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JUAN MARTIN DEL POTRO

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Back to the past, Tennis

JUAN MARTIN DEL POTRO

Caratteristiche e curiosità sull’ex tennista argentino, la cui carriera è stata compromessa da vari infortuni che gli hanno impedito di poter giocare al massimo livello.

Il circuito maschile del tennis mondiale, da qualche anno, è investito da una serie di cambiamenti epocali: il ritiro di Roger Federer, l’ascesa di fenomeni come Alcaraz e Sinner, i travagli fisici di Nadal che lo hanno tenuto lontano dai campi e lo hanno spodestato dalla forma migliore, complice anche il tempo tiranno che non risparmia nemmeno le divinità.

Questa “terra di mezzo” arriva, come i più avvezzi alla disciplina sapranno, dopo un ventennio di dominanza da parte dei cosiddetti Big Three (Federer, Djokovic, Nadal). Lo strapotere in questione è stato:

–       agonistico, perché nessuno come loro ha fatto man bassa di trofei

–       generazionale, perché sono stati tanti i prospetti caduti o mai sbocciati sotto il loro triumvirato. Grigor Dimitrov, per citarne uno, saprà dirvi di più in merito.

Eppure, anche un assolo così netto è stato, per piccole frequenze, per pochi momenti interrotto, ad opera di una ristrettissima cerchia di tennisti che hanno potuto togliersi qualche soddisfazione personale. È il caso di Andy Murray, di Stan Wawrinka, che ha disputato tornei con un’aura d’imbattibilità inscalfibile per chiunque, e del ragazzo di cui parleremo oggi, Juan Martin del Potro.

Alto quasi due metri e soprannominato perciò “la torre di Tandil” – città che gli ha dato i natali, in provincia di Buenos Aires – del Potro ha fatto di due fondamentali in particolare il marchio di fabbrica specifico del suo tennis: servizio e dritto. L’altezza gli sorride, da questo punto di vista. Ma è la potenza che lo consacra. Il suo dritto è stato probabilmente il più bello, potente e letale degli ultimi tempi. Quando aveva la possibilità di rilasciarlo, specialmente da fondo campo su palle lente o poco angolate, era imprendibile, viaggiando a velocità medie faraoniche.

Per cercare di contrastare Delpo, nello scambio, è essenziale la varietà, sia nelle direzioni, sia nel peso della palla, al fine di farlo muovere il più possibile e non concedergli mai di ancorare i piedi a terra per colpire. Ciò richiede qualità e concentrazioni su lunga durata enormi, e difatti a riuscirci erano in pochi. Del Potro, nel suo prime, era una mina vagante nei tabelloni di qualsiasi torneo cui partecipava.

La carriera del gigante buono, negli stadi primordiali, è un crescendo continuo. Dopo tanta gavetta, nel 2007 arrivano il primo titolo di doppio e, soprattutto, la prima vittoria in singolo contro un top 10: Tommy Robredo, a Madrid. Nel 2008 incassa quattro titoli ATP consecutivamente e, con essi, un record decisamente singolare: è l’unico giocatore plurititolato ad aver vinto di fila i primi quattro tornei del proprio palmares. Il 2008, tuttavia, è anche l’anno in cui bussano alla porta di “Palito” gli infortuni, che comprometteranno purtroppo larga parte del suo percorso tra i pro players.

Prima di affrontare questa spiacevole pagina, passiamo al 2009. Gli Slam sono la massima aspirazione per chi impugna una racchetta. Del Potro non fa eccezione. Arriva all’ultimo appuntamento Major di quell’anno, lo US Open, dopo un quarto di finale in Australia, una semifinale al Roland Garros, nella quale ha ceduto soltanto al futuro vincitore Roger Federer, e un secondo turno a Wimbledon. Niente male dunque. La “run” sul cemento di New York è un’inaspettata cavalcata di gloria, passata dalla vittoria con Nadal in semifinale e culminata con la rivincita su Federer in finale. È apoteosi. È primo Slam in carriera, per un giocatore che, si pensava, ha compiuto il passo che gli mancava per entrare nei grandi.

Il destino aveva in mente però altri progetti. Nel corso del 2010 cominciano i tormenti al polso destro, che lo costringono all’operazione. Non sarà l’ultima. Nel 2012 accusa nuovamente fastidi, stavolta al sinistro. Convivrà con un dolore altalenante fino al 2014, quando l’insostenibilità dello stesso e l’impossibilità di allenarsi e competere ad alti livelli, lo costringono a finire sotto i ferri. Sono altri mesi di stop. Ed è, soprattutto, un’instabilità di rendimento troppo complicata da gestire, anche per un giocatore talentuoso. Adattamento, equilibrio, male, stop. È questa la formula consolidata.

Nonostante ciò, nel lasso temporale analizzato, riesce a portare a casa diversi ATP500 e 250. Oro che luccica, vista la precarietà fisica con la quale spesso convive. Il polso è, infatti, una delle parti del corpo più delicate per un tennista, specialmente se si gioca il rovescio bimane come il nostro argentino. Una non perfetta manualità indebolisce il top spin e rende estremamente vulnerabili su quel lato.

Il 2016 è forse il più pregno di soddisfazioni dopo quel magico 2009. Soddisfazioni che passano dalla vittoria estatica e storica della Coppa Davis per l’Argentina in Novembre, alla quale ha contribuito massicciamente in finale a Zagabria contro la Croazia, e dalla precedente rinascita avvenuta nel corso delle Olimpiadi. L’aspetto forse più bello del tennis è che la memorabilità di un tennista passa anche attraverso le piccole fasi, che non portano necessariamente ad un obiettivo. In sport come il calcio, ad esempio, succede di meno: quanti si ricordano il mirabolante turno preliminare della tal competizione, finito in goleada?

Del Potro è stato un giocatore dalla forte presenza emotiva ed empatica. Questo contribuiva all’incisività delle fasi di cui abbiamo parlato. Alcuni suoi match sono stati quasi commoventi. I giochi olimpici racchiudono tre istantanee che meritano di essere raccontate. Due di esse, si rifanno proprio al 2016:

–       Partiamo da Londra 2012. Semifinale. Conflitto lancinante contro Federer. Quattro ore e mezza complessive. I due danno vita allo spettacolo più pirotecnico e al cardiopalma del torneo. Alla fine, la spunta lo svizzero, che arriva però sulle gambe all’atto decisivo contro Murray e ne paga dazio.

–       Rio 2016, finale contro Murray. Ad imporsi è lo scozzese, ma la tenacia dell’argentino, di ritorno da uno dei suoi soliti periodi ai box, è esemplare. Lascia l’anima in campo. E viene omaggiato da uno roboante boato al momento della premiazione.

–       Ancora Rio, stavolta contro Djokovic. Le lacrime del serbo, uscito sconfitto da un duello durissimo dal punto di vista mentale e atletico, rimangono una delle fotografie più sportivamente dolorose degli ultimi anni. Non tutti forse hanno notato che Delpo, dopo l’intenso abbraccio a rete al termine della contesa, non festeggia nemmeno (come di solito avviene), in segno di rispetto verso il rivale e amico. Masterclass fuori e dentro il rettangolo di gioco.

Ad Indian Wells 2018 arriva anche il primo successo in un Master 1000. E alcuni mesi dopo, si ripresenta in finale Slam, sempre a casa sua, agli US Open. Stavolta, però, l’esito è differente ed è costretto ad arrendersi nettamente a Nole Djokovic.

I fastidi al polso non sono spariti, ma la sfortuna accredita al gigante buono un altro dazio: il ginocchio. A causa di una frattura alla rotula, è costretto ad un lungo stop. E al rientro, niente è più come prima. Il ginocchio continua a non dargli tregua, costringendolo a ben quattro interventi, tutti insufficienti a risolvere il problema. Tanto che l’8 febbraio 2022, nella “sua” Argentina, a Buenos Aires, dopo una partita disputata e persa contro Federico Delbonis, dichiara che probabilmente si è trattato del suo ultimo match professionistico.

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Autore

  • Classe 1998, laureato in Lettere Moderne. Ho maturato esperienze di scrittura per diversi siti web, trattando sport, cultura e tradizioni popolari. Attualmente affianco la mia passione per la penna alla professione d'archivio presso la Camera di Commercio di Milano. Per Fuori dal Gioco racconto lo sport alternando la mia lente analitica alla mia vena romantica. Mediante analisi, approfondimenti, excursus su giocatori e grandi eventi e commenti dei match cerco di dare strumenti di riflessione e intrattenimento a chi quotidianamente ci legge.

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