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Niente Liga a Miami: le proteste in Spagna funzionano davvero

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Niente Liga a Miami: le proteste in Spagna funzionano davvero

South Beach e la Florida possono aspettare perché Villarreal-Barcellona non si giocherà più a Miami. Il viaggio negli Stati Uniti salta definitivamente, la partita all’estero in stile NBA è stata annullata e l’organizzazione non la prende benissimo. Infatti per la Liga “rinunciare a questo tipo di opportunità ostacola la generazione di nuove entrate, limita la capacità dei club di investire e competere e riduce la portata internazionale dell’intero ecosistema calcistico nazionale”. I blaugrana si indignano: “Ci rammarichiamo per l’occasione mancata di ampliare l’immagine della competizione in un mercato strategico, con grande potenziale di crescita e di generazione di risorse per tutti.

Il club è grato per il sostegno incondizionato e l’affetto dei propri tifosi negli USA e si rammarica profondamente che venga loro negata la possibilità di assistere a una partita ufficiale nel loro Paese”. Così “l’incertezza del Paese”, che ha spinto le parti in causa a stracciare l’accordo, diventa l’ottimo pretesto per far tornare tutto al proprio posto. E alla normalità. Com’è giusto che sia. È il caso di dirlo, in Spagna le proteste – quelle pacifiche – funzionano davvero. Anche contro la censura dei poteri forti. E in Italia?

Le proteste funzionano stando fermi (anche contro la censura)

Niente è nato per caso. La Liga ha cercato di nascondere goffamente le prove e i tifosi hanno cantato a squarciagola l’equivalente versione spagnola di “Cairo vattene”. In questo caso il riferimento era a Javier Tebas, presidente del campionato spagnolo che ha messo in piedi una commedia dal finale tragicomico (ma che potrebbe comunque ispirare altre leghe). Il momento più significativo della vicenda si è preso la scena dello scorso weekend di calcio: su tutti i campi della Liga i giocatori di tutte le squadre hanno protestato a modo loro. Come preannunciato una settimana prima dal sindacato di categoria AFE (ovvero l’Asociación de Futbolistas Españoles), ogni calciatore è rimasto fermo per 15’’ dopo il calcio d’inizio.

Una situazione che ha creato imbarazzo alla Liga. Impreparata, l’organizzazione ha comunque trasmesso la contestazione, ma facendola passare per una protesta contro la guerra e “per la pace”. Su altri campi, invece, le telecamere hanno inquadrato solo lo spazio esterno dello stadio non permettendo ai telespettatori di comprendere fino in fondo il (vero) motivo. I presenti hanno applaudito e cantato contro Tebas. Nonostante la censura gratuita, la fermezza dei giocatori ha smosso il sentimento popolare e ha avuto la meglio.

Make clubs great again

C’era davvero la necessità di un viaggio intercontinentale per vedere l’analogo calcistico di un enclave? La mente viaggia subito non troppo indietro. Estate 2025 e Mondiale per club negli USA. Già poco prima dell’avvio di questo nuovo format sono sorti i primi dubbi, non tanto sulla formula in sé ma sul luogo. Perché proprio gli Stati Uniti d’America? L’idea che regge la scelta proto avveniristica dei pesci grossi del calcio mondiale sta nel fatto di trovare un nuovo pubblico da titillare, espandendo un mercato e vendendo un prodotto come se fosse uno spot pubblicitario qualunque. Gli Stati Uniti fungono da mercato perfetto ma per demerito di altri.

Non è la prima volta che il calcio mondiale (dove per mondiale si sottintende quello europeo in quanto capace di smuovere un numero spaventoso di spettatori e interesse comune) cerca nuovi porti dove far attraccare i loro prodotti. Prima la Cina, poi gli stessi USA e nel passato recente l’Arabia. Il fallimento di ogni tentativo deve fungere da campanello d’allarme che, però, suona incessantemente senza che qualcuno lo ascolti davvero. E la maggior parte delle volte le proteste del pubblico refrattario vengono spesso fatte cadere nel vuoto e ribalzate con dichiarazioni pregne di interessi economici sovra individuali. Il tifoso europeo accanito trova irrinunciabile il suo ritmo identitario: casa-stadio-casa. La depauperazione di un meccanismo il quanto più sacro possibile per un aficionado che rimane a bocca asciutta senza una motivazione che lo abbia riguardato direttamente, solo per un feticcio di una casta superiore.

E in Italia?

Nel Paese delle proteste, degli scioperi continui e di una classe dirigente pronta a schernirne l’efficacia, il caso Milan-Como corre su una strada parallela rispetto al caso spagnolo. Cambia il continente di approdo (in questo caso si parla di Australia), la dialettica che l’ha attraversata e l’esito. L’atto sovversivo si è limitato per numero di attori coinvolti e per gesti intrapresi. I calciatori del Milan Rabiot e Maignan si sono espressi apertamente contro la scelta della Lega Serie A di spostare Milan-Como a Perth a causa della momentanea indisponibilità di San Siro causa Olimpiadi invernali. La risposta del CEO della Lega Serie A, Luigi de Siervo, non si è fatta attendere. Con un assenza totale di scrupoli ha buttato la questione sui soldi. Come vincere facile qualsiasi questione.

Giocare su un terreno populista in cui calare l’asso del “i giocatori guadagnano tanto, non dovrebbero lamentarsi” è come fare 21 al blackjack dell’opinione pubblica italiana. Nell’ecosistema del calcio italiano nessun giocatore, dirigente o allenatore di squadre esterne a Milan e Como ha preso le loro difese. Esattamente il contrario di quanto avvenuto in Spagna. I tifosi delle due squadre hanno subito imposto la loro linea: prima allo stadio Sinigaglia durante Como-Juventus poi la Curva Sud prima di Milan-Pisa. I messaggi di protesta, anche forti, contro la decisione della Lega ne hanno evidenziato le posizioni assolutamente contrarie. La domanda che sorge spontanea è quindi: ma si può continuare il campionato senza giocare in Australia per forza? Perché sembra una situazione da now or never.

Autori

  • Guardo, ascolto e provo a dare un giudizio. Che sia calcio giocato o dietro le quinte. Il tutto con un chiave pop-moderna. Alla ricerca della curiosità e dell’unicità. Senza dimenticare le radici di un passato che fa ancora discutere e che divide l’opinione pubblica.

  • Studio Editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Mi limito a scrivere di calcio, con sottile ironia, su Fuoridalgioco perché palla al piede sono un disastro. Se non esistesse il calcio passerei le giornate parlando di teorie e tecniche degli scacchi, ma in realtà lo faccio già. Piango ogni volta che vedo un video di Pato al Milan o parte Touch dei Daft Punk.

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