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Italia-Belgio, Marcinelle e gli oriundi

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Italia-Belgio, Marcinelle e gli oriundi

Italia-Belgio, in programma questo venerdì all’Olimpico, ci offre lo spunto per ricordare alcuni giocatori che la maglia azzurra l’avrebbero potuto indossare, salvo scegliere il Paese che li ha cresciuti e svezzati. Dove un tempo migliaia di italiani si sporcavano la faccia per portare il pane a tavola. E dove alcuni, in una giornata d’estate qualunque, hanno incontrato un tragico destino sotto.

Italia-Belgio: una storia che parte da lontano

Gallia est omnis divisa in partes tres, (…) quarum unam incolunt Belgae. È la penna di Giulio Cesare, nel De Bello Gallico, a fornirci la prima documentazione del contatto tra la nostra penisola e la periferia nord-occidentale del continente europeo. Badate bene, non “Belgio”, che a quei tempi non esisteva. E non esiste nemmeno adesso, essendo i valloni (francofoni) e i fiamminghi (parlanti la lingua dei Paesi Bassi) due mondi tanto geograficamente vicini quanto socialmente, culturalmente e politicamente separati, accorpati in base alle necessità strategiche dell’Inghilterra post-guerre napoleoniche. Un discorso che in parte tocca anche noi. Ma questa è (un’altra) Storia.

“Tra tutti questi (popoli) i più forti sono i Belgi, visto che distano moltissimo dalla civiltà e dall’umanità delle nostre province, e quasi mai i mercanti arrivano da loro e vi importano quei prodotti che tendono a corrompere l’animo”, continua Giulio Cesare. E ti credo, già avevano la birra.

Possiamo presumere che molti abitanti di quella che sarebbe poi diventata la provincia romana della Gallia Belgica siano poi andati ad arricchire il grande melting pot della Capitale, o anche solo a stabilirsi al di qua del Reno o semplicemente a servire l’esercito imperiale. Nella piazza principale di Anversa, Grote Markt, svetta una statua (con fontana) di Silvius Brabo, leggendario soldato romano che avrebbe mozzato la mano al gigante Druon Antigoon, colpevole di ricattare con pesanti tasse chi volesse attraversare il fiume Schelda, pena proprio il taglio della mano. In quel punto, sarebbe sorta la città. Quasi due millenni dopo, la rotta si è invertita.

La fontana con in cima la statua di Silvius Brabo nella piazza centrale di Anversa

Italia-Belgio e l’emigrazione italiana

Oggi si parla tanto di oriundi, seconde generazioni, naturalizzati. Ma non tutti sanno che c’è un filo rosso (o azzurro) a intrecciare i rapporti Italia-Belgio su questo tema. Tra la metà del XIX e la metà del XX secolo migliaia di lavoratori italiani, spesso provenienti dalle aree econonomicamente più depresse del Paese, sono emigrati in Belgio per trovare lavoro principalmente nelle miniere di carbone.

Nel 1946, sotto il governo De Gasperi, i due Paesi firmarono il patto “Braccia contro carbone”, che prevedeva l’invio in Belgio di 50mila minatori italiani. Accordi stipulati negli stessi anni in cui prendeva piede il progetto europeo, con la nascita della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) nel 1951 e della Cee (Comunità economica europea) nel 1957, in seguito al Trattato di Roma cui furono aderirono entrambi i Paesi.

Una foto d’epoca di una minira belga (fonte; RAI)

Partivano lavoratori maschi, sani, al di sotto dei 35 anni, con al seguito le famiglie. Quasi tutti nel bacino minerario della Vallonia. Circa 2000 uomini a settimana, in cambio di 200 kg di carbone al giorno per ciascuno. Molto di più di quanto riceveva una “faccia nera” per 8,10 o più ore in mezzo buio, umidità e polvere, rischiando di contrarre malattie polmonari. Per poi tornare a casa in una baracca di un ex campo di prigionia nazista a rifocillarsi con pane e burro. E dovendo affrontare ogni giorno barriere linguistiche, culturali e razziali.

Altro che integrazione europea. La memoria dei popoli a volte riemerge anche dove non ce la si aspetta. Come in una locandina pubblicitaria della birra Jupiler in vista di Euro 2016 e della sfida di apertura proprio tra Italia e Belgio (2-0. Period)

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Uno spot pubblicitario belga invecchiato male

Il disastro di Marcinelle

Finché l’8 agosto 1956 non successe il fattaccio. Nella miniera di Bois du Cazier vicino Marcinelle, un incendio divampato sottoterra causò la morte di 262 minatori, di cui 131 nostri connazionali. Il terzo peggior incidente per numero di vittime tra emigrati italiani, dopo quelli di Monogah e Dawson negli Stati Uniti. Il patto con il Belgio si interruppe e il sito minerario divenne patrimonio Unesco. Nel frattempo, però, migliaia di altre persone erano state trapiantate dal loro contesto di origine, con la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. Ovviamente, non tutti ce l’hanno fatta. Molti di loro rimasero nelle stesse, se non peggiori, condizioni di vita da cui provenivano. Il risultato delle migrazioni di massa nell’epoca del capitalismo, alla faccia delle anime belle.

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L’incendio divampato l’8 agosto 1956 nella minira di Bois du Cazier

Italia-Belgio: gli oriundi

Ci sono tuttavia dei discendenti di emigrati italiani come quelli morti a Marcinelle, che hanno trovato la via per uscire dai tunnel delle miniere. E come, se non grazie al calcio.

Enzo Scifo

In principio fu il trequartista Vincenzo Daniele Scifo. Stando alle parole di Platini, “l’unico calciatore europeo che può definirsi il mio erede”. Nato a La Louvrière da minatori siciliani nel 1966, fu costretto ad acquisire la cittadinanza belga poco prima di compiere 18 anni per poter firmare un contratto da professionista con l’Anderlecht, a causa dalle restrizioni numeriche imposte sugli stranieri. All’epoca infatti, in Belgio come in Italia, non era ancora ammessa la doppia cittadinanza.

La sua prima stagione all’Anderlecht, da giovanissimo, fu talmente positiva da convincere la federazione belga ad accelerare i tempi per renderlo convocabile in nazionale, in vista di Euro ’84. Con la squadra capitolina vincerà tre campionati e raggiungerà una semifinale di Coppa dei Campioni. Con i Rode Duivels (i “Diavoli Rossi”) parteciperà a quattro Mondiali segnando tre gol, e collezionando complessivamente 18 reti in 84 presenze. Lo stesso Scifo ammetterà di non aver ricevuto inizialmente nessun interessamento concreto dalla Figc o da club italiani, nonostante il forte attaccamento alla terra d’origine.

Interessamento che arriverà invece nel 1987 con l’ingaggio da parte dell’Inter e poi del Torino, con cui vincerà la Coppa Italia nel 1992, prima di approdare al Monaco e terminare la carriera tra Anderlecht e Charleroi. Una carriera tutto sommato prestigiosa, ma non particolarmente incisiva sui grandi palcoscenici. Da allenatore ha guidato l’Under 21 belga tra il 2015 e il 2016. Il motivo del perché sia da molti considerato un genio incompreso è ben esemplificato in una sua dichiarazione di qualche mese fa: “Se non ci fosse stato Maradona, i Campioni del Mondo del 1986 saremmo stati noi”.

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Enzo Scifo ai Mondiali del 1984 con la maglia del Belgio (fonte: CalcioTime)

Luigi Pieroni

Chi invece non ebbe bisogno di rinunciare alla cittadinanza italiana per vestire la maglia rossa fu Luigi Pieroni, attaccante classe 1980 nato a Liegi da famiglia di origini toscane. Proprio tra il 1984 e il 1985, praticamente un anno dopo la maggiore età di Scifo, in Belgio fu introdotta una riforma che semplificò drasticamente le procedure per i nati sul proprio territorio da genitori residenti da lungo tempo. Ciò rese possibile a giovani come Pieroni l’ottenimento della cittadinanza prima dei 18 anni (solo dal 2008 fu consentito l’ottenimento per scelta da parte di un maggiorenne). Inoltre, a partire dal 1992, anche l’Italia aveva legalizzato la doppia cittadinanza.

Pieroni scese in campo 25 volte con i Diavoli Rossi segnando solo 2 gol, contro Lussemburgo e Azerbaigian. Una carriera che, oltre all’acuto dei 28 gol in 30 partite con il Mouscron, con annesso il titolo di capocanoniere, lo ha visto trascinarsi tra il campionato belga e quello francese, prima di concludere a soli 33 anni in seguito a problemi fisici. Anche lui, scrive qualcuno in Belgio, un “talento sprecato”.

Luigi Pieroni in scena con l’Auxerre (fonte: L’Avenir)

Walter Baseggio

Nato a Clabecq nel 1978, suo padre era arrivato dalla provincia di Treviso, mentre la madre era originaria di Aversa. Detto “l’uomo dei miracoli” o “Dinamite” per la sua potenza balistica, una volta segnò con un tiro al volo che fece sgonfiare il pallone. Regista elegante, fu per anni bandiera dell’Anderlecht, con cui giocò la Champions League e vinse diversi titoli nazionali. Nel 2006, vuoi anche per il richiamo delle radici paterne, decise di trasferirsi proprio al Treviso, alle prese con la sua prima e unica stagione in Serie A. L’esperienza breve e sfortunata (11 presenze complessive) e terminò con il ritorno all’Anderlecht.

Nel giugno 2009, mentre giocava nel Mouscron, gli venne diagnosticato un tumore alla tiroide, ma nonostante il lungo stop e le cure riuscì a concludere la carriera nei campionati minori belgi. Può vantare 27 presenze e un gol (contro San Marino) con la nazionale belga tra il 1999 e il 2005. Oggi lavora come opinionista televisivo.

Il tiro “sgonfiapallone” di Walter Baseggio in una partita di campionato

Roberto Bisconti

Nato a Montegnée nel 1973 da famiglia di origine italiana, Bisconti è cresciuto nel vivaio dello Standard Liegi. Negli anni ’90 faceva parte di un gruppo di giovani definiti dalla stampa locale i “tre moschettieri” (lui, Régis Genaux e Michaël Goossens), che ha poi tentato la strada del calcio italiano (Genaux all’Udinese, Goossens al Genoa e Bisconti al Monza, in Serie B, nel 1997/98). Ha debuttato con la nazionale belga nel 2004, contro la Francia, a quasi 31 anni compiuti, collezionando 13 presenze. Il suo curriculum include anche esperienze trascurabili in Scozia, Grecia, Francia e Romania

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Roberto Bisconti in campo con i Rode Duivels (fonte: L’Avenir)

Sébastien Pocognoli e Silvio Proto

Per chi come me è cresciuto con le pay-tv (ahimé), sono due volti noti dei martedì/mercoledì/giovedì sera passati a vedere le coppe europee. Unico di questo elenco con un nome francofono, Pocognoli, difensore classe ’87. Di origini maceratesi e annesse estati a disputare i tornei giovanili locali, ha disputato una discreta carriera da difensore tra Belgio, Germania e Inghilterra, per poi intraprendere quella da allenatore. Ha condotto l’Union Saint-Gilloise alla vittoria della Jupiler Pro League nel 2025, lo scorso anno ha raggiunto modesto settimo posto in Ligue 1 (ma anche i play-off di Champions League) con il Monaco, e da nemmeno un mese è diventato il nuovo ct della Nazionale scozzese.

Sébastien Pocognoli in conferenza stampa da allenatore con il Monaco

Proto è stato invece a lungo un portiere di culto dell’Anderlecht, la cui porta ha difeso tra il 2005 e il 2008 e poi dal 2009 al 2016 (in mezzo una parentesi al Beerschot), prima di concludere la carriera con le brevi esperienze all’Olympiakos e alla Lazio.

Entrambi hanno accumulato 13 presenze con la maglia rossa e, per motivi diversi, non hanno mai disputato un grande torneo con i Diavoli. In particolar modo, in vista dei Mondiali del 2014, Pocognoli fu vittima delle “purghe” del ct Marc Wilmots, che preferì adattare difensori centrali come Vermaelen e Vertonghen nel ruolo di terzini sinistri. Proto invece fu vittima solo della sfortuna, che gli procurò la frattura dell’avambraccio sinistro proprio nell’ultima giornata di campionato, un mese prima della rassegna iridata, cedendo il posto di terzo portiere a Koen Casteels. Senza contare la concorrenza dei due “intoccabili” Courtois e Mignolet.

Silvio Proto durante una delle sue poche partite disputate con la Lazio

Gli altri

In conclusione, nessuno degli calciatori italo-discendenti nati in Belgio ha mai giocato per gli Azzurri. Tutti hanno fatto la trafila delle giovanili nel Paese natio per poi esordire con i Rode Duivels. E oltre a coloro che hanno avuto questo onore, ce ne sono tanti altri, come i fratelli Bertaccini, i fratelli Brogno (solo Dante fu convocato per una partita senza essere impiegato, nel 1997) e Fabio Caracciolo. Fino ad arrivare ai giorni nostri. Aurelio Leo Virisario (classe 2006, in forza al Crossing Schaerbeek in terza serie belga) e Sasha Mancini (classe 2004, al servizio del Lumezzane in Serie C) hanno già transitato per le giovanili del Belgio.

Storie forse destinate a non decollare fino in fondo e ad occupare le pagine più importanti (anche solo in un Italia-Belgio) . Ma che ci ricordano che basta un cognome familiare portato da un giocatore esotico per rispolverare decenni (se non secoli) di storia comune.

Autore

  • Romano, 26 anni, in teoria giornalista professionista. Mi piace vivere il calcio dagli spalti, girare stadi e sfruttare l'occasione per conoscere città, Paesi e popoli. Di calcio non capisco nulla eh, preferisco parlare di quello che ci sta attorno...calcio e politica il mio binomio preferito dopo gin e tonic. In Fuori Dal Gioco sono referente per la rubrica “Calcio e politica”.

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