28 Ottobre 2026
La Formula 1 contemporanea è una macchina perfetta per fare soldi e offrire spettacolo a discapito del racing puro. Tra la favola del budget cap, le hospitality esclusive, gli influencer e Gran Premi da red carpet come Las Vegas, lo sport si è trasformato in un colosso dell’intrattenimento globale, confezionato a regola d’arte con la precisione di una multinazionale della Silicon Valley.
Eppure, sotto questa superficie scintillante, una domanda affiora inevitabilmente: chi ha costruito tutto questo? Certamente non un comitato d’affari o un fondo d’investimento, ma un uomo solo, minuto, con gli occhiali scuri perennemente piantati sul viso, dotato di una tempra feroce e un fiuto per gli affari ineguagliabile. Bernard Charles Ecclestone, per tutti, semplicemente Bernie.
Ma prima di diventare il campione dei diritti televisivi e l’arbitro supremo della F1, Ecclestone è stato prima di tutto un rude uomo di pista. E in occasione dei suoi 96 anni, ripercorreremo quello che è stato il percorso che l’ha portato al vertice della competizione motoristica più iconica la mondo.
Nato nel Suffolk nel 1930, Bernie Ecclestone abbandona la scuola a sedici anni, la sua passione per i motori si intravede sin da subito. Infatti, inizia commerciando moto usate, da lì prova la strada della pista, in Formula 3, finché un grave incidente a Brands Hatch non chiude le sue ambizioni da pilota. Non aveva il talento di Fangio o Clark, ma possedeva una qualità rara: aveva capito che il motorsport non viveva solo di oggetti metallici guidati da dei pazzi a duecento km orari, ma di capitali, contatti e politica.
Prima di costruire il suo impero, tuttavia, Benie sperimenta il lato più crudele e viscerale del motorsport. Dopo la morte di Stuart Lewis-Evans nel 1958, stringe un sodalizio con il talento austriaco Jochen Rindt.
Il 5 settembre 1970, a Monza, Rindt perde però la vita durante le prove, conquistando l’unico titolo mondiale postumo della storia. Per Bernie è un trauma formativo indelebile che lo segnerà per sempre. Quella F1 era completamente diversa da quella attuale, in cui il rischio di morire si è ridotto notevolmente grazie agli enormi passi avanti fatti dalla tecnologia. Lui ha conosciuto la F1 quando il pericolo di morire era una presenza reale, quotidiana per i piloti.
Nel 1972 compra la Brabham, la storica scuderia fondata da Sir Jack. Questo gli permette di entrare nella F1 non da investitore esterno, ma di respirare l’aria del box, soffrendo con i meccanici e lottando per i titoli mondiali. Sotto la sua gestione, la Brabham lanciò la carriera del brillante ingegnere Gordon Murray, autore della famosa BT46 guidata da Lauda, e delle monoposto campioni del mondo nel 1981 e 1983, motorizzate BMW e guidate da Nelson Piquet.

È in questa F1 di fango e benzina che si colloca un episodio emblematico: il Gran Premio d’Austria del 1975 all’Österreichring. Un weekend drammatico, segnato dalla morte di Mark Donohue e sferzato da un nubifragio torrenziale.
Mentre la pista diventa un fiume in piena, un giovanissimo Luca Cordero di Montezemolo, allora DS Ferrari, spinge per fermare le vetture arrivando a minacciare il ritiro. Dall’altra parte c’è proprio un infuriato Bernie Ecclestone, già figura di riferimento tra i costruttori. La gara viene interrotta, un episodio che mostra come, in quell’epoca, chi gestiva lo sport si confrontava direttamente con la pioggia e la paura, sapendo che a volte lo spettacolo doveva cedere il passo al buonsenso e alla vita.
Quel “garagista”, tuttavia, intuisce prima di chiunque altro che la F1 non poteva restare a lungo un brand disorganizzato per gentlemen driver.
Negli anni Settanta il potere era frammentato: i circuiti organizzavano le gare a modo loro, la federazione dettava le regole e le squadre sostenevano costi enormi rimanendo alla mercé degli sponsor. Bernie capisce che le scuderie, se prese singolarmente, sono deboli; ma se unite in un blocco compatto, diventano le vere protagoniste su cui far girare tutto.
Entra così nella FOCA (Formula One Constructors Association) fino a diventarne l’uomo guida, scatenando la famosissima guerra politica e commerciale contro la FISA, il braccio sportivo della FIA. Il punto di svolta arriva nel 1981 con il primo Patto della Concordia. È il capolavoro politico di Ecclestone: un accordo storico che strappa la gestione dei diritti commerciali e televisivi alle istituzioni per consegnarla nelle mani della FOCA (ovvero le squadre guidate da Bernie).
Bernie intuisce che questo poteva diventare una vera miniera d’oro. Infatti, cosa fa? Decide non di vendere la singola gara, ma di vendere l’intero campionato alle televisioni.
Da quel momento la metamorfosi è inarrestabile. Trasforma la F1 in un format globale unico, venduto a peso d’oro alle emittenti di tutto il mondo.
Inventa il Paddock Club, la pit lane diviene un tempio del business per milionari e sponsor, unendo la velocità al lusso sfrenato. Infine, decide di portare la F1 dove i soldi si fondono con il petrolio. Bahrain, Abu Dhabi sono un esempio, ma anche Singapore e Cina diventano posti in cui esportare il prodotto F1. Il tutto senza esitare a mettere da parte storici tracciati europei, in quanto questi non garantivano le altissime fee d’ingresso.

Il suo cinismo crea un sistema fortemente iniquo, che arricchisce i top team perché più attraenti per sponsor e investitori e soffoca le piccole scuderie sempre più deboli difronte ai costi di gestione. Ma questo a Bernie non interessava, lui voleva solo il controllo totale del business.
Attenzione però questo sistema non è nato dal nulla, infatti ogni sua mossa partiva da una conoscenza capillare del sistema che controllava e lo portava a monetizzare il più possibile. In poche parole, Bernie sapeva cosa cercava il pubblico, le scuderie e gli investitori e lui, semplicemente, glielo dava.
Nel 2017 il passaggio di consegne a Liberty Media estromette definitivamente la vecchia volpe della F1. I nuovi padroni americani spingono il modello verso l’entertainment duro e puro. La stategia è chiara: uso smodato dei social network, la serie Netflix Drive to Survive e show in stile Super Bowl per conquistare il pubblico giovanile e il mercato USA, allontanando sempre di più il motorsport dalla sua essenza.
Ed è qui che nasce il paradosso. Oggi molti tifosi rimpiangono Ecclestone, vedendolo quasi come il custode di una Formula 1 più “pura”. Ma è una nostalgia contraddittoria, perchè fu proprio lui il primo a trasformare questo sport in merce globale ed a svendere la tradizione per il profitto.
La differenza reale sta altrove. Bernie Ecclestone era un cinico affarista, ma sapeva che profumo avesse un box di F1, l’asfalto bagnato e quelli che erano i sentimenti, le difficoltà e il volere dei piloti.
Sebbene diluita, l’essenza del motorsport continuava a vivere, gli scontri tra piloti, le battaglie in pista, le innovazioni tecniche erano tutte pensate per permettere agli addetti ai lavori di sentirsi i veri protagonisti del sistema F1, nonostante lo spettacolo.
Sicuramente la Formula 1 odierna è immensamente più sicura, ricca e patinata, ma è più lontana dal volere dei piloti e il regolamento 2026 ne è la prova. La grande sfida della F1 oggi è quella di non smarrire la propria anima, ricordando che dietro ai red carpet, agli influencer e ai bilanci di Wall Street, il cuore pulsante dell’impero rimane pur sempre la pista, la griglia di partenza quando i semafori si spengono, i piloti abbassano la visiera, accendono il motore e lì inizia il sogno di una vita.
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