10 Ottobre 2026
La favola di Igino racconta che un giorno la Dea Cura, passeggiando vicino ad un fiume, pensierosa, prese del fango argilloso e iniziò a modellarlo. Diede vita ad una forma. Passando da lì Giove, gli chiese di infonderle lo spirito. Quando fu il momento di dare un nome Cura pretese si desse il suo perché l’aveva creata lei, Giove il suo perché gli aveva infuso lo spirito e Terra il suo perché era sua la materia di cui era composta. Intervenne Saturno e saggiamente disse: “poiché è fatta di Terra, humus, si chiami uomo. Quando morirà il suo spirito torni a Giove ma finché vivrà lo possegga la Cura“.
In questo scritto, troviamo elementi importanti del Benessere psicologico: il corpo, lo spirito, la cura e si aggiunga la relazione. È vero che Cura crea, ma crea perché esiste una materia da modellare e tale materia assume il suo significato quando si incarna, quando si esprime, quando nel far questo, si realizza. Realizzazione che è impregnata di relazione. Abbiamo bisogno di buone relazioni, di luoghi nei quali ci si possa confrontare e si possa crescere insieme, di spazi in cui non ci si senta giudicati ma visti, riconosciuti, accolti.
Allora, che l’Essere umano sia posseduto dalla Cura della materia e dello spirito. Questo significa nutrire l’intelligenza spirituale, vale a dire, la ricerca di sé stessi nelle esperienze che ci si permette di fare. In un mondo che cerca ossessivamente ricette sul come, diventa importante il singolare, la ricerca del Chi.
Il famoso Conosci te stesso greco che passa attraverso il linguaggio, il narrare, il narrarsi, il saper ascoltare. “Come stai?“ è una delle domande più potenti che possiamo pronunciare, una chiave capace di aprire porte chiuse da anni, un piccone capace di rompere muri di cemento armato di paure e insicurezze.
Ansia e depressione appartengono a tutti, non bisogna vergognarsene perché sanno darci informazioni preziose del valore profondo che ogni essere umano ha. È importante quindi saper leggere i sintomi prima che diventino enormi e per poterlo fare, bisogna dedicare il proprio tempo ad ascoltare il proprio corpo, le proprie emozioni, i propri pensieri senza giudicarli ma con curiosità. E anche a dialogare con apertura.
In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, questo articolo vuole mettere insieme due mondi che troppo spesso restano separati: lo sport di vertice e la salute mentale. Lo fa attraverso le storie di alcuni tra i più grandi atleti del mondo, che hanno attraversato momenti di malessere psicologico, a volte nei periodi di maggior successo.
Introduzione di Angelina Pettinato
Nel febbraio 2004, prima di una partita tra Juventus e Reggina, Gianluigi Buffon è nel tunnel e sente il petto stringersi. Il respiro si fa difficile: è una crisi di panico. Per un momento pensa di non riuscire a giocare. Si volta verso la panchina e chiede che si scaldi Chimenti. Alla fine scende in campo e disputa la partita.
Buffon aveva poco più di venticinque anni ed era già uno dei portieri più celebrati al mondo. Eppure, in quel momento, non riusciva a controllare ciò che gli stava accadendo. È questo che colpisce: la sofferenza può restare invisibile anche quando si è sotto gli occhi di tutti. Nulla spiega quel crollo. È questo che colpisce.
Lo schema è noto: sintomo fisico, paura del sintomo, evitamento. Si smette di fare ciò che potrebbe riattivarlo. Per Buffon significa smettere di uscire di casa. Lui descrive quella fase come paranoia e isolamento. Usa anche una parola che pesa: “posseduto“.
Il portiere è l’unico che non può sbagliare e poi rimediare. Il suo errore resta lì, a referto. Il crollo arriva proprio dove il mestiere richiede controllo assoluto.
Il panico dura novanta minuti. Il resto dura mesi. Buffon è tornato in campo con piena forza mentale e ha continuato a giocare per vent’anni. Ma quella partita dice una cosa semplice: la tenuta di un atleta non coincide con la sua invulnerabilità.
Ventotto medaglie olimpiche. La cifra più alta della storia. Michael Phelps ha detto di aver pensato più volte al suicidio, anche nei periodi di maggior successo.
Non c’è una sola crisi. Ce ne sono state diverse, in momenti diversi. Una segue Londra 2012. Altre arrivano dopo, legate alle vicende personali che ne sono derivate. Vanno tenute separate.
Se la vittoria bastasse, Phelps sarebbe l’uomo più sereno del mondo. Non lo è stato. I risultati non curano. Il palmarès non è una diagnosi.
Il primo cedimento arriva dopo la sua seconda Olimpiade, nel 2004. Inizia a soffrire di depressione. Usa droghe leggere come strategia di coping. Lo dice senza giri di parole: «La droga era un modo per scappare da qualsiasi cosa volessi scappare. Era come se fossi solo a prendermi cura di me stesso, praticamente ogni giorno, per cercare di risolvere tutte quelle cose da cui stavo scappando».
Poi arriva il 2012. Alla fine dei Giochi di Londra, Phelps lascia il nuoto per problemi di salute mentale. Due anni dopo viene arrestato per guida in stato di ebbrezza. In un documentario per HBO racconta cosa gli stava facendo quella vita: «una dipendenza, una compulsione, una paura di fallire e di dover trovare un modo per vincere. E poi, dopo la fine dello spettacolo, cosa succede? Niente pensione, niente bonus, niente sponsorizzazioni».
Il meccanismo è noto. La fine di un ciclo agonistico può lasciare un vuoto, e molti atleti lo descrivono dopo i grandi traguardi. Secondo Phelps, circa l’80% degli atleti e delle atlete olimpiche soffre di depressione dopo i Giochi. La tendenza ha un nome: Post-Olympic Blues (Diment, Stagis & Kuettel, 2023). Raccoglie ciò che gli atleti hanno in comune: lo stress e le aspettative legate all’importanza dell’evento, la delusione di non aver raggiunto i propri obiettivi, la perdita di uno scopo, la mancanza di supporto psicologico, l’assenza di strumenti per affrontare le sfide emotive e professionali dopo la gara (Howells & Lucassen, 2022). Phelps le ha attraversate tutte.
L’arresto rende pubblico il suo stato emotivo. Lui lo dice chiaro: «…Ero molto depresso. Non volevo più vivere. Poi sono riuscito a dirmi che c’erano altre strade da esplorare, che avrei cercato di vedere che tipo di aiuto ottenere. Mi sono rivolto a un centro di cura dove ho potuto immergermi nel mio io più profondo, per capire perché sono come sono, perché agisco come agisco, e perché porto quel peso, quello stress e tutto ciò che mi tormenta».
La psicoterapia funziona. Phelps guarisce dalla depressione e torna in vasca per la sua ultima Olimpiade, quella del 2016. Ora è considerato uno degli atleti più forti di sempre. Oggi si dedica alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Collabora con Talkspace e sostiene la campagna «Permission Slip» contro lo stigma dei problemi psicologici. È attivo in eventi come il World Innovation Summit for Health, dove promuove il benessere psicologico e il supporto agli atleti.
La sua storia ricorda una cosa semplice per la salute mentale. Essere il campione del mondo, o il migliore nel proprio sport, non ti rende immune alla sofferenza, all’ansia, alla depressione. In fondo, tutti possono aver bisogno di aiuto.
Patric, ex giocatore della Lazio. Nel 2024 racconta il periodo più duro della sua vita. Dice di aver perso il senso di vivere, che l’ultima cosa che volesse fare era giocare a calcio.
Prima di essere calciatori, si è esseri umani con tutte le loro fragilità. E le fragilità di Patric finiscono in campo. Lui stesso racconta di partite in cui non vedeva il pallone. Ricorda una gara in casa contro il Sassuolo. Erano tutti infortunati, doveva giocare per forza, e per lui non giocare voleva dire deludere. Oggi lo definisce l’errore più grande: «Mi venivano gli attacchi di panico negli aerei quando viaggiavamo. A volte qualcuno rideva, ma io volevo fare il forte. Alla fine è stata una cosa molto grave e me la sono tenuta sempre per me. Questo è stato un errore perché bisogna chiedere aiuto prima».
Il vortice lo colpisce nel 2020, durante il Covid. In tv vede la gente morire, lui è solo in casa. Le domande si moltiplicano e va in crisi. «L’ultima cosa che volevo era giocare a pallone. Se non ti senti bene non puoi fare un lavoro come il nostro. Devi essere tranquillo e sereno con te stesso».
Eppure Patric non rimpiange di aver continuato. Affrontare la paura, e non scegliere la strada più facile di rinunciare a giocare, lo ha reso più maturo. «In quel momento non stavo bene, ma affrontare quel momento mi ha fatto diventare quello che sono. Sin da quando sono bambino penso che l’importante sia godersi la vita ed essere felice. Quando cresci ti rendi conto che la vita è piena di difficoltà e quando meno te lo aspetti arrivano».
Non ha l’aura di una leggenda, ed è questo il suo valore. Lo spettatore italiano medio lo ha visto ogni domenica con la maglia della Lazio. Sa che è uno di quei nomi da prendere a 1 all’asta del fantacalcio. Non è la storia di un fuoriclasse con una vita eccezionale. Qui il meccanismo è più opaco: una crisi introspettiva che si manifesta come perdita del desiderio di giocare. Non c’è un evento scatenante dichiarato, e non va inventato. Va preso atto di ciò che dice il calciatore.
Roland Garros, 2021. Naomi Osaka annuncia che non parteciperà alle conferenze stampa. Il motivo è la salute mentale. Non è un capriccio e non è una strategia. È una richiesta di protezione.
La risposta del torneo è burocratica. Arriva una multa da 15.000 dollari. I quattro Slam firmano una nota congiunta e ricordano che le conseguenze possono salire, fino all’esclusione. Osaka non cede. E non resta a giocare sotto minaccia: si ritira.
Solo a quel punto spiega. Dallo Us Open 2018 convive con lunghi periodi di depressione. Prima di parlare ai media arrivano «enormi ondate di ansia». Dice di sentirsi vulnerabile, di non reggere la pressione di quelle sale. Si definisce una persona molto introversa, che non cerca i riflettori. E aggiunge un dettaglio che pesa: quando ha provato a spiegarlo ai dirigenti del torneo e della WTA, nessuno le ha creduto.
Qui sta il punto. Il conflitto non è clinico. È tra un bisogno individuale e un obbligo regolamentare che non prevede eccezioni. Le regole c’erano. Mancava qualcuno disposto ad ascoltare prima di applicarle. Il sistema ha sanzionato, poi ha aperto un confronto. Nell’ordine sbagliato.
Per giustificare un rifiuto, Osaka è stata costretta a mettere in piazza la propria storia medica. Ha dovuto dimostrare di stare male per ottenere un minimo di rispetto. E lo ha fatto davanti a tutti: tifosi, ex campioni, commentatori, colleghi. Ognuno con un’opinione pronta. Ognuno convinto di poter stabilire se la sua sofferenza fosse abbastanza vera, abbastanza grave, abbastanza seria da meritare un’eccezione.
Nessuno ha questo diritto. Una persona non deve la propria diagnosi al pubblico. Non deve prove, non deve dettagli, non deve una versione della propria salute mentale che convinca gli scettici. Chi fa informazione dovrebbe saperlo meglio degli altri. La domanda non è se quel dolore sia credibile. La domanda è perché sia servito renderlo pubblico per essere creduto.
Parlare di salute mentale serve, e Osaka ne ha pagato il prezzo. Ma scegliere di parlare è un atto libero. Pretendere di sapere, giudicare o verificare no. Quello non è giornalismo. È invadenza.
Quattro gol al Valencia in Champions League, marzo 2020. È la serata più grande della carriera di Josip Iličić.
Poi il mondo si ferma. Arriva il lockdown e Bergamo diventa il centro della pandemia in Italia e la città conta i morti. Iličić resta lì, lontano dalla famiglia, che è rimasta in Slovenia. Più avanti racconterà che in quei mesi denaro e contratti non gli importavano più. Che non stava bene. Da quel momento la magia si spegne e lo sloveno sparisce dai riflettori. Intorno a lui si dicono e si scrivono molte cose. La verità è una sola: la depressione.
Iličić prova più volte a rimettere insieme i pezzi e a tornare competitivo. Non ci riesce. Capisce che deve fermarsi e ripartire da un ambiente più tranquillo. Torna al Maribor, il club che lo aveva lanciato tra i grandi.
Il percorso sembra funzionare. Rientra all’Atalanta e segna ad Anfield contro il Liverpool, a 260 giorni dall’ultima volta. Nel ritiro estivo fa di tutto per restare. Gasperini, la piazza e la società gli danno fiducia. L’inizio di stagione è quello giusto: doppietta all’Empoli, gol in Champions League al Manchester United.
Poi i mostri tornano. A dicembre 2021 sparisce di nuovo dai radar e dal campo. La depressione ha bussato un’altra volta.
Gasperini capisce la gravità della situazione e non sa quando potrà riavere il suo giocatore. Le difficoltà sono personali. L’allenatore ne parla una volta sola, davanti ai giornalisti: «Non mi fa piacere parlare di questa situazione. Posso dirvi però che lo aspettiamo tutti. La sua situazione a volte ha degli alti e bassi, in questo momento ha avuto nuovamente qualche problema. Ha voglia di fare e di ripartire sempre. È chiaro che c’è la persona e c’è il calciatore. In questo momento noi dobbiamo pensare alla persona e forse la cosa migliore è lasciarlo stare e parlare poco».
Per il resto della stagione di Iličić non c’è più traccia. Rivede il campo solo all’ultima giornata, quando Gasperini lo mette dentro a dieci minuti dalla fine. È un omaggio, a nome della gente di Bergamo.
Iličić si racconta per pause, silenzi, non detti. Quando parla, dice cose che pesano: «Pensavo di non svegliarmi più la mattina e di non rivedere la mia famiglia, avevo paura di andare a dormire. Sono le cose più brutte che capitano nella vita. È stato duro riprendersi, parti da sotto zero e bisogna riabituarsi a muoversi e a correre, come se fossi un bambino. È stato un periodo lungo, ero sempre molto stanco. Ma è stata una soddisfazione ricominciare ad allenarsi e a stare in gruppo, mi mancava tanto».
Nel 2023, Dele Alli sceglie di raccontare. Lo fa dopo anni di prestazioni in calo e di silenzio. Parla degli abusi subiti da bambino e di un’infanzia segnata dalla violenza e della dipendenza da sonniferi. Parla pure di sei settimane in una struttura negli Stati Uniti, dove ha affrontato dipendenza, trauma e salute mentale. «Sentivo che era giunto il momento per me. In situazioni come la mia, nessuno ti può costringere ad entrare, deve essere una tua scelta oppure non funzionerà. Sono finito in un baratro che mi stavano facendo del male».
Poi risale all’infanzia. «A sei anni sono stato molestato da un’amica di mia madre. Mia madre era un’alcolizzata. Sono stato mandato in Africa per imparare la disciplina e poi sono stato rimandato indietro. A sette anni ho iniziato a fumare, a otto ho iniziato a spacciare droga. Una persona anziana mi ha detto che non avrebbero fermato un bambino in bicicletta, quindi andavo in giro col mio pallone e sotto tenevo la droga. A undici anni sono stato anche appeso da un ponte da un uomo. Poi a 12 anni sono stato adottato. Sono stato adottato da una famiglia fantastica. Non avrei potuto chiedere persone migliori, mi hanno aiutato molto».
Per anni il suo calo è stato letto in un modo solo: svogliatezza, scarsa professionalità. I tifosi si chiedevano perché non rendesse più. La domanda dava la risposta per scontata. Il suo racconto la ribalta. Non è pigrizia e non è capriccio.
In psicologia è un quadro noto. Un trauma precoce non elaborato può restare silenzioso a lungo e riemergere come dipendenza, isolamento, calo della prestazione. Ma qui il nesso può stabilirlo solo lui. Quello che sappiamo è che, a livello professionistico, il prezzo sono state le sue prestazioni.
Per questo la sua apertura conta. Conta nel calcio e nello sport, dove la sensibilità sulla tutela e sulla prevenzione degli abusi è cresciuta negli ultimi decenni e ha bisogno di riscontri concreti. Ogni testimonianza in prima persona è uno di questi.
Siamo soliti vedere gli atleti come se fossero dei supereroi: forti, performanti, sorridenti e vincenti. Persone che sembrano vivere una condizione incredibilmente privilegiata, fatta di successi, riconoscimenti, denaro e opportunità. Una vita che, almeno in apparenza, sembra avvicinarsi a quella che molte persone vorrebbero.
Ma quanto siamo capaci di andare oltre questa rappresentazione?
Chi si interroga sulla persona che esiste dietro l’atleta che scende in campo davanti a cinquantamila spettatori, che compete per una medaglia olimpica, che attraversa in bicicletta le strade di una competizione internazionale o che si confronta con il mondo sui campi da tennis più importanti al mondo?
Chi si domanda quali pensieri accompagnino un gesto, quali paure abitino quel silenzio, quali aspettative o emozioni si nascondano dietro un sorriso? E, soprattutto, chi si concede il tempo di approfondire?
Viviamo in una società che sembra avere sempre più il bisogno di classificare, definire ed etichettare. Diventa molto più semplice formulare un giudizio che coltivare una domanda, è più immediato attribuire una caratteristica che sostare nell’incertezza di ciò che ancora non conosciamo. Con queste modalità, rischiamo di trasformare le persone in definizioni, dimenticando che nessuna etichetta può contenere la complessità e la profondità di un’esistenza. È come recensire un libro dopo aver osservato soltanto la copertina, con la convinzione che il titolo sia sufficiente a dare qualità al contenuto.
La prestazione non esaurisce l’identità dell’atleta, così come un comportamento non basta a definire il valore di una persona. Dietro ogni risultato o prestazione esiste una storia, ma anche dietro ogni errore, ogni assenza, ogni cambiamento, ogni silenzio può esistere una realtà che non conosciamo. È su questo argomento che tornano centrali aspetti come l’empatia o l’intelligenza emotiva, soprattutto come possibilità concrete di avvicinarsi all’esperienza altrui senza pretendere di conoscerla in anticipo. Significa provare a comprendere i vissuti, i bisogni, i desideri, le emozioni senza ridurle a una spiegazione semplice o a un giudizio definitivo, ma soprattutto significa lasciare spazio a una domanda prima di formulare una risposta, a un ascolto prima di un’interpretazione, a una relazione prima di una valutazione.
La questione non è soltanto quanto siamo disposti a parlare di salute mentale nello sport, ma quanto siamo realmente pronti a riconoscere l’umanità di chi lo sport lo pratica. Se chiedessimo agli atleti di essere sempre forti, di trasformare ogni difficoltà in una lezione, ogni sconfitta in un’opportunità e ogni fragilità in qualcosa da superare rapidamente, rischiamo di costruire attorno a loro un’immagine dalla quale diventa difficile sottrarsi. Come se mostrare una paura, attraversare un momento di difficoltà o semplicemente non essere felice significasse tradire le aspettative di chi lo guarda. Ma nessuna medaglia dovrebbe diventare una condizione per essere riconosciuti, così come nessuna sconfitta dovrebbe mettere in discussione il diritto di una persona a essere ascoltata.
Andare oltre l’etichetta significa restituire all’atleta la possibilità di essere, prima di tutto, umano. Una persona che può vincere e soffrire, sentirsi privilegiata e attraversare momenti difficili, desiderare il successo e, talvolta, non sapere più perché lo desidera. Una persona che non deve necessariamente trasformare ogni esperienza in una prestazione, né dimostrare continuamente di meritare il posto che occupa. Ricordarsi semplicemente che, prima del risultato, esiste un essere umano.
La domanda che dovrebbe sorgere prima di tutto è: “Chi è la persona che si trova dietro questa prestazione?” Se imparassimo a dedicare più tempo a questa domanda, scopriremmo molto di più degli atleti che ammiriamo e delle persone che incontriamo ogni giorno. E, soprattutto, contribuiremmo a costruire una cultura nella quale non sia necessario smettere di essere umani per essere considerati campioni, una cultura capace di ricordarci che, prima di ogni atleta, c’è una persona; e che il valore di quella persona non comincia con una vittoria, né termina con una sconfitta.
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