02 Settembre 2026
La stagione tennistica si appresta a chiudere i battenti sugli Slam e lo fa da Flushing Meadows con l’ultima grande delizia in programma: lo US Open. Il torneo americano è il punto finale della stagione Major, quello che si gioca sul cemento di New York tra la fine di agosto e la prima metà di settembre. Superficie rapida, partite spesso condizionate dal caldo e dall’umidità, sessioni serali, pubblico americano incandescente e spesso ai limiti del consentito, fanno di Flushing Meadows una competizione diversa anche per chi il cemento lo conosce meglio di tutti.
Quest’anno la sensazione di epilogo è accompagnata da una domanda insistente: chi porterà a casa il trofeo? Jannik Sinner, lo sappiamo, è il grande assente. Un problema al ginocchio lo ha costretto ai box. La sua “nemesi” tennistica, invece, vive una situazione diametralmente opposta. Carlos Alcaraz, i cui favori del pronostico rimangono secondo alcuni ancora integri, è stato lontano dai campi per circa cinque mesi a causa di un problema al polso. Ha cominciato la difesa del titolo battendo Roman Safiullin con un triplo 6-4. Il risultato dice poco della particolarità della situazione, ma l’elemento positivo è il non aver accusato particolari problemi fisici, che era probabilmente anche la notizia più attesa. Lo stesso Alcaraz ha ammesso di essere arrivato al match nervoso e di aver avuto bisogno di tempo per ritrovare le sensazioni della competizione.
Il punto è capire quanto rapidamente Alcaraz possa tornare ad avere ritmo. Il tennis dello spagnolo vive di variazioni, accelerazioni, cambi di direzione. È un gioco che beneficia enormemente della continuità agonistica. Resta da capire se i pochi incontri che metterà in cascina saranno sufficienti a fargli ritrovare un livello tale da poter gestire le eventuali fasi finali. E il tabellone non gli concede necessariamente il tempo di aspettare. Se tutto dovesse seguire le teste di serie, Alcaraz potrebbe trovare Ben Shelton nei quarti di finale. Lo statunitense arriva dopo un’estate sul cemento estremamente convincente e con il beneficio del fattore casalingo.
A proposito di idoli di casa, un americano non vince lo US Open da 23 anni. L’ultimo a riuscirci fu Andy Roddick nel 2003. Nel roster USA, il candidato più promettente è proprio Shelton. Ben ha difeso il titolo a Montreal, diventando il primo uomo dopo Rafael Nadal nel 2018-19 a vincere il torneo canadese per due anni consecutivi. Inoltre, il suo stile si sposa perfettamente con il veloce. Ma non è l’unico a portare avanti il peso della missione. Il tennis americano, infatti, gode di una buona salute in questo momento storico tra grandi certezze e nuovi innesti. Taylor Fritz, che una finale sull’Arthur Ashe l’ha disputata (e persa, contro Sinner) ha vinto a Washington e ha raggiunto i quarti a Cincinnati.

Brandon Nakashima ha vissuto un’estate americana straripante, raggiungendo la finale a Montreal e le semifinali sia a Washington sia a Cincinnati. Poi c’è Frances Tiafoe, arrivato in finale a Cincinnati. Gli americani hanno buone possibilità di scalare il tabellone: è ipotizzabile che un paio di loro possa raggiungere i quarti. Nel caso di Tiafoe, la clamorosa eliminazione di Djokovic contro Navone, potrebbe permettergli di sognare addirittura un pass per la semifinale. Sulla carta, l’avversario più ostico è Daniil Medvedev, già campione qui ma costantemente impelagato coi suoi demoni. Può essere un’insidia, può essere un flop.
Ci sono giocatori che, per indole, possono essere sorprese per gli altri o problemi per loro stessi. Medvedev non è il solo, anzi, è accompagnato da un parterre illustre. Stefanos Tsitsipas, ad esempio, ha portato in cassa un risultato che merita di essere letto con attenzione. Non perché abbia semplicemente eliminato Arthur Fils, ma perché lo ha fatto dopo essere stato sotto 6-4, 5-2. Il francese arrivava a New York con il miglior biglietto da visita possibile: sei vittorie consecutive e il primo Masters 1000 della carriera conquistato a Cincinnati appena otto giorni prima. Era salito al numero 11 del mondo e aveva il numero 10 del seeding. Tsitsipas, invece, per la prima volta in carriera affrontava lo US Open da non testa di serie, dopo essere scivolato fuori dalla Top 50 nel corso della stagione.

Alla fine ha vinto il greco: 4-6, 7-6(3), 6-1, 6-4. E lo ha fatto producendo 50 vincenti contro i 38 di Fils. È una vittoria che può essere letta in due modi. Il primo è immediato: Tsitsipas ha ancora il tennis per battere un giocatore in piena ascesa quando riesce a portare la partita sul terreno dell’aggressività, soprattutto con il dritto e la capacità di prendere campo. Il secondo è più interessante: quanto durerà? Perché Tsitsipas è stato spesso questo negli ultimi anni. Capace di produrre picchi che ricordano il giocatore arrivato al numero 3 del mondo e in due finali Slam, ma incapace di trasformarli in continuità. Il 2026 lo ha visto scendere fino al numero 80 prima di risalire al 53. A luglio ha vinto a Gstaad, il primo titolo dopo 16 mesi.
A New York è arrivata anche una modifica importante nel suo angolo, che potrebbe essere letta in chiave positiva. Dopo la separazione definitiva dal padre Apostolos, Tsitsipas ha costruito un nuovo gruppo di lavoro con Thomas Perrin e Patrick Mouratoglou. Il francese, già legato al greco da oltre un decennio attraverso la propria Academy e in passato suo consulente, è tornato concretamente nel box a New York. Tsitsipas ha spiegato di aver ritrovato soprattutto tranquillità e confini più chiari all’interno del proprio team.
Dopo il forfait di Joao Fonseca e l’eliminazione di Fils, la Next Gen ha una rappresentanza meno uniforme di quanto si sarebbe potuto pensare alla vigilia. Il nome da seguire è indiscutibilmente Rafael Jódar. A 19 anni, lo spagnolo è passato in meno di un anno da una posizione fuori dalla Top 500 alla Top 15 e ha raggiunto a Montreal la sua prima semifinale in un Masters 1000. Due anni prima aveva vinto proprio a New York il titolo junior. L’ATP lo descrive come uno dei casi di crescita più rapida della stagione, e non è soltanto una definizione giornalistica: Jódar ha già iniziato a frequentare regolarmente le fasi avanzate dei tornei maggiori.
Di Zverev c’è sempre poco da dire. E non è un male. C’è poco da dire perché è un giocatore incredibilmente costante. I posizionamenti nei tornei e in classifica parlano chiaro. Purtroppo per lui, ha dovuto misurarsi con un’era dominata da due giocatori tecnicamente superiori. Quest’anno a Parigi è stato incoronato campione Slam, superando in finale Flavio Cobolli. Ha poi raggiunto la finale anche a Wimbledon, perdendo da Sinner. Il suo bilancio Slam stagionale è di 18 vittorie e appena 2 sconfitte. A New York parte da testa di serie numero uno e inaugura il torneo contro Lorenzo Sonego. È probabilmente il favorito meno appariscente e, proprio per questo, uno dei più concreti.
Anche molti italiani hanno avviato la loro personale corsa all’oro. Nella giornata di ieri è stata la volta di Flavio Cobolli, che dopo due set da brividi contro Comesana, è riuscito a risalire la china, rimontare e chiudere al quinto. Hann vinto agilmente anche Berrettini (che ha posto fine alla carriera Slam di Wawrinka), Bellucci e Musetti. Al quinto viene invece eliminato Lorenzo Sonego, contro Zverev. Una prestazione maiuscola, che lo aveva issato prima 2-1 di set e poi a due punti dal successo sul 5-4 30-30 del quarto, servizio Sascha. Il tedesco ribadisce una solidità mentale acquisita non da poco. Probabilmente non molto tempo fa non sarebbe riuscito a venirne a capo.
Tornando sui nostri binari, con l’assenza di Sinner, è sulle spalle di Flavio che ricade il peso della responsabilità. Il romano può fare bene e ha le carte in regola per condurre un torneo di buon livello, specialmente con il grado di fiducia e il bagaglio tecnico attuali. Ma occhio anche a Berrettini: quando sta bene, è il solito martello.
L’aspetto più interessante di questo US Open è che forse ci ridarà il brivido dell’imprevedibilità. Per una volta, il favorito deve dimostrare di esserlo durante il torneo e non per via dello status. E a New York, dove il cemento può trasformare una buona giornata in una corsa lunga due settimane, è una differenza tutt’altro che marginale.
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