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Chivu, erede inatteso: la rivoluzione silenziosa per rilanciare l’Inter

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Calcio, Serie A

Chivu, erede inatteso: la rivoluzione silenziosa per rilanciare l’Inter

Raccogliere l’Inter lo scorso giugno è stato, per Cristian Chivu, un salto nel vuoto fatto con coraggiosa incoscienza. L’Inter non chiama tutti i giorni, e questo non lo nega nessuno. In questo caso, però, il rischio di farsi male era (ed è) vertiginosamente alto. Sei un giovane allenatore con poche panchine nella massima categoria e ti presenti davanti ad un gruppo che ha addosso le macerie di una stagione epica…finita male. Campionato lasciato per strada, Champions persa malamente, Inzaghi con biglietto di sola andata direzione Arabia Saudita. E tifosi completamente disillusi. Un carico di frustrazione che ribolle e ribolle, fino a esondare durante il Mondiale per Club, con la ben nota questione Lautaro–Çalhanoğlu. Chiunque avvertiva l’odore del disastro. Il funerale pubblico dell’Inter non si arrestava. In questo clima, Cristian Chivu ha iniziato il suo lavoro di ricostruzione.

Questione di principi: i diktat di Chivu per una nuova vecchia Inter

Prendiamo la via del campo. Il primo passo di Chivu è stato ripartire dai principi, non dalle macerie. Tatticamente la scelta è stata quindi consentire al gruppo di ripartire attraverso le certezze che in questi ultimi anni hanno dato soddisfazione. La linea difensiva a tre è rimasta il pilastro, così come la ricerca del dominio posizionale, del palleggio pulito e delle uscite codificate dalla prima costruzione (eredità del sistema inzaghiano che funzionava e che era radicato nei giocatori).

Chivu
Cristian Chivu alla guida dell’Inter. Crediti: Fotmob

Qualcuno dirà che così è troppo facile. Intanto, riproporre le dinamiche base di un sistema meccanico consolidato e chirurgico come quello paventato da Simone Inzaghi è molto complesso. In più, il tecnico rumeno non ha rinunciato a marchiare la sua Inter, introducendo innovazioni mirate, essenziali, che hanno modificato il modo in cui la squadra interpreta alcuni momenti della gara. In fase di costruzione ha aumentato la varietà: non più solo lo sviluppo a catena sul lato forte o il consueto movimento forte dei quinti. Chivu chiede maggiore offensività e propensione al tiro ai suoi centrocampisti, foraggia una difesa tanto alta, sostiene una pressione continuativa e un’intensità a doppia conduzione, sia difensiva che offensiva. Nel pressing, l’obiettivo è ottenere maggiore fluidità nei tempi d’uscita, ottimizzando le due fasi. Questo non sempre garantisce densità, ma la tendenza è cercare sempre di produrre gioco, aggredendo alla base e trasformando subito la progressione dell’azione.

Lo sport è (anche) un gioco di testa

Un altro aspetto delicato della gestione Inzaghi era quello dei saliscendi emotivi. Capitava sovente che, nel corso delle partite l’Inter cambiasse faccia due o tre volte: spavalderia, aggressività, poi insicurezza, poi ancora confusione. Chivu sta provando a inserirsi anche in questa logica, per scardinarla e migliorarla. Chiede equilibrio. Non più cambi sistematici al 60′, non più cali di tensione agonistica. L’obiettivo è partire forte e chiudere forte. Questo dovrebbe portare anche a subire di meno, cosa che finora si è vista a targhe alterne. Ma sono comunque pochi mesi di lavoro.

La comunicazione di Chivu: un po’ Mou, un po’ no

Chivu ha già compreso alla perfezione che l’altare mediatico è un territorio che il calcio frequenta più per obbligo che per vocazione, un passaggio necessario per contratto e per esigenze di dialogo. In un panorama dove molti colleghi — anche navigati — prediligono la spettacolarizzazione, usano conferenze e interviste per autocelebrarsi o si rifugiano in una retorica vittimista in cui le colpe sono sempre degli altri e il nemico immaginario è parte integrante del personaggio, l’allenatore rumeno sceglie una via diametralmente opposta.

La comunicazione di Chivu è misurata, asciutta, d’impatto. Poche parole, ma scelte con cura. Talvolta lascia spazio all’autoironia, mai agli alibi. Non elude gli errori quando li riconosce, non si arrampica sulle circostanze, non cerca protagonismo. Per certi versi richiama la retorica mourinhiana. Un’impostazione che, non a caso, ne riflette la formazione. Ma mentre Mourinho ha sempre coltivato una comunicazione “muscolare”, teatrale, costruita per polarizzare l’attenzione e schermare la squadra, Chivu sembra averne reinterpretato il metodo in chiave contemporanea. Nel calcio di oggi, dove i flussi comunicativi sono più veloci, destrutturati e difficili da governare, la vecchia strategia del rumore mediatico funziona meno. Serve una sensibilità diversa, una lettura del contesto più fine.

Chivu
Cristian Chivu. Crediti: Imago

E Chivu, fin dai primi passi, ha dimostrato di possederla. La sua analisi è stata coraggiosa, quasi chirurgica. Ha capito che, per rifondare, la prima mossa doveva essere tecnica e narrativa insieme. Invertire il racconto, ribaltare la percezione. Le parole chiave: processo e certezza. Non una squadra a fine ciclo, sospesa tra un nuovo allenatore, incognite di mercato e un futuro nebuloso. Bensì un gruppo strutturato, reduce da un inciampo fisiologico, ancora dotato della forza e del carattere necessari per ripartire dal vertice. Ovviamente, il campo lo ha aiutato. Ma entrare nella testa dei giocatori, restituire fiducia a un ambiente scosso e mantenere una linea comunicativa così salda e coerente è stato un primo passo decisivo. Una base su cui costruire identità, risultati e — soprattutto — una nuova credibilità.

Futuri scenari

Il risultato di questi elementi è una squadra che ha evoluto la sua identità. Non è più l’Inter di Inzaghi, non è ancora completamente l’Inter di Chivu. È un organismo in transizione, ma sorprendentemente stabile per un gruppo che pochi mesi fa sembrava andare in frantumi. Il merito sta nella chiarezza del metodo: conservare ciò che è solido, correggere ciò che è fragile, innovare ciò che manca. Il resto l’ha fatto il campo. E la capacità, quasi inattesa, di un allenatore giovane che si è trovato tra le mani un ordigno emotivo e tattico pronto ad esplodere — e che invece è riuscito a compattare il tutto fino a trasformarlo in una leva per ripartire.

Autore

  • Classe 1998, laureato in Lettere Moderne. Ho maturato esperienze di scrittura per diversi siti web, trattando sport, cultura e tradizioni popolari. Attualmente affianco la mia passione per la penna alla professione d'archivio presso la Camera di Commercio di Milano. Per Fuori dal Gioco racconto lo sport alternando la mia lente analitica alla mia vena romantica. Mediante analisi, approfondimenti, excursus su giocatori e grandi eventi e commenti dei match cerco di dare strumenti di riflessione e intrattenimento a chi quotidianamente ci legge.

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