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Abramovich ha cambiato il calcio in silenzio

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Calcio, Calcio e politica –

Abramovich ha cambiato il calcio in silenzio

Roman Abramovich compra il Chelsea nel 2003, inconsapevole del fatto che sarebbe diventato il precursore del calcio moderno. Il suo portafoglio illimitato, la sua personalità, la sua intransigenza nel raggiungere risultati stabili e storici hanno reso il Chelsea un top club europeo. L’unico club londinese ad aver vinto la Champions League (per ben due volte).

Abramovich ha compiuto imprese storiche con grosse cifre a livello amministrativo e sportivo, realizzando quello che voleva per il proprio club, sfruttando la propria potenza finanziaria e politica. Tanti altri patron di club europei hanno provato a replicare le sue gesta, ma con scarsi risultati, a parità di capitali investiti. Altri hanno vinto la Champions dopo aver speso oltre 1 miliardo di euro. Tutto questo perché Abramovich ha insegnato un’altra cosa: il calcio non è mai solo calcio.

Il silenzio come metodo di potere

Per capire Abramovich bisogna partire da una considerazione: lui non si espone. Non tiene conferenze stampa, non scrive libri, non cerca copertine, non racconta la propria vita e non presenzia a eventi di risonanza mondiale. In un’epoca in cui i miliardari diventano influencer e i presidenti di club si trasformano in personaggi televisivi, lui sceglie la strada opposta, quella che può percorrere cauto, a modo suo, a fari spenti. Nella serie tv di Paolo Sorrentino “The Young Pope”, papa Pio XIII (Jude Law) espone un concetto forte, inerente alla personalità di Abramovich: gli artisti più influenti degli ultimi decenni non si fanno vedere o non si lasciano fotografare. L’influenza sta sempre dietro le quinte.

Questa assenza è un metodo congegnato. Per questo, quando arriva a Londra, sembra comparso dal nulla, anche se è un uomo che conosce il potere. Roman Abramovich si è affermato nel sistema russo post-sovietico, cioè negli anni in cui affari, politica e Stato si mescolano senza filtri. Il calcio gli offre praticamente ciò che la politica gli ha già dato in Russia: una vetrina. Non gli interessa esporsi, perché anche senza la sua presenza, quella vetrina resta sua. Un vero re, o meglio un re soddisfatto, non necessita di dimostrare nulla, perché possiede tutto per i suoi bisogni.

Il patron che non parla, ma che si fa ascoltare

Al Chelsea, Abramovich non è dunque il patron che parla. È il patron che decide e che tutti ascoltano, al pari di Berlusconi, Moratti, Agnelli, Sensi… A Stamford Bridge gli allenatori arrivano e partono, i calciatori cambiano, ma il centro del potere resta sempre lo stesso: quella figura silenziosa capace di spendere senza limiti, pretendendo risultati immediati, senza dichiarazioni o gesti espliciti.

Il suo modo di fare calcio è esattamente quello dell’uomo d’affari abituato a decidere in fretta o a cambiare strategia quando i numeri non tornano. E tutto ciò funziona perfettamente a livello calcistico: il Chelsea vince cinque Premier League e due Champions League sotto la sua proprietà. Tuttavia il vero successo di Abramovich è culturale, più che sportivo, dimostrando che un club può essere comprato, poi trasformato e portato al vertice in pochi anni, solo in presenza di uno stabile metodo gestionale. Un metodo che negli ultimi 20 anni ha ispirato la gran parte degli attuali proprietari di club calcistici. Oggi il calcio è invaso da magnati che comprano piccoli club per investimento, marketing, pubblicità e tanto altro.

Avraham Grant nel 2007

Un esempio pratico: quando Abramovic esonera Mourinho come allenatore del Chelsea nel Settembre 2007, affida la guida tecnica a un allenatore estraneo al giro della Premier League o del calcio europeo di prima classe: Avraham Grant, un suo “braccio destro”. Grant ricopriva l’incarico di Director of Football del Chelsea. La sua promozione a Coach dei Blues serviva a evidenziare un principio fondamentale in una squadra poco motivata e poco concentrata: dietro ogni sua scelta, incomberà la vicinanza di Roman Abramovich.

La squadra sente così la forte presenza della società in ogni partita, come il gelido vento inglese che soffia sul collo dei giocatori, appena iniziano il riscaldamento, con i movimenti umani che diventano legnosi come una marionetta.

Risultato? Il Chelsea ritrova la propria forza, disputa una gran stagione e sfiora la vittoria della Champions League, perdendo ai calci di rigore contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson e Cristiano Ronaldo.

L’uomo dei tre mondi

Fuori dal gioco (del calcio) Abramovich è un uomo politico difficile da classificare. In Russia è un uomo legato agli anni della privatizzazione e ai circoli del potere, mentre in Inghilterra è il patron di un club del cuore di Londra. In Israele invece ottiene la cittadinanza nel 2018, dopo aver costruito una presenza pubblica e imprenditoriale nel paese. Non appartiene del tutto a nessuno di questi mondi, ma sa muoversi in tutti. Questa mobilità è la sua grande forza.

Prima del calcio, Abramovich ha già un ruolo nel sistema politico russo. Viene eletto alla Duma nel 1999 e nel 2000 diventa governatore della Čukotka, la remota regione artica nell’estremo oriente russo, incarico che mantiene fino al 2008. Non è un incarico simbolico, perché si tratta di un territorio enorme, isolato, difficile da governare. Questa esperienza gli dà una credibilità amministrativa, un presupposto politico e pubblico e una rete di relazioni che gli servono negli anni successivi. Il calcio è la vetrina, mentre la politica è il negozio con tutti i prodotti.

E quando il governo britannico lo sanziona nel marzo 2022, come lo descrive? Come uno degli oligarchi legati al presidente russo Vladimir Putin, inserendolo in un pacchetto di misure contro il sistema economico e politico russo. Pacchetto di misure che non è servito a nulla, ma questa è un’altra storia.

Il giorno in cui il calcio sparisce

Il 24 febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina. Una settimana dopo, il 2 marzo, Abramovich annuncia di voler vendere il Chelsea e il successivo 10 marzo il governo britannico poi lo sanziona, congelando i suoi asset nel Regno Unito. Da quel momento il Chelsea diventa un club sotto tutela statale: può continuare a giocare, ma solo nel perimetro di una licenza speciale. È una delle immagini più violente della storia recente del calcio europeo: la squadra campione d’Europa in carica costretta a vivere sotto il controllo di una gestione statale.

Nel maggio 2022, il consorzio guidato da Todd Boehly e Clearlake Capital completa l’acquisizione per 4,25 miliardi di sterline, di cui 2,5 miliardi di prezzo e 1,75 di investimenti promessi, chiudendo un’era di 19 anni. Il governo britannico stabilisce che Abramovich non potrà beneficiare dei proventi, che vengono depositati su un conto congelato in vista di un loro impiego per finalità umanitarie legate alla guerra in Ucraina. Il patron che aveva comprato il Chelsea con denaro privato è costretto a lasciarlo attraverso una decisione politica, non finanziaria.

La fine del modello descritto finora: quello dell’uomo che può comprare una squadra, trasformarla in pochi anni, restando nell’ombra. Dal 2022 quell’ombra ha perso il proprio vantaggio, perché nulla è immune al tempo. Quel tempo che allo stesso costringe un atleta dal ritiro dell’attività agonistica, costringe Roman Abramovich a rinunciare a una sua creatura. Almeno ha potuto lasciare il suo club in una veste totalmente diversa da come lo aveva rilevato. E lo ha lasciato al massimo delle potenzialità sportive ed economiche.

Il potere del silenzio

Il 29 Marzo 2022 Abramovich compare a Istanbul, per i negoziati tra Russia e Ucraina. Non è formalmente membro della delegazione russa: il Cremlino dice che è lì per facilitare “alcuni contatti” tra le due parti. Il suo portavoce ridimensiona ulteriormente il ruolo, parlando di un semplice lavoro di presentazione tra le delegazioni. Ma la sostanza resta: Abramovich è considerato abbastanza utile, o abbastanza connesso, da poter entrare in un processo diplomatico ad altissima tensione. L’uomo che per vent’anni ha costruito il proprio potere sull’invisibilità si trova improvvisamente al centro della geopolitica mondiale.

Abramovich ha costruito, dunque, la propria leggenda sul silenzio. Poi la guerra in Ucraina lo fa costringe a mostrare il proprio volto politico. Una cosa però è certa: a 60 anni, Roman Abramovich resta l’esempio lampante di come nel calcio moderno il vero potere non si misura nei soldi e nei trofei. Si misura nella capacità di stare, senza farsi vedere, nelle stanze in cui si decide il futuro. Abramovich diventa così il precusore del calcio moderno e di un’epoca in cui il denaro, la politica e la geopolitica smettono di stare dietro le quinte.

Autore

  • Fondatore di FuoriDalGioco. Studente di Scienze Giuridiche.
    Gestisco e coordino ogni attività diretta alla pubblicazione di contenuti come articoli e video, insieme alle pubbliche relazioni. Non mi pongo limiti di fronte alla possibilità di crescere e cerco l’avanguardia in ogni ambito. La mia missione è raccontare lo sport nella piena originalità.

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