08 Giugno 2026
L’immagine che chiude queste due settimane di Roland Garros è il volto sollevato di Alexander Zverev mentre aspetta l’inizio della cerimonia di premiazione che lo incoronerà campione Slam per la prima volta. Un risultato che vale più tanti altri, perché troppe volte gli è sfuggito quando sembrava proprio a portata di mano.
Perché Zverev è uno di quei giocatori cha hanno abitato a lungo la zona d’ombra tra i vecchi giganti e il nuovo duo dominatore del tennis. Forte, completo, rispettato. Ma con la sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto agli altri, come se davanti a lui ci fosse sempre qualcuno pronto a negargli il coronamento definitivo del suo sogno. Ma il tedesco non ha mai smesso di provarci.
Alla vigilia, questo Roland Garros sembrava l’ennesimo Slam complicato da conquistare. Con Alcaraz fuori per infortunio la strada appariva un po’ più aperta, ma la presenza di Sinner e Djokovic nel tabellone lasciava poco spazio all’immaginazione degli altri. Sembrava un copione già scritto, o quantomeno indirizzato verso i soliti protagonisti. Poi, però, il tennis ha ricordato a tutti che nulla è davvero deciso finché l’ultimo punto non è stato giocato. Due colpi di scena hanno stravolto il quadro e riaperto completamente la corsa: Sinner fuori al secondo turno, Djokovic al successivo.
Da quel momento il torneo ha cambiato volto. L’assenza dei due grandi favoriti ha trasformato Parigi in un palcoscenico aperto e imprevedibile, con la possibilità di ottenere il titolo di nuovo campione Slam pendente su tutti i partecipanti. Tra i contendenti uno ha attirato gli occhi di tutti: il tedesco, rimasto uno dei pochi con il profilo del campione capace di reggere davvero il peso dell’occasione.
“Sarà la volta buona?” È la domanda che ha accompagnato ogni suo passo a Parigi. E Zverev, questa volta, non ha lasciato che la pressione gli entrasse sotto pelle. Ha continuato ad avanzare senza farsi travolgere dai suoi stessi fantasmi che troppe volte, in passato, avevano spento il suo slancio.
Contro Cobolli, sul Philippe-Chatrier, ha dovuto soffrire ancora una volta, in una finale lunga cinque set che è sembrata voler provare definitivamente la sua fame di vittoria. Alla fine il risultato racconta di una battaglia chiusa 6-1, 4-6, 6-4, 6-7, 6-1.
Non è solo un trionfo, ma una vera e propria liberazione. Zverev non solleva soltanto un trofeo, ma lascia andare quell’ombra che lo ha accompagnato per anni, tra sconfitte e infortuni, come la slogatura della caviglia durante la semifinale di Parigi 2022 che ha rischiato di mettere fine troppo presto alla sua carriera.
Ora l’incubo è finito e il tedesco stringe la coppa che ha rincorso per tutta la vita. Sulla superficie cerca il suo riflesso, quasi a voler verificare che sia tutto vero e non si tratti solo dell’ennesima illusione destinata a svanire. Ma questa volta no. Questa volta il volto riflesso nella coppa è proprio il suo.


Un trofeo che si aggiunge ad una bacheca già ricca di 24 titoli ATP, tra cui due edizioni delle ATP Finals e un oro olimpico vinto a Tokyo. Ma quando il palmares non contiene uno Slam è come se mancasse sempre qualcosa. E Zverev lo sa meglio di chiunque altro.
Il sogno l’aveva già sfiorato all’Us Open 2020, al Roland Garros 2024 e all’Australian Open 2025. Ogni volta un passo indietro rispetto all’avversario, ogni volta una ferita nuova. A Melbourne, tra le lacrime, aveva detto:
“Ce la stiamo mettendo tutta, ma non sono abbastanza bravo. È semplicemente così. Non so se riuscirò mai a sollevare il trofeo, ma tornerò e continuerò a provare”
Ci ha provato ed è tornato davvero. E stavolta non per guardare il sogno da lontano, ma per stringerlo finalmente tra le mani. Dopo tanti tentativi, cadute e domande, Zverev ha trovato il suo momento e il passato sembra un incubo lontano.
Ora che Sasha si è finalmente tolto questo “peso” di vincere il tanto agognato titolo Slam, chissà quali scenari possono aprirsi per il tedesco. Pur non essendo un erbivoro doc, e vista soprattutto l’assenza di Alcaraz, Zverev vuole mettere la sua firma anche a Wimbledon.
Se questa vittoria al Roland-Garros lo ha mentalmente liberato dalle pressioni che fino ad oggi gli avevano impedito di iscriversi nell’albo dei vincitori Slam, Alex ora potrebbe essere davvero pericoloso per Jannik e colleghi a Wimbledon e non solo.


Non si può infine non elogiare la partita, il torneo e più in generale la crescita e il salto di qualità fatto quest’anno dal nostro Flavio Cobolli.
In un’annata cominciata tra alti e bassi, in Francia, il classe 2003 romano ha espresso probabilmente il miglior tennis della carriera; tra servizi in kick, rovesci millimetrici e smorzate, Flavio ha saputo sfruttare un tabellone orfano dei migliori per conquistare la prima finale Slam della carriera.
La delusione è sicuramente molta per Cobolli, ma la soddisfazione e la consapevolezza che questa finale, persa solamente al quinto set, lasciano al tennista romano sono di gran lunga superiori.
Cobolli ha dimostrato di poterci stare e di poter competere ai massimi livelli di questo circuito. Ora arriva il bello. Un anno fa, in terra londinese, Flavio raggiungeva il suo miglior risultato in carriera, i quarti Slam, venendo sconfitto solamente al quarto set dal proprietario di Wimbledon Nole Djokovic.
Quest’anno Cobolli con nuove certezze vuole riconfermarsi e, perché no, sognare altre giornate come quelle di Parigi.
Commenti