29 Novembre 2025
“Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” con questa lectio magistralis Giampiero Boniperti spiega al mondo la sua visione d’insieme del calcio dove, in soldoni, il fine ultimo è di vitale importanza. Si potrebbe cadere in errore tirando in ballo Machiavelli e al suo modo di intendere la politica dove in realtà la persecuzione di un bene ultimo, spesso comune, può considerare valida l’idea di male come ultima spiaggia possibile. Nel calcio avviene anche questo ma senza necessariamente essere alla disperata. In Sunderland-Arsenal, i Black Cats hanno attutato un piano furbescamente diabolico per limitare i danni dell’armata Gunners. Tra docce, tagli dell’erba e porte la magia nera (o semplicemente la furbizia) fa da metronomo tra chi vuole vincere e chi vuole giocare.
L’Arsenal di Mikel Arteta avanza senza sosta verso un tito%lo che manca ormai da troppi anni. Quando le vele iniziano a dispiegarsi per il vento che porta i Gunners al primo posto in solitaria, un piccolo intoppo li fa rimanere col groppone in gola. Contro il Sunderland rivelazione di Régis Le Bris arrivo uno stop per certi versi fisiologico, una sorta di tassa improvvisa che chi vuole aspirare all’Olimpo deve pagare prima o poi. Il fine non è importante in questo caso, ma il mezzo: come si è arrivati al 2-2 finale? La rimessa laterale battuta lunga è una strada così spesso tracciata da esser diventata una sorta di marchio ufficiale. Capace di condizionare in maniera pavloviana gli stessi giocatori e i più attenti spettatori: quando l’arbitro fischia la rimessa gli occhi vanno subito, incondizionatamente, sul gruppone che piano piano affolla l’area di rigore fino a soffocarla.
Una mestizia elaborata a fino mette sotto scacco una tecnica temibile quanto ripetitiva. Cartello pubblicitario spostato dietro Declan Rice a tal punto da non permettergli una rincorsa necessaria per una rimessa laterale lunga. È bastata una semplice mossa in avanti: pedone su Re ed è scacco matto. Nel post-partita si percepisce un aria gelida (siamo in Inghilterra, a Novembre, ça va sans dire). Tutto è pronto per turbine di critiche che avrebbe investito lo stesso Régis Le Bris alzando un polverone mediatico imbarazzante. Ma con un faccia e una spocchia senza precedenti, smonta tutto prima che nasca:”Son d’accordo con quanto detto dal mio secondo: sarà stato il vento”. Un doppio salto carpiato con avvitamento sarebbe stato più semplice da elaborare rispetto a un commento talmente diabolico da trascendere ogni singola riflessione su cosa sia giusto e cosa no. Monsieur Régis, chapeaux!

Sempre in Premier League (che a quanto pare ha una sorta di relazione morbosa con l’esoterismo e la strategia) il Norwich City, nella stagione 2018-2019 durante la militanza in Championship, ha trovato un modo ingegnosamente efficace di vincere il campionato: dipingendo le pareti dello spogliatoio della squadra ospite di rosa. Nessun rifacimento strutturale da programma tv, solo un’idea con non troppe elaborate basi scientifiche. Secondo il dottor Alexander Latinjak, docente di psicologia dello sport all’Università del Suffolk, il colore rosa comporta un abbassamento di testosterone negli uomini. Come in un videogioco in cui minuziosamente attenti alla corazza del cattivo di turno, così da poterlo sconfiggerlo più facilmente. Difficile da capire dove arrivi la realtà e finisca l’effetto placebo, sta di fatto che quella stagione il Norwich City ha vinto il campionato.
Sempre in Inghilterra John Beck, storico allenatore del Cambridge United, ha chiesto ai giardinieri che curano il campo di Abbey Stadium di lasciare che l’erba crescesse lunga negli angoli in modo che la palla si alzasse in modo tale da favorire i cross in area di rigore. La mente fulgida di mister Beck non si ferma qui: ha infatti alzato il riscaldamento nello spogliatoio in trasferta. Più recente è il caso del CT della Nigeria Eric Chelle, che, subito dopo l’eliminazione dai Mondiali 2026, ha asservito contro il CT della Repubblica Democratica del Congo di aver usato magia nera e riti voodoo durante il calcio di rigore. Non si può non pensare subito al caso tanto mediatico quanto sconclusionato che vedeva la mamma di Romelu Lukaku impegnata in atti magici, alchemici e, appunto, voodoo.
C’è poi lo “scherzo” che non passa mai di moda. Quante volte, dopo una partita di campionato o calcetto, vi è capitato di rilassarvi (si fa per dire) sotto una doccia gelata? È quanto accaduto all’Atletico Madrid – lo scorso ottobre – il giorno prima della gara di Champions League contro l’Arsenal (persa poi 4-0). Coincidenze? Non credo. Secondo le regole ufficiali stabilite dalla UEFA le squadre devono fornire docce calde per quello che riguarda il giorno della partita. E non la sessione di allenamento. Il Cholo ha protestato, ma la multa in casa Gunners non è più arrivata.
Patrik Gunnarsson sposta i pali della porta. Non con la forza della mente. Ma nel vero senso della parola. “È solo un rituale che ho prima delle partite e che mi fa sentire a mio agio. Non è altro che questo. Mi limito a dare qualche calcio alle sbarre”, rivela il portiere della squadra novergese Viking Fotballklubb. Scaramanzia prepartita che però non è passata inosservata. A farci caso soprattutto i tifosi ospiti. Imitazione di Kim Christensen portiere dell’IFK Goteborg che nel 2009 abbassava i pali volontariamente. Senza il minimo sospetto degli arbitri.
Trucchi subdoli, ma efficaci. Non c’è nessun regolamento che vieta questi comportamenti. Fuori dal campo tutto (o quasi) è permesso. Tecniche antisportive, ma non per questo proibite. Furbo chi le usa o penalizzato chi ne subisce? Questione di buon senso. Chi non ci arriva con la tecnica, lo fa con la mente. Ma non è intelligenza calcistica. Solo un po’ di astuzia. Quella che basta per i tre punti.
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