23 Aprile 2026
Unai Emery non è un allenatore che si lascia raccontare facilmente. Non ha un’estetica riconoscibile, non ha una narrazione forte, non ha nemmeno quel tipo di calcio che si presta ai social highlight. Scavando a piene mani nella filosofia allegriana, potremmo dire che ci sono allenatori che vincono e allenatori che convincono. Ma discostandoci immediatamente da questa filosofia, aggiungiamo che ci sono anche allenatori i quali, silenziosamente, riescono a fare entrambe le cose senza mai appartenere davvero all’epopea narrativa dominante. Emery è uno di loro. E lo è perché ogni volta che arriva su una panchina, succede qualcosa di molto preciso: le squadre iniziano a funzionare. È uno dei pochi tecnici contemporanei in grado di prendere squadre imperfette e trasformarle in una macchina estremamente funzionale, coerente e competitivo.
Emery in carriera ha vinto diversi trofei, tra cui quattro Europa League. Tre, di fila, con il Siviglia e una con il Villarreal. È record. È oggettivamente straordinario. Ma questi risultati si fondano su una radicata cultura del lavoro e su un’attenzione maniacale per i dettagli, cosa che favorisce l’impegno di coppa, strutturato su poche partite, rispetto, ad esempio, alla marcia lunga dei campionati.
Se guardi alla sua carriera, c’è un filo evidente che non ha nulla a che fare con i trofei: Siviglia, Villarreal, Aston Villa. Contesti diversi, ma situazione iniziale simile, rivelatrice di ritmi altalenanti e di limiti chiari, mentali e strutturali. Al Siviglia raccoglie l’eredità per nulla lieta di Michel ma, nel giro di qualche anno, fa maturare una crescita esponenziale consolidando la caratura europea della squadra. Stessa cosa avviene con l’altra parentesi spagnola, al Villarreal. Anche all’Aston Villa viene accolto da un gruppo fragile e discontinuo. Oggi quello stesso gruppo è una realtà con principi solidi e affermati: blocco compatto, transizioni rapide, attacco diretto della profondità. Logiche di gioco che già Emery aveva riproposto, con successo, nelle sue altre esperienze.

Il nucleo dell’interpretazione calcistica di Emery risiede nelle transizioni. Non è una novità da egli introdotta, anzi, è pratica pressocché diffusa. Il momento decisivo di un’azione è quello immediatamente successivo alla riconquista del pallone. I suoi giocatori non consolidano il possesso. Accelerano. Cercano la profondità, attaccano subito. Le analisi sull’Aston Villa parlano chiaramente di attacchi verticali e transizioni rapide come tratto distintivo. Steve Holland, osservatore tecnico UEFA, parla di “sistema flessibile“. Questo spiega anche perché il suo modello di calcio possa sembrare poco fluido: non cerca continuità, cerca precisione nelle fasi chiave.
Senza palla, Emery tende a difendere in 4-4-2 molto stretto e tenendo il baricentro sotto la linea del pallone. L’obiettivo è di chiudere il centro e portare l’avversario fuori, zona nella quale il pressing diventa più gestibile e viene supportato da raddoppi costanti. Questo principio era già evidente all’Almeria. Si è confermato, poi, altrove, come il Villarreal, dove la densità centrale era propedeutica a negare linee di passaggio interne e forzare il gioco sugli esterni.
Poi c’è la persona. Emery non è un leader carismatico nel senso mourinhiano del termine. Non costruisce storytelling. Lavora. È un allenatore che convince attraverso la competenza, l’impegno quotidiano e l’abnegazione. Insomma, le basi di ogni professione, potrà obiettare qualcuno. Vero, ma c’è chi riesce a farlo e chi no. E, soprattutto, c’è chi riesce a farlo meglio di altri.
Vero è che contesti iper-strutturati e dettati da una maggiore pressione (PSG e Arsenal), Emery è stato accusato di aver fallito. Nel caso parigino, se il metro del fallimento il non aver conquistato la Champions, allora la lista dei falliti è lunga e quella dei vincitori si riduce, per ora, al solo Luis Enrique. Per il resto Emery ha comunque vinto campionato e coppe nazionali. Il caso Gunners è invece francamente di difficile valutazione. Emery ha fatto male, tuttavia la scarsa durata della sua permanenza e il contesto ambientale di quell’Arsenal, appena orfano di Wenger, sono elementi da tenere in forte considerazione.

Recentemente, Emery ha rilasciato a Sky Sport delle dichiarazioni che meritano un approfondimento. Lo spagnolo ha espresso forte ammirazione per la Serie A da un punto di vista tattico, sostenendo di seguire molto il nostro campionato. E qui potremmo aprire una provocazione, perché noi spesso tendiamo a considerare il calcio italiano ai limiti dell’agonia, specialmente su suolo europeo. Ora, appare evidente che le problematiche ci siano e non vadano (più) nascoste. Le problematiche non devono, tuttavia, a loro volta nascondere un tratto storico della cultura calcistica italiana, che è la preparazione tattica. Emery, e non è l’unico guarda con favore a principi come l’organizzazione difensiva, la gestione e il controllo degli spazi. E sotto forma differente li applica.
La composizione difensiva del Villarreal il Villa che difende compatto e attacca in transizione, la lettura dei momenti a scapito della pulizia tecnica sono tutte cose che, per anni, ci siamo raccontati essere dei “limiti” del nostro calcio. E invece funzionano. Anche in Europa. Il punto non è mai stato il principio in sè, ma l’interpretazione che gli si dà. E questa è una chiave di lettura preziosa in ottica italiana, che magari avremo modo di trattare in altre sedi.
Alla fine, di Emery resta il ritratto di un allenatore che costruisce sistemi che funzionano. E forse è proprio questo che lo rende interessante: in un calcio che spesso confonde il dominio con il possesso e l’estetica con la superiorità, Emery continua a lavorare su un’altra idea. Più semplice, anche più scomoda, ma essenzialmente pragmatica: che il calcio, prima di tutto, è una questione di funzionamento.
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