10 Ottobre 2025
A voce è difficile, se non impossibile, raccontare veramente chi è stato e quello che ha fatto. Figuratevi se, in poche righe, si possa riuscire nell’impresa di trasmettere a chi non l’ha vissuto, cosa ha rappresentato Francesco Totti per il popolo romanista e per il calcio italiano.
Amore incondizionato è il concetto che più sintetizza il rapporto tra il “Pupone” e la Roma. Quell’amore che trasmette il marito alla moglie, o un padre e una madre al figlio. Questo è l’esatto emblema di che cosa significasse per Totti vestire la maglia della sua città e della squadra per cui tifava sin da bambino. Quasi 30 lunghi anni di carriera passati a difendere i colori giallorossi, la sua seconda pelle, con la 10 sulle spalle. Con la consapevolezza di aver fatto innamorare tutti gli amanti del calcio, dai più piccoli ai più grandi. E forse aver fatto comprendere veramente a tutti i valori di fedeltà e appartenenza. Perché alla fine i trofei con la Roma contavano di più dei trofei che avrebbe potuto vincere con il Real Madrid dei “Galacticos”.
Gioia, spensieratezza, classe: così si può sintetizzare la carriera calcistica del Capitano con i suoi colori, passando per trofei, notti magiche, l’ovazione del Santiago Bernabeu, rigori calciati in maniera magistrale, reti senza senso, come quella a Marassi nel 2006 contro la Sampdoria, con un sinistro al volo da posizione defilata. Passando per la conquista della Scarpa d’Oro nella stagione 2006/07, alla vittoria del Mondiale in quel di Berlino nel 2006: tutti ricordano quel rigore contro l’Australia nei minuti di recupero che ci ha consegnato i quarti di finale di quel Mondiale. Da pelle d’oca.
Corre la stagione 2000-01: all’ultima giornata Roma e Juventus si contendono lo scudetto, con la squadra nell’altra sponda del Tevere, la Lazio, ormai fuori dai giochi, in un triello durato per quasi tutta la stagione. La squadra giallorossa deve vincere in casa contro il Parma per diventare Campione d’Italia per la terza volta. Negli spalti dell’Olimpico si respira quell’aria tipica delle grandi occasioni: in uno stadio pieno di sciarpe giallorosse e in un frastuono totale, c’è una città completamente in silenzio. Il verdetto finale sta per arrivare.
Totti apre le danze, Montella e Batistuta le chiudono, per il 3-1 finale. Calciatori e l’allenatore Fabio Capello possono festeggiare, la città si tinge di giallo e rosso e si torna a vivere quell’emozione a distanza di 18 lunghi anni. il Capitano può finalmente gioire e dire di avercela fatta. Si tratta del primo scudetto in maglia giallorossa, con la fascia al braccio.
Ancora più bello è stato aver scucito il tricolore dal petto alla Lazio, agli acerrimi nemici. A Roma non c’è più nulla di colore bianco-celeste, ma solo un intero popolo che si è preso una rivincita.
E questo non è l’unico trofeo di questa stagione: la Roma si prende anche la Supercoppa Italiana, rifilando un sonoro 3-0 alla Fiorentina.
Come in tutti i viaggi e le avventure che si rispettino, ci deve essere un momento in cui le cose non vanno come vorremmo. Ma c’è da fare una precisazione: il rapporto tra Francesco Totti e Luciano Spalletti era quasi idilliaco, almeno nella prima esperienza dell’allenatore toscano sulla panchina della Roma. La spaccatura tra Luciano Spalletti e Francesco Totti avviene ad inizio 2016, nella seconda avventura di Spalletti a Roma, quando per motivi disciplinari, l’allenatore giallorosso lo esclude dai convocati per Roma-Palermo. Tutto questo contribuisce ad alimentare la tensione tra i due, fino al definitivo scontro: dopo Atalanta-Roma dell’aprile 2016, i due sfiorano una rissa. La sentenza definitiva è l’esclusione dalla squadra con conseguente tribuna. A Roma cala il gelo.
Per la tifoseria giallorossa, il Pupone non era solamente un giocatore, ma un simbolo, un vanto, quasi una divinità. Inutile dire che la vicenda crea una spaccatura tra supporters giallorossi e l’allenatore, nonostante la Roma navigasse in buone acque in campionato. Per Spalletti, Totti non era più quello di 10 anni prima, ovvero quel giocatore a cui non si poteva rinunciare e che poteva lasciarsi andare a qualche scorribanda. Era un giocatore qualsiasi come gli altri, non più insostituibile. La risposta dei tifosi giallorossi non si fa attendere, con cori di sostegno verso il proprio Capitano e contro il loro stesso allenatore, imputato di aver rovinato la fine della carriera del loro beniamino.
Dichiarazioni al veleno, sia dell’uno che dell’altro. Un rapporto che a Trigoria non verrà mai ricucito.
Solamente così potrei introdurre cosa sia stato quel 28 Maggio 2017, soprattutto per i tifosi giallorossi. Il giorno dell’ultima partita di Francesco Totti davanti alla sua gente, come lui, Romana e Romanista. Su quella panchina c’è ancora Luciano Spalletti, che fa entrare il Capitano nella ripresa per concedergli l’ultima occasione di calpestare quel campo verde, come aveva fatto nei precedenti 35 anni.
La Roma vince per 3-2 allo scadere contro il Genoa, con la qualificazione in Champions League messa in cassaforte. Ma quel giorno questo era in secondo piano. Fine della partita e occhi dritti e fissi sul protagonista della serata. Giro di campo, abbracci, saluti e discorsi finali: scene da lacrime virili, come se una parte di noi ci stesse lasciando, o come se il nostro personaggio preferito di un film scomparisse all’improvviso.
Un pezzo pregiato della storia della Roma stava dicendo basta, mentre noi avremmo voluto ammirarlo di più. Perché esiste una Roma con Totti e senza Totti. E in mezzo a tutti quei cucchiai dal dischetto e a tutte quelle esultanze con il pollice in mezzo alle labbra, troviamo una preghiera: “Non smettere Francé, non smettere mai”.
Da quell’esordio con la Roma, il 28 Marzo 1993 e con la Nazionale, il 10 Ottobre 1998, ne è passato di tempo. Ma ogni partita che Totti giocava sembrava fosse la prima: voleva divertirsi e far divertire, perché il calcio è roba sua. Perché nel calcio non esistono persone uguali a lui. Perché ha messo davanti a tutto la Roma e poi tutto il resto. Il vil denaro non ha vinto. Roma ha vinto. Perché ha buttato 307 volte la palla in rete con quella maglia giallorossa.
Perché qualsiasi lupacchiotto da grande vorrebbe essere come Francesco Totti.

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