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Rivaluta Haiti ai Mondiali

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Calcio, Calcio e politica

Rivaluta Haiti ai Mondiali

Ci sono delle storie di calcio che hanno una carica tutta particolare. Un alone di mistero o un significato nascosto da scoprire e da cui farsi conquistare piano piano. Sono storie che permettono di andare oltre, più a fondo del racconto calcistico quotidiano fatto di incessanti “Ultim’ora” con annesse emoticon di sirene e allarmi. Sono storie che ti entrano dentro: a volte sono tragedie che racchiudono drammi umani. A volte, favole di rinascita che riaccendono la speranza. La storia di Haiti e della sua partecipazione a questi Mondiali è «l’im-perfetta» sintesi di entrambe.

L’Haiti del pallone

Inserita nel girone C con Marocco, Scozia e il Brasile di Carlo Ancelotti. La nazionale haitiana ritorna all’appuntamento più importante del mondo calcistico 52 anni dopo la sua prima partecipazione. Come per il 1974 (zero punti in tre partite marcati sul tabellone), i pronostici sulla carta non sono proprio rosei per i granadiers. Girone complicato ed endemici problemi interni condizionano inevitabilmente le prestazioni della squadra. Solo per fare un paio di esempi. Da un lato, la nazionale non disputa incontri ufficiali nel proprio stadio, il Sylvio Cator di Port-au-Prince, dal 2021 a causa della violenta guerriglia in corso tra le bande criminali che controllano la capitale.

Dall’altro, dei 26 convocati al Mondiale, solo il 21enne Woodensky Pierre proviene da una squadra del campionato haitiano, il Violette AC. Un fatto che evidenzia un grave stallo nella crescita di giovani talenti nel paese. Si ritrova infatti ad avere una selezione composta principalmente dai discendenti della diaspora haitiana nel mondo. In sostanza, a parte la semifinale raggiunta in Gold Cup nel 2019, la critica situazione del calcio haitiano non è altro che una cartina tornasole dell’enorme instabilità che assilla il paese.

Haiti al Mondiale 2026

Al Mondiale più grande di sempre il CT Sébastien Migné porta in dote una serie di convocati sotto l’ala vigile dell’attaccante Duckens Nazon. Non più di primo pelo ma propenso al ruolo da chioccia con le sue 82 apparizioni in nazionale maggiore che lo portano a essere il più presente nell’attuale rosa, Nazon gioca in diaspora all’Esteghlal, club di Teheran.

Un haitiano che gioca in Iran e attualmente negli USA per il mondiale: pattern che segue la strategia geopolitica delle Mentos nella Coca-Cola.
Per i palati più eurocentrici, occhio all’attaccante Wilson Isidor e al centrocampista Jean-Ricner Bellegarde. Entrambi in Premier League rispettivamente con Sunderland e l’appena retrocesso Wolverhampton.

Haiti
Nazionale di Haiti

Il simbolismo celato dietro l’esistenza di Haiti in questi mondiali si impregna di un’ulteriore dose con il tandem offensivo di matrice filosofica Ruben Providence, attaccante che milita nella seconda divisione olandese, e Yassine Fortuné, punta che ronza nella Serie B portoghese. Se nella vita tocca affidarsi, spesso, al destino, siamo sicuri che il popolo di Haiti ha perfettamente chiaro a chi accendere un cero e dedicare più di qualche pensiero. Se non altro, per metterci un piccola dose di italianità, siamo sicuri che Alessandro Manzoni non avrebbe mai rinunciato a Ruben Providence.

Il popolo dietro i granadiers

Nel movimento calcistico permane il tangibile disagio dettato da circostanze legate a doppio filo con la politica interna. A Port-au-Prince c’è una forte carenza all’impianto elettrico cittadino a cui si sommano le violenze delle bande armate. Il popolo si trova improvvisamente a conteggiare bene i propri movimenti razionando le provviste. Ma il calcio è una buona ragione per far finta che non esista niente di tutto ciò. I residenti della capitale tramutano la difficoltà in un’occasione gioviale. Vengono istituite aree di visione condivisa per le partite dei Mondiali.

Il sentimento di unione nazional-popolare manifesta una netta sospensione percettiva dell’avversità con un messaggio dall’indubbia interpretazione: per Haiti, durante i Mondiali, non esiste nient’altro. Approccio filosofico e umano rintracciabile nelle pieghe storiche del calcio africano; il nesso fra i due mondi è più che mai vivo. L’adesione verso uno scopo comune supera l’ambizione spocchiosa e malvagia (diremmo, usando termini filosofici, capitalista) del guadagno necessario: che Haiti passi o meno il girone importa sostanzialmente poco. Le immagini di una Port-au-Prince in festa vanno fotografate e confrontate con le condizioni durante il resto dell’anno: un modo chiaro e manifesto per spiegare ciò che di pratico e concreto può fare il calcio.

Difficoltà nazionali

Insomma, ad una prima occhiata, sembrerebbe che il ritorno di Haiti al Mondiale sia solo una cometa destinata a scomparire in un cielo cupo di disperazione. Indovinate un po’? Non è per niente così. Sarebbe infatti sbagliato considerare la squadra guidata dal francese Sébastien Migné come l’ennesima rappresentativa presente alla kermesse nordamericana. Considerata lì solo per il classico colpo di fortuna dato dall’allargamento della competizione a 48 squadre. Oppure come quella meteora che, ciclicamente, può ambire a diventare al massimo la «squadra-meme» presente in ogni edizione della Coppa del Mondo. Capace di abissarsi nell’oblio collettivo una volta sollevato il trofeo. Tutt’altro. Qui c’è in ballo molto di più. 

Se infatti ci sforzassimo di guardare un pizzico al di là del nostro naso, noteremmo che la qualificazione di Haiti può rappresentare in realtà il punto di svolta per un intero paese dall’immensa portata simbolica. Una possibilità di uscita da un ciclo di crisi e violenza che si imbatte sul paese da più di due secoli. Un’occasione per gli haitiani di promuovere finalmente un’immagine positiva di sé al mondo intero.

Al contrario di quanto si pensi comunemente, la storia del paese è contraddistinta da momenti dall’importanza storica globale che con il tempo sono stati cancellati dal vortice di violenze in cui Haiti è stata risucchiata. L’efferata dittatura di Duvalier, i costanti vuoti di potere, le ingerenze esterne, l’insicurezza causata dai regolamenti di conti tra gang, la povertà radicata e il terremoto devastante del 2010 sono diventati, citando la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, «l’unica storia» con cui guardare Haiti. Un racconto che schiaccia gli immensi traguardi raggiunti dal paese nel corso del tempo.

Come volevasi dimostrare: lotta prima di tutto

Haiti ha perso 0-1 all’esordio contro la Scozia, ma il risultato è abbastanza bugiardo. Lo dicono i numeri: xG quasi identico (1.06 Haiti, 1.05 Scozia), 15 tiri contro 9, 54% di possesso palla. Dopo il goal di McGinn al 28′, i Grenadiers hanno ribaltato l’inerzia della partita dominando possesso (60% contro 40%) e creando molto di più rispetto agli avversari (12 tiri contro 3 nel secondo tempo). La migliore occasione haitiana vale 0.824 xG: non viene concretizzata, e su quell’errore si chiude la partita. Per il resto molto possesso, poca concretezza in fase offensiva.

Bellegarde, il migliore in campo per Haiti con 7.4 su Sofascore, 3 tiri e 84 tocchi. Un’ulterirore conferma che questa squadra non è giunta negli Stati Uniti solo per partecipare. Haiti perde una partita che statisticamente non avrebbe dovuto perdere. È quasi un riassunto del paese intero. Purtroppo, però, nel calcio alla fine conta sempre il risultato: la Scozia vince e prende i tre punti.

La rivoluzionaria Haiti

Ma Haiti non è solo questo. L’isola nel mar dei Caraibi ad esempio, è stata teatro di una delle rivoluzioni più importanti della storia. Le lotte per l’emancipazione degli schiavi neri contro i coloni bianchi che tra il 1792 e il 1804 hanno portato all’indipendenza del paese e alla formazione della prima repubblica nera indipendente. Essa sanciva nella propria costituzione l’abolizione della schiavitù. Le gesta di ex schiavi ormai diventati eroi nazionali, come il comandante Touissant Louverture o Jean-Jacques Dessalines, hanno ispirato le successive battaglie per la libertà negli Stati Uniti e nel resto del Mondo Atlantico. La rivoluzione haitiana ebbe un ruolo centrale nella messa al bando della schiavitù nelle Americhe, aprendo la via alle lotte per i diritti umani in tutto il mondo.

Ora, uno potrebbe chiedersi: ma che c’entra tutto questo coi Mondiali? C’entra eccome, perché questi episodi sono scritti nel DNA degli haitiani, giocatori compresi.

Come scrive lo storico americano Jeremy Popkin: «Per gli haitiani la storia della lotta di liberazione portata avanti dai loro avi ha un’enorme valore simbolico e i suoi protagonisti ispirano ancora oggi una popolazione abituata a confrontarsi con delle sfide che spesso sembrano insormontabili. Per uscire dalla crisi che attanaglia il paese, gli haitiani dovranno attingere a tutte le risorse di cui dispongono, e la memoria della lotta per l’indipendenza è una di queste».

In poche parole, il patrimonio culturale di Haiti è la base solida da cui partire per scardinare la fuorviante narrazione finora compiuta del paese e finalmente rifiorire. E, in questo senso, i riflettori del Mondiale possono essere lo strumento, la chance di rinascita tanto aspettata per risollevarsi. Ecco il cuore della questione: ecco perché bisogna tenere un occhio attento sulla partecipazione di Haiti a questa Coppa del Mondo. 

Autore

  • Studio Editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Mi limito a scrivere di calcio, con sottile ironia, su Fuoridalgioco perché palla al piede sono un disastro. Se non esistesse il calcio passerei le giornate parlando di teorie e tecniche degli scacchi, ma in realtà lo faccio già. Piango ogni volta che vedo un video di Pato al Milan o parte Touch dei Daft Punk.

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