16 Aprile 2025
Kareem Abdul Jabbar è stato uno dei migliori centri della storia del basket americano e non solo. Detentore del record di punti segnati in NBA fino al 7 aprile del 2023 , quando Lebron lo superò. “The Tower of Power” ha reso celebre un tiro denominato in seguito gancio cielo con cui riusciva ad eludere la verticalità delle braccia di chi lo marcava.
Kareem Abdul Jabbar, conosciuto prima come Lew Alcindor, venne scelto con la prima scelta assoluta nel draft del 1969 dai Milwaukee Bucks. Il suo approdo nella NBA fu di un giocatore predestinato per dominare da ogni lato del campo. La sua altezza mischiata alla sua tecnica sopraffina gli permise di vincere subito il ROTY e l’anno successivo l’anello coi Bucks. Per la franchigia fu il primo titolo nazionale. (Per una nuova vittoria Bucks bisogna aspettare l’arrivo di Giannis).
Nel 1975 fu scambiato ai Los Angeles Lakers. Rivinse l’mvp per due anni, prima di aspettare Magic Johnson per lo “Showtime” gialloviola a cavallo degli anni ottanta.
Per quattro decenni è stato il miglior marcatore NBA con 38.387 punti.
Una piccola curiosità. Abbiamo detto prima che il nome di Kareem arriva solo in un secondo momento nella vita del centro ex Lakers. Nel 1971 si convertì all’Islam e cambiò il suo nome da Lew Alcindor a Kareem Abdul Jabbar.
KAJ ha ricevuto nella sua carriera immensi riconoscimenti per le sue attività extra campo a favore della popolazione afroamericana. Nel 2016 il presidente Obama gli consegna alla casa bianca la medaglia per la libertà.


Kareem era un giocatore così forte e talmente straordinario che i suoi famosi occhiali erano ormai parte integrante dell’atleta. La leggenda vuole che Abdul-Jabbar iniziò a portare gli occhiali già in NCAA per proteggersi dai numerosi falli che subiva nel pitturato. Al college subì un colpo all’occhio che gli fece saltare quelle poche partite del campionato. La sua prima lesione corneale la ebbe nel 1974 ai Bucks durante una partita amichevole con i Boston. Nelson lo colpì con un dito direttamente all’occhio e gli creò quasi un distaccamento completo della cornea.
Dopo 14 partite saltate il centro tornò contro New York. Vinse la partita grazie ai suoi tiri con il gancio cielo e con un paio di occhiali nuovi di zecca.
Nel post partita Kareem dichiarò di voler cambiare occhiali perché quelli utilizzati contro i Knicks non gli permettevano una visione periferica.
I nuovi occhiali di Jabbar divennero così il simbolo del cestista.
Difatti, nella sua partita di addio ai Lakers, tutti i suoi compagni per omaggiarlo indossarono una copia dei suoi occhiali.
Quando Magic Johnson entrò nella NBA nel 1979, portava con sé un’energia contagiosa, un sorriso disarmante e un talento visionario che prometteva di cambiare il gioco. Ad aspettarlo, ai Los Angeles Lakers, c’era già una leggenda vivente: Kareem Abdul-Jabbar, il centro silenzioso e imperturbabile che aveva dominato la lega con il suo elegante e inarrestabile “sky hook”(g ancio cielo).
All’apparenza, i due erano mondi opposti: uno giovane, estroverso, carismatico, l’altro maturo, introspettivo, con una presenza quasi ascetica. Ma fu proprio questa dualità a trasformarsi in armonia. La loro intesa, costruita su rispetto reciproco e una profonda comprensione del gioco, divenne il cuore pulsante della “Showtime Era”.
Magic sapeva dove avrebbe voluto il pallone Kareem ancora prima che lui lo chiedesse, e Kareem rispondeva con la consueta precisione, mettendo a segno canestro dopo canestro. Non era solo una partnership tecnica, era una danza tra generazioni, un passaggio del testimone che non segnava la fine di un’epoca, ma l’inizio di una nuova leggenda condivisa. Insieme hanno sollevato cinque trofei NBA, ma forse l’eredità più profonda che hanno lasciato è quella di un’amicizia vera, cementata da momenti di gloria e di lotta, e da un rispetto che ha superato le pressioni del successo e della celebrità.


Il record di punti segnati da Kareem Abdul-Jabbar – 38.387 – è stato per quasi 40 anni una vetta apparentemente irraggiungibile. Ogni generazione di tifosi l’ha guardato come un monumento intoccabile, un numero scolpito nel marmo della storia della NBA. Kareem non era solo prolifico, era costante, disciplinato, incredibilmente longevo.
Anno dopo anno, con metodo e grazia, ha costruito quel primato come un artigiano paziente, senza mai cercare riflettori, ma lasciando che fossero i risultati a parlare. Quando, nel febbraio del 2023, LeBron James ha superato quel totale, il mondo del basket si è fermato a guardare: non solo per celebrare un nuovo re, ma per onorare il gigante sulle cui spalle anche LeBron si è appoggiato.
Con grande umiltà, Kareem era lì, pronto a passare simbolicamente la torcia, dimostrando ancora una volta la sua grandezza d’animo. Ma se il numero è stato superato, l’impronta che ha lasciato Kareem nel gioco resta immutata. La sua carriera non è solo una serie di statistiche impressionanti, ma una lezione vivente di impegno, eleganza e impatto sociale. Ancora oggi, è un faro per chi vede nel basket non solo uno sport, ma una via per ispirare, educare e cambiare il mondo.
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