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Il Parma più italiano di sempre

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Calcio, Serie A

Il Parma più italiano di sempre

Doveva essere l’ennesimo profeta della nuova scuola. Giovane, brillante, cosmopolita. Uno di quelli che arrivano in Italia per insegnare calcio. E invece Carlos Cuesta ha fatto esattamente l’opposto: ha imparato l’italiano. Ma non la lingua. Il calcio.

Altro che calcio evoluto

Quando il tecnico spagnolo è arrivato sulla panchina del Parma, l’aura era quella dell’allenatore rivoluzionario. Classe 1995, passato in contesti internazionali importanti, idee moderne, metodologia avanzata. Ci si aspettava pressing feroce, costruzione dal basso quasi filosofica, difesa altissima e dominio del possesso.

Invece Cuesta ha tirato fuori qualcosa che in Italia conosciamo benissimo: pragmatismo puro.

Linea difensiva bassa, spesso a cinque, blocco compatto davanti all’area, pochi rischi in costruzione e grande attenzione alla fase difensiva. In attacco il piano è semplice: verticalizzare rapidamente, sfruttare gli spazi e colpire su palla inattiva.
A Parma qualcuno ha già coniato un termine che rende bene l’idea: calcio catapulta. La squadra si difende, si compatta e poi prova a scagliare l’azione offensiva in avanti nel minor tempo possibile. Come con una fionda.

Il paradosso di Cuesta

Il paradosso è evidente. Un allenatore di trent’anni che gioca come uno dei tecnici più tradizionalisti della Serie A. Un tecnico cresciuto in ambienti calcistici innovativi e moderni, che ha fatto la gavetta come secondo di Arteta all’Arsenal, ma che applica principi pressoché conservativi. Inevitabilmente, le critiche non sono mancate.

C’è chi sostiene che questo Parma stia rinunciando a qualcosa. Che una rosa giovane e dinamica meriterebbe un calcio più coraggioso, ambizioso e spregiudicato. Il dubbio che aleggia da inizio stagione è sempre uno: non si potrebbe fare qualcosa in più?

Domanda più che legittima, anche perché la squadra non cerca quasi mai di dominare la partita. Accetta, quasi sottomessa, di difendersi. Spesso cerca di portare le gare sui propri binari, sporcandole e instaurando un regime di terrore dove anche solo un minimo episodio può essere determinante. E il più delle volte ci riesce. Vedi la partita contro la Fiorentina, terminata 0-0, dove la Viola ha praticamente deciso di tirare i remi in barca per paura di essere beffata, piuttosto che sbilanciarsi per provare a portare a casa una vittoria fondamentale.

Cuesta

Cuesta allievo di Allegri

Ed è qui che entra in gioco il concetto più italiano di tutti. Cuesta sembra aver assimilato alla perfezione la filosofia del cortomusimo, resa celebre ai tempi della Juventus da Massimiliano Allegri.

La stagione del Parma racconta questo: 20 gol segnati (peggior attacco del campionato insieme al Lecce) e 8 vittorie su 8 arrivate con massimo un gol di scarto. 1-0 o 2-1, il copione è sempre lo stesso: partita chiusa, ritmi controllati, difesa compatta e colpo decisivo al momento giusto.

Non è sicuramente il calcio più scintillante e spettacolare d’Italia e d’Europa. Ma è uno dei più efficaci e funzionali. I risultati, per ora, sembrano dar ragione al tecnico maiorchino. Ma è lecito e quasi doveroso aspettarsi di più, soprattutto nella proposta di gioco.

Cuesta

La crescita dei singoli

All’interno di questo sistema, però, stanno emergendo alcuni interpreti molto interessanti, perfetti per il sistema di gioco adottato.

Il nome che spicca di più agli occhi degli osservatori è quello di Mandela Keita, diventato il motore e l’equilibratore della squadra. Nel calcio verticale di Cuesta il suo ruolo è fondamentale: recupero palla, conduzione e immediata transizione offensiva. Keita è un centrocampista completo dal punto di vista fisico e dinamico. Ha grande capacità di copertura, aggressività nei duelli e soprattutto una qualità preziosa per questo sistema: sa ribaltare l’azione in pochi secondi. Non è il classico regista che detta i tempi, ma è l’uomo che trasforma una difesa bassa in un’azione offensiva.

Nelle altre zone di campo?

Dietro continua la crescita di Alessandro Circati, che sta assumendo sempre più responsabilità nel reparto arretrato. Il classe 2002 è il prototipo del difensore moderno adattato a un sistema molto italiano: forte nei duelli fisici, aggressivo nelle marcature e sempre più sicuro nella gestione dell’area. La sua maturazione è uno dei segnali più positivi della stagione crociata.

Come non citare, poi, Edoardo Corvi, passato da riserva di Suzuki, senza alcuna esperienza, a titolare irremovibile a difesa della porta gialloblù. Non è sicuramente il calciatore più appariscente della rosa, ma è uno di quelli dal rendimento sicuro. Nonostante le poche presenze in Serie A, è già tra i candidati a una carriera che vada oltre Parma, destinato ai grandi scenari.

Davanti, infine, c’è la certezza Mateo Pellegrino. Il suo non è il profilo del centravanti spettacolare o iper tecnico, ma è esattamente quello che serve a una squadra come il Parma. Pellegrino lavora spalle alla porta, lotta con i difensori e soprattutto segna gol pesanti. In un sistema dove le occasioni non sono molte, la capacità di trasformare anche una sola palla in rete diventa decisivo e l’argentino lo sta facendo molto bene.

Cuesta
Pellegrino

La classifica parla chiaro

La classifica racconta una realtà molto concreta.

A dieci giornate dalla fine, il Parma è dodicesimo con 34 punti. Un margine che consente di guardare al finale di stagione con relativa tranquillità e con una salvezza ormai a un passo. Non è il Parma spettacolare che molti immaginavano a inizio stagione. Non è la rivoluzione estetica che qualcuno si aspettava da un allenatore così giovane. Ma è un Parma solido, organizzato e tremendamente pratico.

E nel calcio, alla fine, c’è una verità che resiste a ogni dibattito tattico: se i risultati arrivano, l’ultima parola ce l’ha sempre il campo.

Autore

  • Ragazzo di 23 anni, matto per il calcio e il suo racconto quotidiano. Seguo il gioco tra campo e numeri, cronaca e analisi, con attenzione ai dettagli e alle storie che ne spiegano l’evoluzione. Un modo diretto e coinvolto di vivere e raccontare il calcio in tutte le sue forme.

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