19 Gennaio 2026
Se nell’esatto momento in cui avete deciso di guardare una qualsiasi partita della Coppa d’Africa con le aspettative da occidentale medio, siete stati fuoristrada. L’AFCON è stato un evento calcistico avvolto da un velo di paranormalità, superstizione e con una totale assenza di razionalità e spirito logico. Ha rigettato l’eurocentrismo calcistico a favore di dinamiche marcatamente identitarie. La sfida è stata anche quella di rendersi conto della mancanza di uno strumento universale per capire il gioco del calcio e quindi la cultura che l’accompagna. Dopo la vittoria finale del Senegal si è potuto tirare una riga facendo attenzione a non dimenticare gli altri poli coinvolgenti della competizione: gli spalti e tutto ciò che più di mefistofelico possa accadere ai giocatori.
Perché tutta questa imprevedibilità scenica sia fuori che sul campo? È stato necessario passare al setaccio alcune caratteristiche tipiche di una competizione che a noi europei (e fantallenatori) tende a disturbare la propria quotidianità: il clima, le condizioni del terreno, un contesto continentale che pone sotto stress l’adattabilità degli stessi giocatori. Tra sciamani, riti voodoo, storie impossibili ed esultanze improponibili l’AFCON 2025 è stata una cartolina bellissima dello sport africano.
Un significato, una frase e centomila ragionamenti che la innervano. Con queste parole il giornalista Maher Mezahi ha cercato di riassumere il senso logico che tira i fili di una competizione la quale trasuda casualità da ogni singolo avvenimento. Un occhio poco esperto potrebbe schedare come papabili campioni le solite blasonate nazionali. Marocco, Nigeria, Egitto, Sudafrica ecc. Una margherita continua con cui fare m’ama non m’ama. L’esibizione però è stata costellata, di tanto in tanto, da piccoli underdog capaci di regalare più di qualche sorpresa. Cose che accadono anche da noi ma non con le stesse motivazioni.
Le difficoltà di un terreno di gioco spesso brullo e mal trattato, il clima angusto e l’ospitalità non proprio da resort a 5 stelle hanno puntellato i ritmi di squadre piene zeppe di campioni militanti in Europa. Giocatori come Ademola Lookman, Achraf Hakimi, Zambo Anguissa ecc. spesso hanno performato in maniera meno impattante rispetto a chi, quei campi, li conosce molto bene. La resa finale della partita, e quindi della competizione, è diventata fluida a causa di alcune defezioni strutturali che nel calcio europeo sono prassi. Quando si parte per l’AFCON bisogna ricordarsi di lasciare a casa il raziocinio e uno stato di comfort che ha smussato lo spirito d’adattamento.
Se i calciatori hanno dovuto fare i conti con il clima e tutte quelle vicissitudine che possono intralciarne il cammino in AFCON, il pubblico a casa ha vissuto in un costante ping pong di emozioni tra il campo e gli smalti. I due vivono una sorta di relazione osmotica. In Mauritania-Botswana, girone D, sugli spalti si è aggirata una figura misteriosa. Nessuno sa chi sia, quale squadra supporti o perché effettivamente sia conciato in quel modo.
Con un outfit assemblato coi cocci di uno specchio andato in frantumi si è eretto a nemico giurato di qualsiasi raggio di sole e telecamera. Il volto celato da una maschera che ha ricordato vagamente il cattivo di Squid Game e un cappello a cilindro che conclude in bellezza il cosplay da specchio rotto. Questa figura mitologica non deve però far pensare che tutto ciò di strano che può accadere va rilegato al mondo del tifo, sia mai.

Nuova partita e nuovo motivo patologico per innamorarsi della coppa d’Africa. Il capitano dello Zambia, Fashion Sakala, ha saltato la partita contro il Marocco ma nessun infortunio. Secondo l’ex campione zambiano Clifford Mulenga, Sakala avrebbe mangiato dei bruchi prima dell’importante partita contro la nazionale ospitante. L’accusa non è morta con un semplice post al veleno dello stesso Mulenga ma ha trovato la pronta risposta di Sakala che ha raccontato i dissapori di natura finanziaria tra i due. Lo zampino animistico da santone di qualche televisione di provincia commerciale ha intralciato il cammino del Mali. Il sedicente predicatore Sinayoko ha raccolto circa quarantamila dollari di donazioni promettendo il passaggio del turno contro il Senegal. Risultato finale, sembra scontato dirlo, è stata proprio l’eliminazione del Mali con tanto di fuga rocambolesca dello stregone col malloppo in mano. Arrestato immediatamente dalla polizia col reato, ci piace pensare, di tentata stregoneria.
Credevamo di averle viste tutte. E invece la Coppa d’Africa trova sempre il modo di stupirci. Anche se si tratta di una finale. I protagonisti sono i giocatori del Senegal, del Marocco…e un asciugamano. Ma andiamo con ordine.
Lo Stade Prince Moulay Abdallah è il palcoscenico esclusivo di una partita destinata a rimanere nella storia. Non è un semplice modo dire, perché quanto è accaduto ha del surreale e del tragicomico. In una gara risolta solo nei tempi supplementari, il Marocco – prima di sbagliare il rigore con Brahim Diaz – le prova tutte. Chiedendo aiuto anche ai raccattapalle. Sotto ordine specifico dello staff di Regregui i piccoli ball-boy, infatti, per destabilizzare il portiere avversario tentano più volte di rubargli l’asciugamano. Il secondo portiere del Senegal da buon vigile difende il suo compagno di squadra e l’intervento dei ragazzini.
Questione di karma? Vedendo come sono andati gli ultimi minuti potremmo definirlo così.
Sul punteggio di 0-0 l’arbitro in pieno recupero concede un calcio di rigore al Marocco. Ecco l’evento che cambia la narrativa: il Senegal torna negli spogliatoi per protestare la decisione. Mané, da vero leader, richiama i suoi compagni in campo per far tirare il rigore agli avversari. Brahim decide di reincarnarsi nella figura di Maicosuel e nel momento più importante – forse della sua carriera – scarica dal piede un irriverente pallonetto che finisce tra le braccia di Mendy. Il psicodramma marocchino è servito. Il Senegal, contro ogni aspettativa, festeggia ai tempi supplementari con l’eroe Pape Gueye. È solo calcio, noi lo chiamiamo spettacolo.
Insomma, il messaggio e le intenzioni sono chiari. La Coppa d’Africa è l’antidoto alla noia. Divertimento e colpi di scena sono assicurati. Riti voodoo compresi.
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