FuoriDalGioco Gli sport che ami, la voce che cercavi
“Zona Cesarini”: 120 anni dalla nascita di “Cè”

7 min di lettura

Back to the past, Calcio, Calcio e politica, Serie A

“Zona Cesarini”: 120 anni dalla nascita di “Cè”

L’11 Aprile 1906 nasceva a Senigallia Renato Cesarini, mezzala italo-argentina. Vincitore di cinque Scudetti con la Juventus negli anni ’30, ha dato il nome alla famosa “zona”. Una vicenda che si intreccia con un periodo cruciale della storia del nostro Paese, dal punto di vista sia politico che calcistico.

Mai sentito parlare del premio Cesarini? Istituito nel 2016, viene assegnato ogni anno al calciatore che segna il gol più tardivo della stagione di Serie A, calcolato in base al minuto ufficiale di realizzazione. La scorsa edizione, la numero 10 dalla sua istituzione, se l’è aggiudicata l’ex attaccante dell’Atalanta Ademola Lookman, grazie al gol del 2-3 segnato al minuto 98:06 contro il Como il 24 settembre 2024. La cerimonia si è svolta a Civitanova Marche, ma il premio è stato istituito a Senigallia, città natale del calciatore alla cui memoria si vuole rendere omaggio.

Cesarini
Renato Cesarini (fonte: Storie di Calcio)

Chi era Renato Cesarini

Marchigiano di nascita, argentino d’adozione. Nove mesi dopo la sua nascita, avvenuta l’11 aprile di 120 anni fa, i genitori decidono di imbarcarsi sul bastimento Mendoza, che da Genova fa rotta a Buenos Aires. Si stabiliscono nel barrio Palermo, dove Il padre Giovanni fa il calzolaio, mentre la madre si occupa della casa. Quel quartiere di poveracci è un piccolo pezzo del Belpaese. Vi sorge Plaza Italia, dove dal 1904 si erge una statua di Garibaldi donata dalla comunità italiana, e vi si può trovare una colonna del Foro romano, omaggio proprio del Comune di Roma.

Ma per Renato, dal carattere curioso e ribelle, è anche una fonte inesauribile di stimoli: prostitute, tango, chitarra, lavori di fortuna…e calcio. In quegli anni il quartiere dà vita anche a due squadre, il Club Sportivo e il Club Atlético Palermo (dove ha militato anche un altro futuro giocatore della Juve, Gonzalo Higuain). Cesarini invece comincia a giocare con i ragazzi della Borgata Palermo, come centrocampista o attaccante, prima di approdare nelle giovanili del Chacarita Juniors all’età di 18 anni. Dal 1924 al 1929 contribuisce con oltre 50 gol (all’epoca non si giocava tanto quanto oggi) a portare i funebreros (così chiamati perché la squadra si trovava nel quartiere del più grande cimitero di Buenos Aires) in Primera Division. Colleziona addiruttura due presenze e una rete con l’Albiceleste.

L’Italia e gli oriundi

Non sempre siamo noi gli artefici delle nostre fortune. Almeno, non del tutto. Al giorno d’oggi, immersi nell’iperindividualismo, tendiamo a sottovalutare l’impatto di circostanze esterne sui nostri destini. O più semplicemente, l’impatto dei fatti degli altri. A calmare le acque dell’Atlantico, spianando la via del viaggio di ritorno verso l’Italia per Cesarini, ci pensa un altro oriundo. Raimundo “Mumo” Orsi. Ala sinistra, classe 1901, autore di oltre 100 gol con la maglia dell’Independiente di Avellaneda e finalista ai Giochi olimpici di Amsterdam nel 1928 con la Seleccion. La vetrina olimpica fa sì che il presidente della Juventus Edoardo Agnelli arrivi a offrirgli un contratto da 100mila lire all’anno più altre ottomila al mese, una villa in collina e una Fiat 509 con tanto di autista personale.

All’epoca, in virtù della Carta di Viareggio del 1926, non si potevano tesserare giocatori stranieri. Ma nonostante non sappia parlare italiano, Orsi è nato a Santa Maria di Bobbio, in provincia di Piacenza. Sorgono anche attriti tra tra lo Stato sudamericano e quello fascista, accusato di voler costruire una Nazionale azzurra coi campioni argentini. Non senza ragione, dato che gli Azzurri di Vittorio Pozzo si aggiudicheranno i Mondiali del 1934 e del ’38 anche grazie a nomi come Luìs Monti, Attilio Demarìa, Enrique Guaita e Michele Andreolo (uruguagio). Si tratta anche di una scommessa per gli oriundi argentini. Infatti, come abbiamo spiegato in una delle ultime puntate di Confini di Gioco, trasferirsi in un altro campionato significava rinunciare alla possibilità di vestire la maglia della Nazionale. Tuttavia, questo precedente spiana la strada all’arrivo di Cesarini in Italia. Dopo l’affare Orsi, la Juventus ha messo nel mirino anche lui.

Raimundo Orsi, con la maglia bianconera, in una foto d’epoca (fonte: Storie di Calcio)

Cesarini in Italia

E così, dopo più di vent’anni dall’andata, Cesarini prende il transatlantico di ritorno, il Duilio. Decisamente più confortevole, tra champagne, orchestra e belle ragazze. Quel ragazzo, dal ciuffo ribelle e dal temperamento eccentrico e proteso al divertimento, mal si sposa con lo “stile Juventus” impersonificato dal vicepresidente Giovanni Mazzonis. Tanto che il 23 febbraio 1930, a soli dieci giorni dal suo sbarco dopo un viaggio durato mesi, i vertici bianconeri decidono di farlo scendere subito in campo a Napoli. L’obiettivo è distogliere subito l’attenzione dalle sue avventure fuori dal rettangolo di gioco.

È l’inizio di una storia durata cinque anni. Esattamente quelli della famosa “Juve del Quinquennio”, che dal 1930 al ’35 egemonizza il calcio italiano conquistando cinque Scudetti consecutivi e una Coppa Mitropa, antesignana delle moderne coppe europee. “Cè”, come viene chiamato dai compagni nello spogliatoio, mette a segno 54 gol in 147 presenze. E neanche un anno dopo, il 25 gennaio 1931, arriva l’esordio in Nazionale.

Al Littoriale (oggi Dall’Ara) di Bologna, scende in campo con il numero 8 e segna il quarto gol nel 5-0 rifilato alla Francia, diventando subito un punto fisso della Nazionale. Gli Azzurri infatti sono attesi in un prestigioso torneo con le squadre all’epoca più forti del continente, la Coppa Internazionale. Una sorta di Europeo ante litteram a cui prendono parte anche Austria, Ungheria, Cecoslovacchia e Svizzera. E il 29 marzo, a Berna, Cesarini regala un assaggio del suo futuro marchio di fabbrica, inchiodando sull’1-1 gli elvetici all’85′.

Cesarini
Renato Cesarini con la maglia della Juventus negli anni ’30 (Fonte: Il pallone racconta)

La nascita della leggenda

Ma la partita che lo consacra alla storia calcistica è il 3-2 contro l’Ungheria del 13 dicembre 1931, allo stadio Filadelfia di Torino, con il gol vittoria siglato al 90′. La notizia si guadagna la prima pagina su La Stampa al pari della visita del Mahatma Gandhi. Una vittoria che però non basterà agli Azzurri per bissare il successo nella competizione ottenuto due anni prima, concludendo il girone unico dietro l’Austria. La domenica seguente, durante la partita di campionato Ambrosiana Inter-Roma, i nerazzurri segnano all’89° il gol del 2-1 finale. Il giornalista de Il Tempo Eugenio Danese, ricordando quanto successo una settimana prima, conia la celebre espressione “Zona Cesarini“.

Cesarini segnerà ancora altre tre volte allo scadere, contro l’Alessandria nel ‘31, contro la Lazio nel ‘32 e contro il Genoa nel ‘33. Cionostante, giocherà solo 11 partite (segnando 3 reti) con la Nazionale, senza partecipare alle vittoriose spedizioni mondiali, delle Olimpiadi di Berlino e della successiva edizione della Coppa Internazionale. Il motivo? Più che la concorrenza, la sua indole troppo bohemiénne per le rigide norme comportamentali di Pozzo e per le esigenze propagandistiche del regime. Un’icona fascista mancata. Ma che a suo modo, grazie all’entusiamo pionieristico di un commentatore sportivo, è riuscito a lasciare la sua eredità. A maggior ragion in un periodo pieno di successi come lo sono stati gli anni ’30 per l’Italia calcistica.

La fine della carriera

Nel 1935, Cesarini lascia Torino. Troppo forte la nostalgia dell’Argentina, con le sue libertà e le sue passioni. Torna per una stagione al Chacarita Juniors, con cui disputa solo otto partite, per poi approdare al River Plate. Con i Millionarios vincerà due campionati prima di diventarne allenatore a soli 34 anni, forgiando una squadra così forte da essere chiamata “La Maquina”. La sua carriera da tecnico lo porterà a sedere anche sulla panchina della stessa Juventus, dove vincerà uno Scudetto e due Coppe Italia.

Autore

  • Romano, 26 anni, in teoria giornalista professionista. Mi piace vivere il calcio dagli spalti, girare stadi e sfruttare l'occasione per conoscere città, Paesi e popoli. Di calcio non capisco nulla eh, preferisco parlare di quello che ci sta attorno...calcio e politica il mio binomio preferito dopo gin e tonic. In Fuori Dal Gioco sono referente per la rubrica “Calcio e politica”.

Leggi altro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti