03 Dicembre 2025
L’espressione “discriminazione territoriale” torna d’attualità alla vigilia di ogni partita giocata dai partenopei contro rivali storici. Ma non sembra riuscire a trovare applicazione quando si parla di altre squadre o tifoserie.
“Aspettiamo con fervore il giorno della vostra estinzione”. Se non fosse per la chiosa finale “Odio Napoli” e il fatto che la scritta sia in italiano, su uno striscione appeso su un cavalcavia di Roma, alla vigilia del big match tra Giallorossi e Azzurri, penseremmo di stare a Belgrado e che si tratti di una dedica dei nazionalisti serbi agli storici nemici croati o albanesi, o viceversa.

Per questo e per tanti altri striscioni, cori, sfottò inneggianti al Vesuvio, alla puzza, al colera, negli ultimi anni sono state coniate due paroline magiche che non tardano a comparire in testa ad ogni articolo o news sul tema: discriminazione territoriale.
Un’espressione indubbiamente figlia dei nostri tempi e di una apparente saggezza storica che noi occidentali avremmo raggiunto dopo essere stati per secoli protagonisti di guerre, colonialismo, stragi, genocidi (che puntualmente continuiamo a foraggiare). Il tutto sanato a posteriori con (inutili) dichiarazioni di diritti, convenzioni internazionali, ecc. Un espressione che i nostri connazionali meridionali, emigrati al Nord in cerca di opportunità negli anni del boom economico e alle prese con una serie di problemi, probabilmente non conoscevano.

Se è vero, come diceva Winston Churchill, che gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e le guerre come fossero partite di calcio, è altresì vero che gli italiani trattano le rivalità calcistiche come questioni geopolitiche e le questioni geopolitiche come rivalità calcistiche. Basta leggere la trattazione dei principali conflitti internazionali da parte dei principali giornali del nostro Paese.
Ormai imbevuti di una narrazione anglosassone che, figlia dei nostri egemoni, ci racconta di un’Italia “Stato artificiale”, salvato dalla disgregazione e dalla tirannia solo ad opera dei benefattori d’Oltremanica e d’Oltreoceano e dalla matrigna Europa, ci crogioliamo nell’immaginare la nostra Penisola come un insieme di tribù territorialmente, culturalmente, linguisticamente, addirittura etnicamente divise, oltre che storicamente in lotta tra di loro. Il calcio italiano poi, con le sue rivalità che si nutrono perlopiù di appartenenza territoriale, dà uno splendido assist a questa tesi.
Poi ti svegli la mattina e ti accorgi che decine di migliaia di napoletani vivono, studiano e lavorano a Roma. Che molti romani, magari anche quelli che prendono posto tra i gradini della Curva Sud e intonano i famosi cori “razzisti”, hanno parenti e amici partenopei. E che nella storia non c’è traccia di guerre romano-napoletane con conseguenti stragi di civili, pulizie etniche, genocidi, conquiste, saccheggi e devastazioni. A meno che non vogliamo risalire alle guerre sannitiche del IV secolo a.C. e identificare (in maniera improbabile) gli attuali napoletani con i Sanniti di allora.

Insomma, una rivalità unicamente calcistica, nata tra l’altro in seguito ad un precedente gemellaggio tra due piazze tanto diverse quanto simili. Giallorossi contro Azzurri, città imperialista contro colonia greca, Papi contro Borboni, Capitani locals contro Campioni approdati da oltremare e adottati fino a diventare idoli. Le due realtà in Italia con il più grande bacino d’utenza dopo le tre strisciate, a cui spesso hanno conteso titoli e prestigio. Nell’eterna lotta tra Nord freddo, potente e delocalizzato e Centro-Sud passionale, povero, ma con il cuore del tifo radicato nel (più o meno) nel proprio territorio.
E l’omicidio di Ciro Esposito, da undici anni motivo di trasferte reciprocamente impedite a romanisti e napoletani residenti nelle rispettive regioni? Secondo l’umile parere di chi scrive, un fatto, per quanto tragico, non ascrivibile a dinamiche collettive. E da cui almeno una parte del mondo ultras giallorosso si è dissociata. Aggiungo che qualsiasi coro o striscione che faccia riferimento a eventi della storia recente in cui ci sono stati dei morti (non, quindi, all’eruzione del Vesuvio, che uccise tra l’altro cives romani), è assolutamente da ripugnare.

Qualcuno rinfaccerà l’utilizzo di sfottò concernenenti “specificità” e luoghi comuni su Napoli come il temuto vulcano, il colera o l’immondizia (oggi, decisamente un problema di Roma). Espressioni facenti parte dello stesso folklore che identifica i leccesi e i vicentini (non me ne vogliano) rispettivamente come “mangiacani” e “mangiagatti”. E che dire delle acerrime rivalità tra città toscane o romagnole, protagoniste in età medievale e moderna di guerre per l’egemonia nelle rispettive regioni? Eppure nessuno si sognerebbe mai di bollare come “discriminazione territoriale” il celebro coro: “Il sogno di un pisano è svegliarsi a mezzogiorno, guardare verso il mare e non vedere più Livorno…”. Caso in cui è parimenti espressa la componente “genocidaria” o di “pulizia etnica”, seppur in maniera meno antipatica dello striscione sull’estinzione. Ma per cui nessuno ha mai gridato allo scandalo.
Qualcun altro contesterà che certi cori fanno da preludio a fatti di sangue. Rispondo con una buona dose di fiducia nell’umanità che raramente mi appartiene. Appellandomi al buon senso, allo spirito critico e all’umanità di chi ogni domenica riempie e colora le curve. Che, vi do una notizia, non sono composte solo da automi analfabeti e depensanti. Perciò, viva la sana rivalità territoriale sugli spalti, financo se fatta di insulti beceri. Viva l’umana fratellanza fuori dallo stadio. Abbasso il razzismo, la violenza e la mancanza di rispetto verso i morti e le tragedie. Violazione della pietas che nella nostra Penisola, oggi come al tempo degli antichi, deve essere valore fondante.
Commenti
Articolo ben scritto ed esaustivo . Complimenti