose partecipazioni alle fasi finali delle coppe europee come squadra azera negli ultimi quindici anni. Il club è sponsorizzato e largamente finanziato da Azersun Holding, grande impresa azera che opera soprattutto nel settore alimentare e agro-industriale e che mantiene stretti legami con l’establishment politico del Paese. Il fondatore di Azersun Abdulbari Gozal, scomparso lo scorso 18 gennaio, è stato presidente del Qarabag dal 2011 al 2015, anno in cui ha ceduto la carica al figlio Tahir ed ha assunto quella di presidente onorario.

Oltre a ciò, in seguito all’abbandono di Agdam, il Qarabag ha finito con il rappresentare la memoria della guerra, diventando parte integrante del discorso governativo sul ritorno nella terra occupata e sulla restaurazione della sovranità azera sul Nagorno-Karabakh. Il club partecipa spesso a cerimonie ed iniziative politiche, come la più che scontata visita ad Agdam subito dopo la riconquista del 2020. Ma è stato anche promotore di progetti sociali e culturali legati agli sfollati della guerra e di iniziative di soft power e propaganda. I suoi (pochi) successi in campo internazionale sono stai inglobati nell’identità nazionale e nel messaggio che l’Azerbaigian (la cui azienda petrolifera statale SOCAR sponsorizza l’Europa League) manda al mondo.

All’interno dei progetti per la ricostruzione della città, ci sono anche quelli inerenti lo stadio Imarat, la vecchia casa del Qarabag distrutta nel 1993, ed altre strutture sportive. Il presidente Gozal e le autorità hanno dichiarato più volte che l’obiettivo è “riportare il Qarabag a casa”. Non c’è però una data ufficiale. Secondo alcuni analisti, il ritorno potrebbe avvenire tra qualche anno, quando ci sarà una base di popolazione tornata abbastanza consistente, un buon numero di infrastrutture completate e il nuovo (vecchio) stadio costruito. Un ritorno non solo simbolico, ma strettamente legato alla proiezione internazionale del governo azero, in particolare nei confronti del vicino nemico armeno. Una questione che probabilmente allo stato attuale interessa poco ai giocatori del Qarabag, stranieri in 16 su 22. Come l’ucraino Oleksij Kashchuk, autore del gol vittoria degli azeri al Da Luz, già crucciato da quanto accade nel suo Paese. Ma che ha toccato direttamente altri ex calciatori della squadra oggi allenata da Gurban Gurbanov, come Gara Garayev e lo storico capitano Rashad Sadygov, entrambi cresciuti (anche calcisticamente) all’interno dei campi profughi di Baku, dove trovarono rifugio le loro famiglie allo scoppio del conflitto.
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