03 Ottobre 2025
Un bacio imposto, in mondovisione. Quando Luis Rubiales afferrò la testa di Jennifer Hermoso, dopo la finale dei Mondiali di calcio femminili 2023, la scena divenne istantaneamente icona e denuncia. Non era un gesto di affetto, ma l’affermazione di un potere maschile che pretendeva spazio sul corpo di una donna. Un corpo che, in quell’istante, smetteva di essere soltanto protagonista di un trionfo sportivo e tornava a essere terreno di possesso, di dominio.
Non è un episodio isolato. Ogni volta che lo sport mette in scena il corpo delle donne, non lo fa mai in modo neutrale. C’è sempre uno sguardo esterno che lo giudica, lo disciplina, lo norma. E dietro quel corpo in movimento si agitano forze sociali, culturali e politiche molto più grandi di una partita o di una medaglia.

Le atlete norvegesi di beach handball, nel 2021, si presentarono in pantaloncini invece che in bikini. Per la Federazione era una violazione del regolamento: multa immediata, 1.500 euro complessivi. Per loro, invece, era una questione di dignità, di libertà di scegliere come competere. Il clamore fu tale che, dal gennaio 2022, la regola è stata modificata. Non servivano più i bikini obbligatori, bastavano shorts aderenti. Una vittoria simbolica, certo, ma rivelatrice: perché mai il corpo femminile doveva rimanere esposto più di quello maschile?
L’ossessione per l’uniforme non è mai solo estetica. Lo sa bene Serena Williams, quando al Roland Garros del 2018 scese in campo con un catsuit nero ideato per motivi medici, per aiutare la circolazione sanguigna dopo un parto difficile. Per lei, era un abito funzionale alla salute. Per il presidente della Federazione francese di tennis, Bernard Giudicelli, “un outfit che non rispettava il gioco”. Tradotto: il corpo femminile può esprimersi, ma solo entro i confini decisi da altri.
E poi c’è la disciplina invisibile, quella che non riguarda tessuti ma ormoni. Atlete con livelli di testosterone naturalmente più alti, come Caster Semenya, vengono sottoposte a test, esclusioni, terapie forzate. La scienza è controversa, è vero. Gli studi sono contestati, sicuramente. Ma il principio resta lo stesso: il corpo femminile è continuamente sorvegliato, misurato, normalizzato.
Dietro le luci delle telecamere, ci sono storie ancora più dure. Negli Stati Uniti, la National Women’s Soccer League è stata travolta da uno scandalo sistemico: abusi sessuali, molestie, culture tossiche negli spogliatoi, allenatori licenziati e poi assunti altrove. Dopo anni di denunce, la Lega ha accettato nel 2025 un accordo da 5 milioni di dollari per risarcire le giocatrici coinvolte. Una cifra che dice molto: non solo dei danni inflitti, ma dell’omertà che ha permesso a quegli abusi di durare così a lungo.
Ma il caso più emblematico resta quello della ginnastica statunitense, con Larry Nassar, il medico federale condannato per aver abusato di centinaia di ginnaste. Una ferita ancora aperta nello sport americano, che ha mostrato come i corpi delle atlete possano diventare ostaggi di istituzioni più interessate a medaglie e sponsor che alla sicurezza delle persone.
E anche da noi le ombre sono fitte. Nel 2022, diverse ex ginnaste ritmiche, tra cui Nina Corradini e Anna Basta, due delle “Farfalle”, denunciarono abusi psicologici, body-shaming, umiliazioni legate al peso. Raccontarono di essere state chiamate “maialine”, di privazioni alimentari, di controlli ossessivi. Un dossier di oltre 190 testimonianze, raccolte dall’inchiesta “Ali spezzate”, dipingeva un quadro inquietante: bambine e adolescenti costrette a piegarsi a un’idea di perfezione estetica tra privazioni, punizioni e isolamento.
Il caso arrivò in procura, travolgendo anche la direttrice tecnica della nazionale, Emanuela Maccarani, poi sospesa. In parallelo, emerse la vicenda di Alice Taglietti, 17 anni, che denunciò episodi di maltrattamento fisico e psicologico da parte della sua allenatrice. Oggi Alice è tornata a gareggiare, ha vinto un titolo italiano, e nelle interviste racconta il sollievo di aver ritrovato “la felicità nell’allenarsi”. Ma la sua storia resta simbolo di quanto sia fragile il confine tra disciplina e abuso, tra allenamento e violenza.

Ma non c’è solo il dolore degli abusi. C’è anche la sessualizzazione quotidiana, lo sguardo che trasforma l’atleta in oggetto estetico prima che in professionista. Le telecamere che insistono su certe inquadrature, gli sponsor che spingono per look “femminili”, i commenti social che non parlano di gol, schiacciate o medaglie, ma di fisico e bellezza.
Il calcio femminile è arrivato tardi al professionismo, in Italia: solo nel 2022 è stato riconosciuto ufficialmente. Un passo enorme, ma ancora oggi il divario con gli uomini è abissale: stipendi minimi, visibilità ridotta, sponsor timidi. Eppure, quando le Azzurre scendono in campo, l’attenzione è crescente. Non basta però il marketing di una maglia “pensata solo per loro” per colmare anni di discriminazioni strutturali.
Eppure, in mezzo a tanto controllo, ci sono anche corpi che resistono. Megan Rapinoe che alza il pugno e rivendica diritti LGBTQ+ e parità salariale. Serena Williams che rivendica il diritto a giocare con ciò che la fa stare bene. Le norvegesi di beach handball che pagano una multa pur di non scendere in campo in bikini. Le ginnaste italiane che rompono il silenzio, pagano in termini di carriera, ma spalancano uno squarcio su un sistema che non può più far finta di nulla.
Ogni gesto di resistenza è un linguaggio politico. Il corpo che danza, che protesta, che si piega ma non si spezza, diventa messaggio collettivo. È qui che sport e società si incontrano: nello spazio in cui un corpo non è solo fisico, ma linguaggio.
Lo sport femminile, in fondo, è un laboratorio del presente. Ci parla di come trattiamo le differenze, di come misuriamo il valore delle persone, di quali spazi lasciamo alla libertà. Gli studi di sociologia dello sport, da Jennifer Hargreaves a Mary Jo Kane, mostrano con chiarezza come le donne siano storicamente relegate a ruoli secondari, spesso sessualizzate più che valorizzate per le loro competenze. Ma, allo stesso tempo, proprio nello sport le donne hanno trovato un terreno fertile per rivendicare diritti, occupare spazio, cambiare immaginari.
Il corpo femminile nello sport non è mai soltanto un corpo: è simbolo di cittadinanza, di uguaglianza, di libertà. E ogni volta che un’atleta decide come vestirsi, come allenarsi, come parlare, mette in discussione un intero sistema culturale.
Quando un’atleta scende in campo, quando una ginnasta sale su una pedana, quando una squadra alza un trofeo, non porta con sé solo talento, allenamenti e sacrifici. Porta con sé secoli di norme non scritte, di sguardi imposti, di lotte per essere riconosciuta.
Il corpo femminile nello sport resta teso tra norma e liberazione. Non basta vincere partite, medaglie, titoli. Bisogna cambiare le regole. Raccontare, denunciare, testimoniare: è così che lo sport diventa non solo spettacolo, ma strumento di trasformazione sociale.
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