26 Ottobre 2026
Per vincere il Pallone d’Oro, a quanto pare, bisogna segnare. O quantomeno giocare abbastanza lontano dalla propria porta. È questa la sensazione che lascia la storia del premio individuale più importante del calcio, che negli anni ha visto alternarsi grandi campioni, quasi sempre accomunati da una caratteristica: la capacità di incidere nella metà campo avversaria.
Da anni, infatti, portieri e difensori sembrano partire con uno svantaggio evidente rispetto ai giocatori offensivi, anche quando le loro prestazioni risultano decisive per i successi delle rispettive squadre.
Non è una questione di preferenze personali, né tantomeno una richiesta di premiare un difensore a prescindere. Il punto è un altro: siamo davvero in grado di valutare il rendimento di un calciatore senza lasciarci condizionare dal numero di gol segnati o di assist realizzati? Perché se il Pallone d’Oro deve premiare il migliore in assoluto, allora sarebbe il caso di iniziare a giudicare tutti con lo stesso metro.
Nel 2019 Virgil van Dijk è stato a soli sette punti dal conquistare il Pallone d’Oro. Il difensore olandese, reduce da una stagione straordinaria con il Liverpool, culminata con la vittoria della Champions League, si è dovuto arrendere a Lionel Messi, che ha conquistato il suo sesto riconoscimento individuale. Una scelta che ancora oggi fa discutere, soprattutto considerando l’impatto che Van Dijk aveva avuto sulla squadra di Klopp. Nonostante ciò, i 686 punti dell’argentino contro i 679 dell’olandese hanno confermato ancora una volta quanto sia complicato per un difensore arrivare davanti ai grandi protagonisti offensivi.
Cinque anni prima era toccato a Manuel Neuer. Nel 2014 il portiere tedesco aveva vinto il Mondiale con la Germania, affermandosi come uno dei protagonisti assoluti della competizione e diventando un punto di riferimento per una nuova interpretazione del ruolo. Eppure, nella classifica finale del Pallone d’Oro, si era fermato al terzo posto, alle spalle di Cristiano Ronaldo e Messi. Un risultato che non cancella i meriti dei due attaccanti, ma che lascia aperta una riflessione sul valore attribuito alle prestazioni di chi gioca tra i pali.
E non sono certo gli unici casi. Nel 2006 Gianluigi Buffon, campione del mondo con l’Italia, arrivò secondo dietro Fabio Cannavaro, mentre Paolo Maldini, nonostante una carriera ai massimi livelli, non riuscì mai a conquistare il premio, fermandosi per due volte sul terzo gradino del podio. Proprio Cannavaro rappresenta una delle poche eccezioni nella storia del Pallone d’Oro, insieme a nomi come Franz Beckenbauer e Matthias Sammer. Per trovare invece un portiere vincitore bisogna tornare addirittura al 1963, quando il riconoscimento venne assegnato a Lev Yashin.
Nessuno può stabilire con certezza che Van Dijk meritasse più di Messi o che Neuer dovesse vincere al posto di Cristiano Ronaldo. Il problema non è riscrivere le classifiche del passato, ma chiedersi perché, a distanza di decenni, vedere un difensore o un portiere conquistare il Pallone d’Oro continui a rappresentare un’eccezione piuttosto che una possibilità concreta.

Nel calcio moderno, il rendimento di un giocatore viene sempre più spesso associato ai numeri che riesce a produrre durante una stagione. Gol e assist sono diventati i principali strumenti di valutazione, soprattutto quando si tratta di confrontare i migliori calciatori del mondo. Un criterio che può funzionare per gli attaccanti, ma che inevitabilmente finisce per penalizzare chi svolge compiti completamente diversi sul terreno di gioco.
Basti pensare a quanto sia differente il modo in cui vengono giudicate le prestazioni. Un attaccante può disputare una partita sottotono, trovare il gol decisivo e diventare comunque il protagonista dell’incontro. Un difensore, invece, può giocare novanta minuti praticamente perfetti, ma rischia di vedere compromesso il giudizio sulla propria prestazione per una singola disattenzione. Lo stesso discorso vale per i portieri, spesso ricordati più per un errore che per le parate effettuate nel corso di una partita.
Il paradosso diventa ancora più evidente quando si passa dalle singole prestazioni ai riconoscimenti individuali. Nei criteri ufficiali del Pallone d’Oro non esiste alcuna indicazione che attribuisca maggiore importanza ai gol o agli assist. Vengono considerate, prima di tutto, le prestazioni individuali e la capacità di risultare decisivi, seguite dai risultati collettivi e dal fair play. Ma è proprio nell’interpretazione di questi criteri che nasce il problema. Perché essere decisivi non significa necessariamente segnare, così come una grande prestazione non deve per forza comparire nel tabellino.
Il calcio, del resto, non si vince soltanto attaccando. Una chiusura difensiva, una parata o un intervento che impedisce agli avversari di segnare possono avere lo stesso peso di un gol ai fini del risultato. Eppure, quando si tratta di individuare i protagonisti di una stagione, queste giocate finiscono troppo spesso in secondo piano. Non perché siano meno importanti, ma perché siamo abituati a riconoscere più facilmente il valore di chi segna rispetto a quello di chi impedisce agli altri di farlo.
Sarebbe però troppo semplice attribuire tutte le responsabilità al Pallone d’Oro. Il problema riguarda il modo in cui il calcio viene raccontato e, soprattutto, il valore che siamo abituati ad attribuire ai suoi protagonisti. Basta guardare le discussioni che accompagnano ogni giornata di campionato: si parla dei marcatori, degli assistman e delle occasioni sprecate, mentre difficilmente una grande prestazione difensiva riesce a ottenere la stessa attenzione. E questo vale tanto per i tifosi quanto per chi il calcio lo racconta quotidianamente.
Un esempio piuttosto recente è quello di Dani Carvajal. Nel 2024 lo spagnolo aveva conquistato Champions League ed Europeo, risultando decisivo anche nella finale europea con il Real Madrid. Eppure, nella classifica del Pallone d’Oro, si fermò al quarto posto, alle spalle di Rodri, Vinícius Júnior e Jude Bellingham. Nonostante una stagione ricca di successi, il suo nome non riuscì mai a imporsi realmente nel dibattito sul possibile vincitore. E se persino un difensore capace di vincere le due competizioni più importanti della stagione fatica a essere considerato il migliore, viene spontaneo chiedersi cosa debba fare un giocatore del suo ruolo per riuscirci.
Il Pallone d’Oro non è la causa del problema, ne è lo specchio. A votare sono giornalisti che, inevitabilmente, fanno parte dello stesso mondo calcistico che tende a dare maggiore risalto alle prestazioni offensive. Non significa che le loro scelte siano necessariamente sbagliate. Praticamente il giudizio sul miglior calciatore del mondo può essere influenzato da una concezione del calcio secondo cui segnare conta più che impedire agli altri di farlo.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più difficile da cambiare. Perché finché continueremo a considerare un attaccante protagonista per i gol realizzati e un difensore semplicemente bravo per quelli evitati, sarà complicato pretendere che il riconoscimento individuale più importante del calcio riesca a mettere davvero tutti sullo stesso piano.

L’assegnazione del Pallone d’Oro 2026 sarà l’ennesima occasione per discutere su chi meriti davvero il titolo di miglior calciatore del mondo. Tra i candidati figura anche Pau Cubarsí, uno dei difensori più interessanti del panorama internazionale. Ora è logicamente difficile immaginare che il suo nome possa essere considerato alla pari di quelli dei grandi protagonisti offensivi. E non necessariamente per una questione di rendimento.
Nessuno pretende che il Pallone d’Oro venga assegnato a un difensore o a un portiere soltanto per interrompere una tradizione. Sarebbe altrettanto sbagliato rispetto a quanto contestato finora. Il punto è riconoscere che il calcio non può essere valutato esclusivamente attraverso ciò che accade davanti alla porta avversaria, perché vincere una partita significa anche impedire agli altri di farlo.
Lunedì verrà premiato un solo calciatore, come accade ogni anno. Se il Pallone d’Oro vuole continuare a rappresentare il riconoscimento per il migliore al mondo, dovrebbe essere possibile vincerlo anche senza segnare trenta gol a stagione. Altrimenti, più che premiare il miglior giocatore, continueremo a premiare quello che siamo abituati a considerare tale.
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