29 Agosto 2026
Ratko Mladić è morto giovedì 27 agosto, a 84 anni. Il “Macellaio di Srebrenica” scontava l’ergastolo definitivo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, confermato nel 2021 dal Meccanismo residuale per i tribunali penali internazionali. Era malato da anni, colpito da almeno un ictus, e negli ultimi mesi la Serbia ne aveva chiesto invano il rilascio umanitario per motivi di salute. La sua morte chiude, almeno sul piano giudiziario, uno dei capitoli più sanguinosi della storia europea recente: quello della pulizia etnica in Bosnia e del genocidio di Srebrenica, dove nel 1995 furono uccisi oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani. E poche ore dopo la notizia, il calcio ha deciso da che parte stare, e lo ha fatto senza ambiguità.
Il 27 Agosto 2026, nel playoff di Europa League tra Viktoria Plzeň e Stella Rossa Belgrado, partita persa dai serbi 5-1, gli ultras in trasferta hanno srotolato uno striscione: “Generale, eterna gloria e gratitudine”, eseguendo il saluto militare mentre lo esponevano.

E qui il l’episodio diventa ancor più grottesco, perché mentre la curva intonava il nome del “generale”, in campo la Stella Rossa veniva travolta 5-1 e usciva dal playoff. Il club è stato capace di organizzare in tempo reale il culto di un uomo condannato per genocidio, ma non di evitare una delle peggiori figure europee della sua storia recente.
Per capire la portata del gesto bisogna ricordare chi fosse davvero Mladić. Non era un soldato qualunque, ma il comandante dell’esercito dei serbo-bosniaci durante la guerra del 1992-95, guidò infatti l’assedio di Sarajevo (quattro anni di cecchini e bombardamenti sulla popolazione civile) e l’offensiva su Srebrenica, dove nel luglio 1995 furono giustiziati oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani. È l’unico genocidio riconosciuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Condannato in primo grado nel 2017, la sentenza diventa definitiva nel 2021: ergastolo, senza ulteriori appelli possibili. Sì, questo è l’uomo che ieri sera, in uno stadio europeo, qualcuno ha chiamato “eroe”.
Non è solo un episodio isolato da curva: l’account ufficiale del club ha infatti rilanciato la foto dello striscione sui propri social, accompagnata da un’emoji del saluto militare. Una scelta editoriale precisa, rivendicata, non uno scivolone da gestire a cose fatte. È la differenza che rende questo caso diverso da tutti i precedenti: non parla più solo la tifoseria, parla il club.
Nel frattempo, in Republika Srpska si consumava lo stesso rito in versione istituzionale: leader locali hanno reso omaggio a Mladić nella cattedrale ortodossa di Banja Luka, mentre il presidente della RS Siniša Karan lo ha definito una delle figure militari più importanti nella storia del popolo serbo. Dulcis in fundo: Belgrado ha annunciato funerali di Stato con onori militari.
Il dettaglio non è marginale: mentre gli ultras cantavano allo stadio, le istituzioni della Republika Srpska celebravano lo stesso uomo con lo stesso linguaggio, quasi in sincrono. Non c’è distanza tra la curva e il palazzo, in questo caso: c’è continuità.

La reazione da Bruxelles, però, non si è fatta attendere: un portavoce della Commissione Europea ha dichiarato che qualsiasi glorificazione di criminali di guerra contraddice i valori fondamentali dell’Unione e non ha posto né nell’UE né nei paesi candidati all’adesione. Un riferimento non casuale alla Serbia, candidata dal 2012. Anche la Croazia si è mossa: il ministro della Difesa Ivan Anušić ha collegato la scelta di Belgrado a una linea politica che, a suo dire, guarda ancora agli anni Novanta.
Chi conosce la storia recente dei Balcani sa che la curva della Stella Rossa non è un luogo neutro dove per caso si intonano cori sbagliati. È la stessa curva, i Delije, da cui uscì Željko Ražnatović “Arkan”, capo ultras diventato comandante della milizia paramilitare nota come le “Tigri di Arkan“. I reparti di Arkan, reclutati in parte proprio tra i tifosi della Stella Rossa, operarono in sinergia con l’esercito di Mladić durante la pulizia etnica in Bosnia: massacri, stupri, saccheggi, a partire da Bijeljina nell’aprile 1992.
Un’inchiesta della Balkan Investigative Reporting Network ha documentato come quei crimini siano rimasti in larga parte impuniti fino a oggi. Il filo che lega la curva Marakana del 2026 alle Tigri del 1992 non è una suggestione giornalistica: è la stessa comunità, la stessa mitologia, lo stesso linguaggio.
Non è un caso isolato di retorica nazionalista, perché secondo quanto riportato dai media, la stampa serba sta raccontando la morte di Mladić con gli stessi toni usati vent’anni fa per la scomparsa di Slobodan Milošević, morto anche lui, da detenuto all’Aia. Stesso copione, stessi eroi immaginari, stessa incapacità collettiva di chiamare un genocidio con il suo nome. Il calcio, in questo, non fa che essere il megafono più rumoroso di un lutto di Stato che altrove, in Europa, avrebbe tutt’altro nome. Perché, quando raccontiamo queste storie, emerge sempre il solito slogan del nostro podcast: “Confini di Gioco”, cioè “il calcio non è mai solo calcio”.
Mentre a Belgrado si preparano i funerali di Stato, a Zvornik, una delle città che fu teatro delle esecuzioni di massa del ’92, centinaia di persone sono scese in piazza. Non per festeggiare, ma per protestare, con la paura addosso che la scena vista allo stadio non sia un episodio isolato ma l’anteprima di qualcosa di più grande. Trent’anni dopo, la stessa regione continua a dividersi esattamente sulla stessa linea: da una parte chi seppellisce un carnefice con gli onori, dall’altra chi ne porta ancora le cicatrici. Ma se la guerra dei Balcani fosse la Battaglia dei Bastardi nel Trono di Spade, o ugualmente nell’universo fantasy di George R. R. Martin, potremmo benissimo dire: “La Bosnia non dimentica” (invece di “Il nord non dimentica”).
Non è la prima volta che la curva canta il nome di Mladić: secondo Il Fatto Quotidiano, infatti, già nel 2018 l’Uefa aveva sanzionato il club per cori identici, giudicati discriminatori verso le vittime del genocidio. Stavolta però la responsabilità non è genericamente “dei tifosi”: è il club stesso, con il proprio account ufficiale, ad aver amplificato il messaggio, rendendo più difficile derubricare l’episodio a folklore da trasferta. Se l’organo disciplinare vuole essere coerente con le proprie regole su discriminazione e cori offensivi, una multa simbolica forse non basterà.
Ma la domanda vera non riguarda l’importo dell’ammenda: riguarda il fatto che, nel 2026, in uno stadio europeo, sventoli ancora impunemente uno striscione che chiama “eroe” l’uomo che ha organizzato l’esecuzione di ottomila uomini a Srebrenica. Il calcio, ancora una volta, si scopre specchio fedele di ciò che una parte della Serbia non ha mai voluto elaborare.
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