19 Luglio 2025
Nella storia recente se si pensa a degli eventi traumatici che riguardano la Nazionale italiana di calcio si pensa ovviamente alle due esclusioni dai Mondiali. È ovvio, poiché sempre meglio partecipare e poi uscire, che non entrarci proprio. Eppure il fardello degli Azzurri fino al decennio scorso era un altro, rappresentato in particolare da una nazione divisa tra Nord e Sud: la Corea.
Questa è la storia di come il 19 luglio 1966, in Inghilterra, ancor prima dei Mondiali 2002, una Corea si impose tra gli Azzurri e il proseguimento dei Mondiali.
Il Campionato Mondiale di calcio del 1966 si svolse in Inghilterra, culla del football moderno, in un clima di grande attesa. Per la nazionale italiana, allenata da Edmondo Fabbri, l’obiettivo era rialzare la testa dopo anni di mediocrità. Il girone A era sulla carta abbordabile: oltre all’Italia figuravano il Cile, l’Unione Sovietica e la poco conosciuta Corea del Nord.
Dopo un esordio convincente contro il Cile (vittoria per 2-0), gli Azzurri furono battuti per 1-0 dall’Unione Sovietica di Lev Jašin. A quel punto, tutto si sarebbe deciso nella terza e ultima partita contro la Corea del Nord. Una formalità, si pensava. Ma il calcio, come spesso accade, ama rovesciare le aspettative.

Il 19 luglio 1966 l’Italia affrontò la Corea del Nord al vecchio Ayresome Park. Gli avversari erano una squadra semi-sconosciuta, proveniente da un paese isolato e povero, il cui regime totalitario vedeva nello sport un’occasione per legittimarsi a livello internazionale. I nordcoreani erano arrivati in Inghilterra dopo una difficile qualificazione e senza grandi ambizioni, ma con un entusiasmo e una disciplina ferrea che avrebbero fatto la differenza.
L’Italia scese in campo nervosa, poco ispirata, e privata dell’estro di Gianni Rivera, lasciato clamorosamente in panchina. A decidere la partita fu il gol di Pak Doo-Ik al 42′, in un’azione fulminea quanto inattesa. Gli Azzurri provarono a reagire, ma la squadra sembrava paralizzata. Gli attacchi furono sterili, confusi, mai veramente pericolosi. Alla fine, il risultato rimase invariato: Corea del Nord 1, Italia 0.
Fu un’umiliazione senza precedenti. L’Italia, già uscita ai gironi nei Mondiali del 1950, 1954 e 1962, toccava uno dei punti più bassi della sua storia calcistica. All’aeroporto di Genova, alcuni tifosi lanciarono pomodori e monetine ai giocatori. Edmondo Fabbri venne esonerato. Eppure, paradossalmente, da quella disfatta sarebbe nata la reazione che condusse l’Italia alla finale europea del 1968 e poi alla vittoria del Mondiale nel 1982. Ma la ferita del 1966 non si sarebbe mai del tutto rimarginata.

L’impresa nordcoreana fu celebrata in patria come un trionfo socialista. La squadra divenne oggetto di una narrazione mitologica, esaltata come simbolo della superiorità del sistema comunista. Dopo aver superato l’Italia, la Corea del Nord sfiorò addirittura la semifinale, venendo sconfitta dall’incredibile rimonta del Portogallo di Eusébio, che da uno 0-3 ribaltò il risultato sul 5-3. Tuttavia, il loro passaggio ai quarti era già storia.
Quell’impresa, raccontata nel documentario The Game of Their Lives (2002), mostrò anche l’aspetto umano dei nordcoreani, accolti con calore dalla popolazione di Middlesbrough, che adottò la squadra come una sorta di favola esotica.
Trentasei anni dopo, un’altra Corea avrebbe segnato la storia nera del calcio italiano. Era il 18 giugno 2002, ottavi di finale del Mondiale in Corea del Sud e Giappone. Gli Azzurri, guidati da Giovanni Trapattoni, affrontavano i padroni di casa sudcoreani, in un clima molto acceso. La partita fu combattuta e decisa da un gol al 117’ di Ahn Jung-Hwan, lo stesso attaccante che pochi mesi dopo sarebbe stato licenziato dalla sua squadra italiana, il Perugia, per “aver offeso la nazione”.
Quella partita è ancora oggi ricordata per l’arbitraggio controverso del ecuadoregno Byron Moreno, che annullò un gol regolare a Tommasi e espulse Totti per una simulazione mai avvenuta. L’Italia si sentì tradita, derubata, e la stampa parlò apertamente di “complotto” pro-Corea per favorire la squadra ospitante.
Ma oltre le polemiche arbitrali, la similitudine con il 1966 era evidente: ancora una volta, l’Italia era caduta contro una Corea, vista come minore, sottovalutata, ma determinata e disciplinata. Ancora una volta, l’Italia era stata eliminata troppo presto, lasciando dietro sé una scia di rimpianti, accuse e caos mediatico.

Così, nel freddo pomeriggio inglese di Middlesbrough nel 1966 e poi sotto le luci accese di Daejeon nel 2002, l’Italia cadde due volte davanti a un destino che aveva i tratti sottili e imprevisti dell’Estremo Oriente. Due cadute simili, due ferite che ancora sanguinano nella memoria collettiva del calcio italiano, segnate non solo dall’eliminazione, ma dall’incredulità.
E poi il silenzio, negli anni recenti, quello più assordante: le non qualificazioni ai Mondiali del 2018 e del 2022, come un’eco lontana di quelle umiliazioni, ma forse ancor più crudele, perché non c’è nemmeno il campo a cui aggrapparsi, né un avversario da maledire.
È il destino che torna, ciclico, beffardo, a ricordarci che la gloria è un soffio, e la caduta, spesso, un sussurro che viene da lontano. Corea del Nord, Corea del Sud, e poi il nulla: un triangolo di assenze che disegna la fragilità di un gigante.
Ma anche nella sconfitta più nera, il calcio italiano sa rinascere. Perché a ogni inverno segue, ostinata, la primavera.
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