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Justin Fashanu: una vespa in inverno

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Back to the past, Calcio

Justin Fashanu: una vespa in inverno

Quando pensiamo alla società di oggi, tra le prime parole che ci attraversano la mente ci sono libertà, inclusione, equità. Forse, però, tutta questa costruzione mentale che abbiamo presenta delle piccole falle. Capaci di mandare in tilt il nostro mondo e, di conseguenza, l’idea che abbiamo di esso. Capire che ancora ci siano ancora dei problemi strutturali o, in questo caso, grandi pregiudizi funziona da cartina tornasole per contrattare la nostra identità col mondo stesso. Tutto questo per evitare che un altro Justin Fashanu faccia i conti con il nostro lato mostruoso capace di infestare la società e di tornare come un fantasma (cattivo) del Natale passato. Ma chi era Justin Fashanu e perché è importante conoscere la sua storia per non ricadere nello stesso errore? Quale motivo viscerale ha portato e ci porta ancora a pensare che una persona come lui sia sbagliata?

Chi era Justin Fashanu?

In piena Swinging London, tra minigonne, Beatles e Rolling Stones, Justin Fashanu, origini nigeriane e guyanesi, passò, assieme al fratello John, più piccolo di 2 anni, in una casa-alloggio vicino a Londra. Ciò a causa dell’impossibilità economica della madre di provvedere ai due fratelli e dell’assenza del padre. Una vespa in inverno già da piccolo. Un’associazione che lo accompagnerà in ogni singolo momento della sua vita. In questo prematura fase della sua vita, sviluppò una bravura naturale, quasi un tocco divino, per lo sport in generale e per il calcio in particolare.

Nel 1979 fece il debutto ufficiale nella prima squadra del Norwich City. Incarnò il prototipo da laboratorio del perfetto attaccante inglese anni ’80, soddisfò i requisiti cardini come il fisico, la stazza e il saper far gol. Tutto ciò in campo si vide molto bene, fino a vincere il titolo di goal della stagione 1979-1980.

Justin Fashanu segna contro il Liverpool il goal della stagione

I media

Come di consueto, Fashanu finì in un turbine infinito di voci di mercato, fino a quando non si accasò al Nottingham Forest nel 1981 diventando uno degli acquisti più onerosi per l’epoca toccando quota 1.8 milioni di sterline. Non deve sorprendere la destinazione scelta. Il Nottingham Forest di Brian Clough sarebbe stato a breve sul tetto d’Europa e fu più volte insignito come la squadra più forte del continente. Proprio con Brian Clough le cose non decollarono mai, lo stesso allenatore inglese non fu proprio un personaggio da molti peli sulla lingua, anzi, celebre fu il suo temperamento acceso.

Con il sodalizio tra l’avere una targhetta con scritto sopra quella cifra esorbitate, un palcoscenico prestigioso e un allenatore peperino, i media andarono a nozze sulla testa del malcapitato Fashanu. Justin si trovò presto spalle al muro, con una pressione che inevitabilmente avrebbe disturbato le sue prestazioni in campo. Con il Forest, infatti, non si manifestò lo stesso uragano-Fashanu che il pubblico del Norwich abitualmente ebbe l’onore di vedere.

Fashanu contro il mondo ( e viceversa)

Justin Fashanu scioccò il mondo il 20 ottobre 1990. Nessuna rovesciata, tripletta o colpo di testa. Sulla copertina del Sun, noto tabloid inglese, rilasciò una dichiarazione che fece storia. Dichiarò di essere omosessuale, diventando il primo calciatore a farlo nella storia. La portata di questo atto seguì un doppio binario di conseguenze: uno che nacque e morì con lui e uno che ancora ha effetti nel presente. Nella sua mente balenò spesso il pensiero che, come ammise in un’intervista nel 1991:

“Tutti, soprattutto le persone di alto profilo, dovrebbero assumersi la responsabilità di essere sinceri. Se più persone dicessero “Ora ascolta, l’omosessualità è ovunque”, allora salveremmo così tante vite.”

Un’azione del genere, ai limiti del rivoluzionario, comportò un’onda anomala di ripercussioni che neanche l’argine emotivo più forte fu in grado di bloccare, e, a farne le spese, ci fu proprio lo stesso Fashanu. 

Voci di presunte relazioni con funzionari dello stato, donne e bisessuali iniziarono a macchiarne la reputazione che crollò piano piano sotto i colpi di una macchina del fango mediatica che aspettava solo un altro mostro su cui il pubblico doveva puntare il dito. I colpi più duri vennero però da qualcuno che Fashanu poteva anche immaginare come alleato. La comunità nera che, con la rivista the Voice, considerò l’atto eroico di Fashanu come un qualcosa di  imperdonabile.

Eredità

La storia di Justin Fashanu si mosse nello spazio e nel tempo. Dopo il suo coming out molti club inglesi furono restii nel concedergli un contratto. Cercò quindi fortuna negli Stati Uniti dove però ne trovò molto poca. Finii in una vicenda giudiziaria dai riscontri torbidi e dall’esito assai infelice. Venne accusato, nel 1998, da Ashton Woods di aver abusato di lui. A causa dei trascorsi in Inghilterra, Fashanu si sentii subito alle strette, come un colpevole a priori senza sentenza. Non servii a nulla la sua versione dei fatti secondo cui il ragazzo avrebbe ricattato lo stesso Justin. Nulla ebbe il potere di convincere in primis sé stesso di non essere già giudicato.

Così come lo definii suo fratello, Justin Fashanu, tornò in Inghilterra da emarginato, senza appoggi e senza quel lustro che lo accompagnò nei suoi anni al Norwich City. Decise di togliersi la vita in un garage e il suo corpo venne trovato esanime il 3 maggio 1998. Un aspetto della vicenda Fashanu che risaltò è la sua fede religiosa. Ossimorico per alcuni il connubio omosessualità e religione cattolica, non per Fashanu che vedeva nell’amore, omo o eterosessuale che fosse, un’ espressione di vicinanza e di affetto.

Poco è cambiato

Per capire le motivazioni che muovono la vita di Justin Fasharu sarebbe opportuno chiederci se ancora valgono, se sono ancora attuali. Perché un calciatore che rivela al mondo la sua omosessualità o, in generale, la sua preferenza sessuale viene ostracizzato e visto sotto una cattiva luce? Che differenza fa se lo dichiara un calciatore o un giocatore di basket? Il senso comune che serpeggia nella società è che il calciatore ha perso la sua funzione primaria per diventare un qualcosa di più alto.

Una sorta di archetipo talmente potente da avere una sua tipizzazione standard. Per noi il calciatore è una rockstar (o un rapper per stare nel presente), una persona media che naviga nell’oro, guida macchine da sogno e vive una vita di promiscuità con le modelle e donne più belle del pianeta. E la maggior parte dei ragazzi  sognano di fare la vita della rockstar e quindi del calciatore.

Lo vediamo sui social, ad esempio, dove giornalisti (o presunti tali), durante alcune serate, dicono di essere a conoscenza dell’omosessualità di alcuni calciatori di Serie A. Come se fosse un fatto da sapere in maniera imprescindibile e che debba essere lanciato in pasto a un pubblico che non aspetta altro che un nuovo personaggio da ridicolizzare. Associare l’omosessualità al mondo del calcio sarebbe visto come un attentato iconoclasta verso un semidio percepito come tale dal grande pubblico. Justin Fashanu si è alzato ancora in più alto, mostrando al mondo la realtà e la normalità, mettendoci la faccia e sacrificando sé stesso.

Autore

  • Studio Editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Mi limito a scrivere di calcio, con sottile ironia, su Fuoridalgioco perché palla al piede sono un disastro. Se non esistesse il calcio passerei le giornate parlando di teorie e tecniche degli scacchi, ma in realtà lo faccio già. Piango ogni volta che vedo un video di Pato al Milan o parte Touch dei Daft Punk.

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