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Dal campo alle urne: quando i campioni diventano leader

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Calcio, Calcio e politica

Dal campo alle urne: quando i campioni diventano leader

C’è un momento, nella carriera di ogni calciatore, in cui il campo smette di essere infinito. Il fischio dell’ultimo allenamento, lo spogliatoio che si svuota per l’ultima volta, l’applauso che si spegne. Ed è lì, esattamente in quel vuoto, che alcuni ex campioni hanno deciso di non fermarsi. Hanno scambiato lo stadio per il comizio, il pallone per lo scranno, la maglia numerata per la fascia tricolore. Non parliamo di semplici opinionisti da salotto televisivo: parliamo di presidenti, ministri, sindaci e senatori. Il contrasto è quasi cinematografico – da un lato il tifo, l’adrenalina, il boato di ottantamila persone; dall’altro il silenzio delle aule istituzionali. Eppure, a guardarli da vicino, questi due mondi sono molto più vicini di quanto sembri.

La trasmigrazione di una personalità in due contesti all’apparenza antitetici: lo spogliatoio e l’ufficio, l’animosità e la noia burocratica. Pensare a campioni in un ambiente simile sembra quasi straniante, assurdo e contro natura. E in questo solco apparentemente profondo troviamo uno spirito di adattamento che difficilmente avremmo previsto. Quanto c’è di simile tra un campo da calcio e la scrivania da sindaco o presidente?

George Weah, il Pallone d’Oro diventato Capo di Stato

Il caso forse più celebre e clamoroso porta il nome di George Weah. Attaccante totale: progressione, strappo e finalizzazione. Non a caso il primo africano di sempre a vincere il Pallone d’Oro nel 1995. Una carriera da Milan, PSG, Chelsea, Manchester City non può che forgiare una personalità forte refrattaria a qualunque tipo di pressione. Immaginate fuori dal campo. Ed infatti nel 2018 arriva il salto nel vuoto più imprevedibile della sua carriera: presidente della Repubblica della Liberia, il Paese che lo ha visto nascere e crescere tra le difficoltà di Monrovia. Vita politica più impervia di quella sul rettangolo verde: prime elezioni perse nel 2005 e nel 2011 come vicepresidente. Avventura che finisce nel 2023 dopo aver perso le elezioni con Boakai. Mandato lungo e complicato ma resta il simbolo più forte di come un pallone possa trasformarsi in un seggio presidenziale.

Campioni
George Weah presidente della Liberia.

Kaladze e Kavelashvili: la Georgia che ama i suoi ex calciatori

Se pensate che la Georgia abbia dato i natali solo a Kvara, state commettendo un grosso errore di valutazione. Kakha Kaladze, colonna difensiva del Milan capace di vincere due Champions League a fianco di Maldini e Nesta, è diventato vice primo ministro e sindaco di Tbilisi. Il titolo di ministro della difesa sarebbe stato più opportuno per ovvie ragioni.

E poi c’è Mikheil Kavelashvili. Forse non il più blasonato calciatore georgiano di tutti i tempi e con una carriera pressoché a fari spenti tra Dinamo Tbilisi, Lucerna, Zurigo e una rapida avventura al Manchester City. Entrato in politica come deputato di Sogno Georgiano nel 2016, nel 2022 co-fonda insieme ad altri due parlamentari “People’s Power” (Potere del Popolo), una fazione scissionista dallo stesso partito. Nel dicembre 2024 viene eletto presidente della Georgia dal collegio elettorale di 300 membri controllato dalla maggioranza — 224 voti su 225 presenti, unico candidato sulla scheda.

Il sottosegretario Gianni Rivera

Difficile non pensare a una relazione di continuità tra il Milan, Silvio Berlusconi e la politica italiana. Pensare che lo stesso patron del Milan ha riposto così tanta fiducia in Franco Baresi da volerlo deputato di Forza Italia. Cosa che non avvenne mai. Però Gianni Rivera più di un pensiero al Parlamento lo ha fatto. Nel 1987, un anno dopo dell’acquisto di Berlusconi del Milan, Rivera si è candidato alla circoscrizione Milano-Pavia nelle file della Democrazia Cristiana. Fino ad essere sottosegretario di Stato al Ministero della difesa nei governi Prodi, D’Alema (in entrambi i governi) e il secondo governo Amato. La cosa buffa è stata la corsa al collegio di Milano nel 2001 in cui Rivera ne esce sconfitto. Contro di chi? Esatto, contro lo stesso Silvio Berlusconi con la colazione di centro-destra Casa delle Libertà.

Lo stadio come palestra al mondo politico

C’è un motivo che va ben oltre la carta d’identità se tanti ex campioni finiscono per trovare fortuna tra i banchi della politica. Pensare a chi ha giocato per anni davanti a ottantamila spettatori, tra cori, striscioni e la gogna dei giornali del lunedì: una scuola di gestione della pressione che pochi altri mestieri sanno offrire. Non è un caso che a metterci la faccia siano quasi sempre gli uomini copertina, abituati a prendersi la responsabilità del tiro decisivo senza nascondersi. Ma non solo, campioni come Kavelashvili sono più silenti ma non meno efficaci nello spogliatoio. Il carisma del campo si traduce così in un vantaggio immediato alle urne.

Ma c’è di più, ed è un fattore del tutto contemporaneo. L’atleta moderno non è più soltanto uno che corre dietro a un pallone: è un vero e proprio brand personale, un’azienda pronta a spendere la propria immagine in contesti del tutto diversi. Il rettangolo di gioco? Soltanto il primo capitolo di una storia molto più lunga.

Autore

  • Studio Editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Mi limito a scrivere di calcio, con sottile ironia, su Fuoridalgioco perché palla al piede sono un disastro. Se non esistesse il calcio passerei le giornate parlando di teorie e tecniche degli scacchi, ma in realtà lo faccio già. Piango ogni volta che vedo un video di Pato al Milan o parte Touch dei Daft Punk.

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