28 Luglio 2025
Il calcio giocato è fermo. Finalmente, bisbiglierebbe qualcuno, alla luce dell’interminabile e faticosa stagione appena conclusa. Mentre i giocatori rientrano dalle vacanze e svolgono la preparazione estiva, le squadre e i procuratori sono al lavoro per presentare delle rose ottimali ai nastri di partenza. Il calciomercato, tra speculazioni, acquisti e cessioni, è il cantiere sportivo per eccellenza. E, come ogni anno, accende forse più di ogni altra cosa i media e l’opinione pubblica. È una corsa alla notizia, un tentativo di scoop, una necessità di avventurarsi in analisi economico-finanziarie sulle dinamiche dell’attuale sistema sportivo. In questo sisma generale, uno dei temi ciclicamente dibattuti riguarda la distribuzione impari delle capacità economiche tra le principali leghe europee. E, quindi, il differente approccio al mercato.
La risposta alla domanda è inevitabilmente e sonoramente sì. Ma addentriamoci nella questione. È notizia di qualche giorno fa che il solo Liverpool abbia speso, nell’ultimo mese e mezzo, una cifra superiore a quella di tutte le squadre di Serie A messe insieme. Dato che non ci coglie impreparati, per quanto comunque sorprendente. Sappiamo che la Premier League è un campionato molto ricco. Conosciamo come questo movimento venga agevolato e premiato dal progetto e dalla visione della federazione inglese, attraverso i quali l’appeal della competizione nel mondo cresce esponenzialmente. Ciò permette di generare grossi introiti tra sponsor e diritti TV.
Secondo le stime riportate da Calcio e Finanza, la Serie A, nella stagione 2024/2025, ha ricavato dai diritti televisivi un ammontare pari a 900 milioni. La Premier 3,4 miliardi. Un aspetto direttamente collegato a questi numeri riguarda le possibilità di investimento. A fronte di tali distanze, e al netto di due mondi caratterizzati l’uno dalla presenza e l’altro dall’assenza di un piano di promozione sportiva ed economica, i grandi investitori sono protesi verso modelli come il calcio inglese e non come quello italiano. La Serie A, per sperare di incrementare la competitività e di ridurre, sul lunghissimo periodo, il gap, ha bisogno di quella riforma sistemica che chiamiamo a gran voce da anni, ma della quale i nostri vertici politici e sportivi non avvertono l’impellenza.
I motivi d’intervento dovrebbero riguardare sia aspetti sportivi, che comunicativi. Nel primo ambito potrebbero rientrare sia operazioni di campo, come la riduzione da 20 a 18 squadre, al fine di aumentare la qualità media degli incontri, sfoltire il calendario e organizzare meglio le coppe nazionali ed europee, sia operazioni manageriali, come la ridefinizione del modello salariale, in modo da consentire un solido equilibrio interno al campionato e limitare la fuga dei top player. Nell’ottica del secondo ambito è invece fondamentale un rebranding visivo e narrativo della Serie A oltreché una riforma interna dei broadcast e dei diritti TV, sia su suolo nazionale che internazionale.

Un passo in avanti significativo da questo punto di vista potrebbe essere il superamento della limitazione del “no single-buyer”, ossia il divieto per un operatore di acquisire tutti i pacchetti dei diritti TV. La Bundesliga ha già abolito questa restrizione lo scorso anno e ha ottenuto, secondo le registrazioni, circa 1,1 miliardi in diritti broadcast domestici.
Il Governo italiano starebbe valutando la medesima pista tedesca. Ha fatto discutere, dopo essere filtrata al pubblico tramite testate come Reuters e Calcio e Finanza, una preliminare bozza di disegno di legge delega nella quale si valuta il superamento della Legge Melandri, che nel 2009 aveva introdotto proprio la no single-buyer rule. Tale bozza contiene un altro punto determinante, legato alla ripartizione dei proventi.
La proposta prevede una parte superiore al 50% distribuita in parti uguali tra i club, una parte assegnata in base ai meriti sportivi nelle stagioni successive al 1999/2000 e un’ultima parte distribuita in relazione all‘impiego dei giovani. Oggi il processo di conferimento è differente. Un 50% va in parti uguali ai club. Poi c’è un 28% legato ai risultati sportivi. E infine un 22% in base al radicamento sociale (di cui appena 1,1% riferito al minutaggio dei giovani, un 8,36 all’audience TV e un prominente 12,54 agli spettatori allo stadio).
La Lega Serie A non è stata particolarmente felice nel leggere il documento. Tramite un comunicato, ha manifestato irritazione per non aver preso parte alla stesura della bozza. In tal senso il ministro Abodi è stato costretto ad intervenire. Egli ha spiegato che si tratta semplicemente di una bozza tecnica, la quale era stata girata ai ministeri cointeressati, nell’ottica di contributi continui che segneranno un iter dinamico e lungo, considerato che i tempi di una legge delega sono di un anno. Il tema di fondo però rimane. La centralizzazione potrebbe contribuire a sviluppare l’appetibilità del prodotto sul mercato globale. Questo attraverso la possibilità di strutturare una “pacchettizzazione” più flessibile, migliore visibilità e contenuti editoriali di qualità.
Se la macchina amministrativa evolve, le società non possono che trarne giovamento. Ad oggi, è molto complicato per le nostre squadre misurarsi contro i giganti europei, non soltanto inglesi chiaramente. In diversi casi siamo stati bravi e fortunati a poterci calcare i palcoscenici più ambiti. È il caso delle due finali di Champions fatte dall’Inter, delle due finali europee ottenute dalla Roma, con successo in Conference, e dalla Fiorentina. Ed è giusto applaudire a questi percorsi.
Tuttavia, i limiti, specialmente per chi gioca in Champions, si sono visti ed è più che comprensibile. Tanto avanti si arriva, quanto più tocca confrontarsi con squadre che, pedissequamente, stanziano enormi capitali sul mercato, entrano in possesso dei cartellini dei migliori giocatori in circolazione e costruiscono rose di titolari e riserve di altissima fascia. Questo mentre i team di A sono inibiti da molteplici costrizioni. Il rispetto dei paletti Uefa porta ad assumere un’impostazione nel segno della sostenibilità. Spesso occorrono autofinanziamenti maturati con cessioni illustri, prima di poter comprare rinforzi. Questo non aiuta a costruire e non dà un’identità alla squadra.
Ed ecco perché, riprendendo il discorso fatto in precedenza, è fondamentale agire attivamente e tempestivamente per rilanciare le condizioni del nostro calcio. Se la FIGC continua a cullarsi, se la nostra classe dirigente persevera in questo ristagnamento ideologico e culturale, le sorti del nostro movimento non potranno che essere sempre peggiori. Con conseguenze capillari su tutti, anche su coloro i quali detengono con indifferenza il potere.
Commenti