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Minneapolis, l’ICE e sport Usa: proteste, atleti e prese di posizione

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Minneapolis, l’ICE e sport Usa: proteste, atleti e prese di posizione


Ciò che è accaduto negli ultimi giorni a Minneapolis, in seguito all’operazione dell’ICE conclusasi con la morte di 2 cittadini, ha travalicato velocemente i confini della cronaca locale. In pochi giorni infatti la vicenda è diventata un vero e proprio caso nazionale negli Stati Uniti e un tema di discussione globale, con lo sport USA trasformato in una cassa di risonanza politica e sociale.

Cos’è l’ICE? E cosa è successo a Minneapolis?

Facciamo un passo indietro, per capire meglio di cosa stiamo parlando. L’ICE (immigration custom enforcement) è l’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione e controllo delle frontiere interne; è nata nel 2003 come forza antiterrorismo a seguito dell’attacco alle torri gemelle.
Negli ultimi anni però, è stata duramente criticata per le sue modalità operative e poco trasparenti, che includono raid condotti con forza e che
generano arresti di massa con lo scopo di individuare presunti clandestini.

L’accusa più forte a loro rivolta è quella secondo cui l’ICE si basi su una vera e propria profilazione razziale che mira a fermare e controllare le persone più in base all’aspetto, l’etnia o la lingua rispetto che a comportamenti illegali concreti. In questo inizio di 2026 vi è stata giorno dopo giorno un’escalation di tensione fra la comunità di Minneapolis e l’ICE, infatti a seguito della morte di Renèe Good, cittadina americana uccisa durante un’operazione contro i migranti si è scatenato un vero e proprio inferno negli States, che hanno visto lo scatenarsi di proteste locali e nazionali.

Come se non bastasse il 24 Gennaio un altro agente federale ha ucciso Alex Pretti, infermiere, durante scontri tra manifestanti e forze federali. Tutto ciò non ha fatto altro che intensificare le proteste e la rabbia contro le forze anti-immigrazione tanto che anche gli sportivi hanno iniziato a far valere la propria voce.

Lo sport prende posizione

Negli USA lo sport non si è mai tirato indietro dai grandi casi di cronaca pubblica, con allenatori e giocatori di varie leghe che non rimangono lì a guardare, bensì cercano di far valere il loro eco mediatico. Possiamo citare eventi come quello che ha visto Colin Kaepernick, quarterback dei 49ers, inginocchiarsi contro la brutalità della polizia nel 2016. Il movimento Black Lives Matter dopo la morte di George Floyd, fino alla presa di posizione sul movimento LGBTQ+ e l’inclusività.

A seguito di quanto accaduto a Minneapolis le voci dei grandi protagonisti dello sport USA non si sono fatte attendere. Il primo è Tyrese Haliburton che si è espresso su X seguito da Karl-Anthony Towns, ex stella dei Twolves che ha chiesto trasparenza e assunzione di responsabilità da parte delle autorità federali. Una delle voci più ascoltate è stata quella di Steve Kerr (coach dei Golden State Warriors) che citando Abramo LIncoln ha invitato il grande pubblico a non distogliere lo sguardo dalle responsabilità civili con un messaggio sobrio e allo stesso tempo potente che ha fatto il giro dei media.

Ice e NBA
Steve Kerr

Ancor più esplicita è stata Brenna Stewart, giocatrice di WNBA passata anche in europa con la maglia del Fenerbahce, che ha mostrato poco prima dell’inizio di una partita un cartello con la scritta “Abolish ICE”. Un gesto simbolico ma di grande forza che ha spaccato l’opinione pubblica ma che ha rafforzato l’idea dello sport come piattaforma di attivismo.

Ice & Nba

Il comunicato della NBPA


A seguito delle varie voci dei protagonisti sul campo da gioco anche la NBPA, sindacato dei giocatori NBA, ha diffuso un comunicato di solidarietà alla proteste di Minneapolis con queste parole:

“A seguito della notizia dell’ennesima sparatoria mortale a Minneapolis, una città che è stata in prima linea nella lotta contro le ingiustizie, i giocatori NBA non possono più rimanere in silenzio. Ora più che mai dobbiamo difendere il diritto alla libertà di espressione e schierarci in solidarietà con le persone del Minnesota che protestano e mettono a rischio la propria vita per chiedere giustizia. La fraternità dei giocatori NBA, così come gli Stati Uniti stessi, è una comunità arricchita dai suoi cittadini globali, e ci rifiutiamo di permettere che le fiamme della divisione minaccino le libertà civili che dovrebbero proteggere tutti noi.
La NBPA e i suoi membri esprimono le più sentite condoglianze alle famiglie di
Alex Pretti e Renèe Good, mentre i nostri pensieri restano concentrati sulla
sicurezza e sul benessere di tutti i membri della nostra comunità.”

La presa di posizione della NBPA è stata poi commentata da Jaylen Brown, stella dei Celtics, come non semplice.
“Mettere d’accordo tante persone con sensibilità non è mai facile”. Le parole di Brown ci raccontano di una spaccatura silenziosa che attraversa lo sport: che vede da un lato chi chiede un vero e proprio impegno pubblico a sostegno di quanto accaduto e chi teme invece che l’esposizione politica possa avere ripercussioni personali e professionali.

Il peso delle parole

Ricollegandoci alle parole di Jaylen Brown è emblematica la posizione di Victor Wembanyama che senza mezzi termini si è espresso a riguardo
dell’autocensura, spiegando come per un giovane atleta straniero e sotto i riflettori globali ogni parola può diventare un caso. Il giovane talento francese e la sua riflessione hanno aperto un ulteriore fonte di riflessione: fino a che punto uno sportivo può o deve esporsi?

Bisogna infatti sottolineare come la grande cassa di risonanza che offre lo sport a questi giovani atleti, possa essere anche una grande arma rivolta contro di loro: infatti se una dichiarazione come quella di Steve Kerr citata in precedenza ha avuto un risvolto super positivo, un banale errore nella formulazione di una frase o un’opinione non conforme a quella del grande pubblico possono generare ondate di odio e insulti. Personalmente mi ritrovo molto nelle parole della star degli Spurs, in quanto al giorno d’oggi ogni parola deve essere misurata e ponderata, soprattutto in questi contesti dove il proprio esprimersi potrebbe portare a conseguenze sul piano professionale.

Victor Wembanyama

L’Ice alle Olimpiadi invernali


Stando a quanto riportano alcuni media internazionali e fonti americane pare che membri dell’ICE possano essere presenti in Italia, durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina per supportare la sicurezza diplomatica della delegazione USA. E come forma di aiuto nell’analisi dei rischi transnazionali contro il terrorismo. Al contrario di come si è pensato inizialmente, questi agenti non dovrebbero avere alcun potere di controllo sull’immigrazione o l’ordine pubblico italiano. Il loro ruolo sarebbe puramente di supporto e assistenza alla sicurezza. Il Ministero dell’interno italiano ha più volte sottolineato come non vi è alcun accordo formale perché l’ICE operi in Italia.

I membri del ministero hanno inoltre sottolineato come tutte le attività di ordine pubblico saranno garantite e gestite dalle autorità italiane, nonostante figure locali e leader politici (a seguito di quanto accaduto nei precedenti giorni) hanno definito non necessaria e appropriata la presenza dell’ICE in Italia. Staremo quindi a vedere se eventualmente cambierà qualcosa prima del 6 febbraio, data di inizio dell’evento.

Sport, politica e futuro

Quanto avvenuto a Minneapolis conferma una tendenza sempre più chiara: quella che vede lo sport man mano più connesso con le grandi questioni sociali. Immigrazione, diritti civili e eventi drammatici entrano nei palazzetti e nei campi di tutte le leghe Statunitensi, spingendo i grandi protagonisti dello sport a scegliere se restare neutrali o prendere posizione per il bene della comunità. Quanto avvenuto, nello stato del Minnesota, è un atto da condannare e da reprimere per far si che non si verifichino altri eventi del genere. Le parole di grandi volti della NBA dimostra come al giorno d’oggi la partita con la palla a spicchi termina al suono della sirena, ma anche come la grande sfida consiste nel trasmettere i valori positivi dello sport anche nelle strade, nelle piazze e nel dibattito pubblico.


In ricordo di Alex Pretti e Renee Good

Autore

  • Mi chiamo Tommaso e sono un ragazzo classe 2004 con la valigia sempre pronta e la curiosità come bussola. Sogno di girare il mondo per raccontare lo sport in ogni sua forma. Valigia in una mano e penna nell’altra.

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