23 Settembre 2026
«La perfezione è impossibile. Ma se insegui la perfezione, puoi raggiungere l’eccellenza». La frase è di Vince Lombardi, leggendario allenatore di football americano dei Green Bay Packers. Potrebbe sembrare una delle tante citazioni sportive buone per accompagnare la carriera di un campione. Nel caso di Roger Federer, però, sembra quasi una didascalia.
Perché il tennis dello svizzero è stato, per più di vent’anni, una continua ricerca della soluzione migliore. Il movimento del servizio, il dritto, quel rovescio a una mano diventato un marchio di fabbrica, la capacità di anticipare la palla e di togliere tempo all’avversario. Tutto sembrava naturale perché Federer ha dedicato una vita a rendere semplici anche le cose più difficili.
Il 23 settembre 2022, alla Laver Cup di Londra, Federer ha giocato l’ultima partita della sua carriera in doppio insieme a Rafael Nadal. Hanno perso contro Jack Sock e Frances Tiafoe. Il risultato, però, è passato in secondo piano perché quel venerdì sera si chiudeva la carriera di uno dei tennisti più forti di sempre. Il tennista migliore di sempre, secondo alcuni.
Per arrivarci, però, Roger aveva dovuto cominciare molto prima. E non era stato esattamente il bambino modello che ci si potrebbe aspettare.
Basilea, Tennisclub Old Boys: è qui che tutto comincia. Federer ha otto anni quando inizia a frequentare il circolo, e da subito si vede che il talento non è la sola cosa fuori dal comune in lui. C’è anche un temperamento vivace, a tratti indisciplinato, che mal si concilia con l’attesa forzata di un match.
Durante un incontro, annoiato dal proprio turno che tarda ad arrivare, il piccolo Roger decide di arrampicarsi su un albero e sparire tra i rami. I genitori lo cercano senza trovarlo. A raccontare l’episodio è stata Madeleine Bärlocher, una delle sue prime allenatrici. Quel ragazzino aveva un dono, ma anche un carattere difficile da tenere a bada. Il Federer adulto avrebbe costruito gran parte della propria grandezza proprio lì, nella capacità di imbrigliare quelle emozioni.
Ad affinare quello sguardo contribuì la possibilità di vedere da vicino i campioni del circuito. Nel 1993 e nel 1994, a 12-13 anni, fu ball boy agli Swiss Indoors di Basilea. Nel 1993 raccolse le palline nella finale tra Michael Stich e Stefan Edberg, vinta dal tedesco in quattro set. Al termine del match, fu proprio Stich a consegnargli la medaglia destinata ai raccattapalle. Anni dopo avrebbe raccontato quanto quell’esperienza fosse stata determinante per la sua crescita. Osservava come i campioni si preparavano, come gestivano la pressione, persino come affrontavano la fatica.

Era ancora un ragazzino a bordo campo, intento a raccogliere palline per quei campioni che ammirava da vicino. Di lì a qualche anno, però, sarebbe stato lui uno dei protagonisti destinati a cambiare per sempre il tennis.
Federer arriva tra i professionisti sul finire degli anni Novanta. Il talento è lampante, la continuità no – è fisiologico che sia così. Ma il ragazzo di Basilea comincia intanto a capire di poter reggere quel livello.
La svolta porta la data di Wimbledon 2001. Agli ottavi di finale lo attende Pete Sampras, il campione che Federer aveva ammirato in televisione da bambino e che sull’erba londinese aveva già vinto sette volte. Lo svizzero ha diciannove anni e per la prima volta calca il Centre Court. La partita si chiude con una vittoria in cinque set – 7-6, 5-7, 6-4, 6-7, 7-5 – che resta uno dei fotogrammi più significativi della sua carriera, oltre che l’unico confronto ufficiale mai giocato fra i due.
Fu un passaggio di consegne solo simbolico, eppure indimenticabile. Sampras aveva dominato Wimbledon, Federer avrebbe fatto ancora meglio. Nel 2003 arriva il primo titolo ai Championships, nel 2004 la tripletta Australian Open-Wimbledon-US Open: è l’inizio di un dominio che, con poche eccezioni, avrebbe segnato il tennis maschile per quasi un decennio. Dal 2 febbraio 2004 al 17 agosto 2008 Federer resta numero uno del mondo per 237 settimane consecutive – record assoluto di continuità in vetta al ranking, che forse un giorno il nostro Jannik Sinner proverà a guardare da vicino.

Dietro il campione c’è una figura che ha avuto un peso decisivo nella sua formazione. Si tratta di Peter Carter, il tecnico australiano che arriva al Tennisclub Old Boys quando Federer è ancora un ragazzino e diventa uno dei riferimenti del suo percorso. È anche (e soprattutto) grazie a lui che lo svizzero comincia a dare forma a quella tecnica e a quel modo di stare in campo che, negli anni successivi, diventeranno il suo marchio di fabbrica.
Nel 2002 Carter muore in un incidente stradale in Sudafrica, durante il viaggio di nozze. Federer ha poco più di vent’anni. Un anno più tardi vincerà il suo primo Wimbledon. Negli anni a venire tornerà più volte a parlare di Carter e del ruolo che ebbe nella sua crescita, e farà sempre fatica a trattenere le lacrime quando ne evocherà la figura. È uno dei legami che meglio raccontano quanto il suo percorso sia stato plasmato anche dalle persone incrociate prima dei grandi trofei.
Poi arrivano gli anni in cui Federer sembra giocare un altro sport. Dal 2004 al 2007 vince 11 Slam su 16; tra Wimbledon 2004 e Australian Open 2010 raggiunge la semifinale in 23 tornei dello Slam consecutivi, un’altra striscia che nessun uomo è più riuscito a eguagliare. Nel mezzo, le rivalità con Nadal e Djokovic, le cinque vittorie di fila agli US Open, gli otto Wimbledon, la finale persa a Parigi contro Nadal e quella del 2008 a Londra, una delle partite più ricordate nella storia del torneo. Federer continua a vincere anche quando il tennis attorno a lui muta pelle – ed è proprio questa capacità di adattarsi uno dei tratti più affascinanti della sua parabola.
Nel 2016 il ginocchio destro lo ferma per la prima volta a lungo: l’operazione lo tiene fuori per il resto della stagione. Quando torna, nel 2017, sembra che il tempo abbia fatto un passo indietro apposta per lui. Federer vince gli Australian Open battendo Nadal in finale e torna a conquistare Wimbledon senza perdere un set. A Melbourne, nel 2018, arriva il ventesimo Slam. Sarà l’ultimo.
Il corpo, intanto, presenta il conto di una lunghissima carriera. Nel 2020 arriva una nuova operazione al ginocchio, e il rientro si fa sempre più complicato. Nel 2021 Federer gioca ancora Wimbledon, raggiunge i quarti di finale, poi si ferma di nuovo: la partita contro Hubert Hurkacz, persa 6-3, 7-6, 6-0, resta l’ultima giocata da Federer in singolare in uno Slam.

La decisione definitiva arriva l’anno seguente. Il ginocchio non permette più di sostenere il livello necessario per continuare. Il 23 settembre 2022, alla Laver Cup, Federer torna in campo per l’ultima volta, con Nadal al suo fianco. La coppia – come già accennato – perde il doppio contro Sock e Tiafoe, ma il punteggio, quella sera, conta poco. Federer piange, Nadal piange, e sugli spalti piange anche chi per vent’anni ha seguito una carriera che sembrava non dover finire mai.
Il tennis di Federer ha lasciato in eredità anche un gesto che oggi rischia di diventare presto un ricordo. Il rovescio a una mano, elegante, tecnico, sempre più raro sui campi del circuito. Federer lo aveva trasformato in uno dei suoi marchi di fabbrica, combinando precisione, varietà e capacità di anticipare la palla. Nel 2026, la sua progressiva scomparsa dal tennis d’élite è diventata ancora più evidente.
Agli US Open di quest’anno, infatti, la sconfitta ai quarti di finale di Stefanos Tsitsipas contro Ben Shelton ha chiuso una striscia lunga 149 anni: per la prima volta dal 1877, nessun giocatore con il rovescio a una mano ha raggiunto una semifinale Slam nel corso dell’anno. Oggi quel colpo appartiene soltanto a una piccola minoranza del circuito. Restano interpreti come Lorenzo Musetti, Denis Shapovalov e lo stesso Tsitsipas. E fino a poche settimane fa c’era ancora Stan Wawrinka, arrivato a 41 anni prima di giocare agli US Open il suo ultimo torneo dello Slam.
Wawrinka e Federer hanno condiviso molto più di un colpo: sono stati compagni nella vittoria olimpica in doppio a Pechino 2008 e nella Coppa Davis del 2014. Wawrinka ha costruito una carriera da tre Slam, spesso sotto l’ombra ingombrante del connazionale; Federer, invece, è diventato uno dei simboli del tennis proprio grazie a quella combinazione di tecnica, continuità e ricerca della perfezione.
Dopo il ritiro, tornato una volta a Wimbledon, Federer si è persino visto negare l’ingresso perché sprovvisto della Membership Card. Una situazione risolta solo quando un altro addetto alla sicurezza lo ha riconosciuto. Una scena molto meno perfetta di quelle a cui ci aveva abituati. E forse, proprio per questo, un buon (ultimo) aneddoto per ricordarlo.
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