26 Luglio 2025
È difficile spiegare a chi non c’era cosa significasse, negli anni ’80, vedere apparire quella bandana gialla, i baffoni biondi e sentir partire Real American. Per i bambini di allora (e per molti adulti, anche se non lo ammettevano) quel momento aveva un non so che di magico. Era come se un supereroe fosse appena uscito dalle pagine di un fumetto per camminare, in carne e ossa, verso il ring. Hulk Hogan non si limitava a combattere: invadeva la scena con un carisma che non lasciava spazio a nessun altro. Bastava un gesto: la mano portata all’orecchio e il dito puntato verso l’alto, per scatenare un boato che sembrava scuotere le arene.
Ora che se n’è andato, non ci lascia solo un atleta o una leggenda dello sport. Ci lascia un intero universo. “Senza Hulk Hogan, il wrestling non sarebbe mai diventato quello che è oggi” ha detto The Rock anni fa, rendendogli omaggio. Non era retorica: Hogan non è stato solo il volto della WWE. È stato il volto di un’epoca, il volto di un sogno americano che si colorava di giallo e rosso. E prendeva la forma di un uomo di oltre due metri.
C’erano tempi, non così lontani, in cui il wrestling era un affare di nicchia. Pochi appassionati, palazzetti fumosi, trasmissioni televisive in orari improbabili. Poi arrivò Terry Bollea, un ex bassista di Tampa (Florida), che un giorno decise di infilarsi un costume da wrestler e diventare Hulk Hogan.
Vince McMahon, il visionario proprietario della WWF, vide in lui il volto perfetto per la sua ambizione: trasformare il wrestling da passatempo regionale a colosso dell’intrattenimento globale. Con Hogan, la WWF esplose. Era la “Rock ’n’ Wrestling Connection”: MTV, concerti, cartoni animati, pubblicità. Cyndi Lauper lo volle nei suoi video, la televisione lo trasformò in protagonista di Hulk Hogan’s Rock ’n’ Wrestling. Persino Hollywood gli aprì le porte: in Rocky III fu “Thunderlips, la carne in più”, gigante colorato che lottava contro Sylvester Stallone. Anni dopo, proprio Stallone avrebbe confessato: “Hulk era un gigante gentile, ma quando mi sollevò e mi scagliò a terra, mi ricordai che con un uomo così non puoi scherzare.”
Per la prima volta, un wrestler “bucava” lo schermo. Non era più solo una questione di match o storyline: Hogan era ovunque, al punto che per molti bambini il wrestling era Hulk Hogan.
Ma non era soltanto un wrestler. Era un simbolo. Anzi, un archetipo. Canotta gialla, bandana a stelle e strisce, theme song che proclamava a tutto volume “I am a real American, fight for the rights of every man”. Era il volto di un’America che voleva sentirsi invincibile, ottimista, sicura di sé.
Negli anni della Guerra Fredda, Hogan affrontava sul ring i “cattivi” stranieri: l’iraniano Iron Sheik, il russo Nikolai Volkoff. Ogni vittoria diventava una parabola patriottica. Non erano solo match: erano battaglie simboliche in cui l’eroe americano trionfava. “Say your prayers, eat your vitamins and you will never go wrong” ripeteva Hogan ai suoi fan. Un comandamento semplice, quasi infantile, ma perfetto per il pubblico a cui si rivolgeva.
Milioni di bambini lo presero sul serio. C’erano poster di Hogan nelle camerette, action figure nei giocattoli, persino colazioni marchiate “Hulkamania”. Non era solo un personaggio: era un modello di vita.
Ma nessun mito è immune alle crepe. Col tempo, anche l’eroe invincibile ha mostrato le sue fragilità. Gli scandali arrivarono come tempeste: un divorzio amaro, il famigerato sex tape, commenti razzisti che gli costarono la cancellazione temporanea dalla WWE.
Il contrasto fu doloroso: l’uomo dietro il mito era imperfetto, vulnerabile, capace di errori gravi. “Ho fatto errori, tanti. Ma l’Hulkamaniac dentro di me non è mai morto” avrebbe detto anni dopo, in una delle sue interviste più sincere.
Per i fan, vedere Hogan cadere non solo nelle storyline, ma nella vita vera, significò affrontare una verità scomoda: i supereroi, quando sono reali, possono sbagliare. Eppure, paradossalmente, anche questo contribuì a renderlo umano.

Se c’è un istante che racconta l’essenza di Hulk Hogan, è WrestleMania III.
1987. È il 29 marzo, siamo al Pontiac Silverdome di Detroit: 93.000 persone stipate nell’arena, un record. Sul ring, Hogan affronta André the Giant, il colosso francese imbattibile, un uomo così enorme che pareva impossibile persino spostarlo.
Quando Hogan lo solleva, l’intero stadio trattiene il fiato. Lo tiene in aria per un secondo eterno e poi lo schianta a terra. Il ring vibra, la folla esplode, il mondo cambia. “In quel momento il Silverdome tremò come se fosse in un terremoto” ricorderà Vince McMahon. Quel “body slam” divenne leggenda: la “slam che scosse il mondo”. Da lì in poi, Hogan non era più solo un campione. Era diventato un mito.
Ma i miti devono reinventarsi per sopravvivere. Negli anni ’90, Hogan fece l’impensabile: tradì l’immagine del “buono assoluto” e si trasformò in “Hollywood Hogan” nella WCW. Vestiti neri, baffi tinti di scuro, occhiali da sole, atteggiamento arrogante. Guidò il New World Order (nWo), la stable che rivoluzionò il wrestling.
Per i fan fu un colpo: l’eroe che per anni aveva detto “prendete le vitamine” diventava il cattivo. “Era come vedere Superman che butta via il mantello e decide di unirsi ai cattivi” disse Chris Jericho. Ma quella scelta salvò la sua carriera e aprì la strada a un wrestling più adulto, più ambiguo, più vicino al linguaggio del pubblico degli anni ’90. Hogan non era più un’icona senza ombre: era un personaggio complesso, e proprio per questo continuava a dominare la scena.
Nonostante scandali, metamorfosi e ombre, Hulk Hogan è rimasto tale. Perché l’Hulkamania non era solo lui: era un’energia, un rituale collettivo. Era il dito puntato verso l’alto, la mano all’orecchio per sentire il boato della folla, la catchphrase che anche chi non guardava il wrestling conosceva: “Whatcha gonna do, brother, when Hulkamania runs wild on you?”.
The Rock lo ha detto chiaramente: “Hulk Hogan è stato il pioniere. Ha aperto le porte a tutti noi”. John Cena, suo erede spirituale, ha confessato: “Se sono diventato ciò che sono, è perché da bambino credevo nell’Hulkamania”.
Prima di lui, il wrestling era uno spettacolo per pochi. Dopo di lui, è diventato un fenomeno globale. Hogan ha preso un ring e l’ha trasformato in un palcoscenico planetario.
La morte di Hulk Hogan chiude un capitolo, ma non cancella la storia. Resteranno i video, le fotografie, le entrate trionfali con Real American a tutto volume. Resterà l’immagine del gigante in giallo e rosso che scuote la testa, spezza la maglietta con le mani e invita la folla a urlare più forte.
Cosa resta dell’Hulkamania? Non la promessa di eroi perfetti. Quella è svanita. Ma la certezza che, a volte, un personaggio di wrestling può diventare qualcosa di molto più grande di un atleta, di un intrattenitore, persino di un uomo. Può diventare un mito.
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