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Nereo Rocco, Padova e catenaccio

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Nereo Rocco, Padova e catenaccio

«Mister, che vinca il migliore allora»
«Speron de no!».
É questa la simpatica e famosissima frase che Nereo Rocco pronuncia prima di una partita tra il suo Padova e la Juventus.

Una frase che identifica subito il personaggio in tutta la sua magnifica genuinità norditaliana. Dopo una discreta carriera da calciatore, i primi passi sulla panchina erano stati nella sua Trieste a partire dal 1947 e l’impatto era stato subito eccezionale. Rocco e il suo catenaccio avevano consentito alla Triestina di piazzarsi al 2º posto, dietro solo all’imbattibile Grande Torino.

Dal fallimento al Padova: la rinascita del Paron

Un exploit che sembrava destinato a rimanere isolato dopo una complicata avventura in serie B con il Treviso e, nella stagione 1953-1954, un fallimentare ritorno alla Triestina costatogli l’esonero a seguito di un tremendo 0-6 incassato in casa contro il suo futuro: il Milan.

Un fallimento che lo porta a considerare ormai l’idea di mollare il calcio e tornare a lavorare definitivamente per la macelleria di famiglia, un piano fortunatamente per noi fallito.

Ci volle tutto il fiuto di Bruno Pollazzi per chiamarlo, a pochi giorni di distanza, sulla panchina della squadra di cui era presidente; il Padova. La richiesta di Pollazzi era quella di tentare il salvataggio della squadra dalla serie C, missione brillantemente riuscita anche grazie ai 5 punti di penalizzazione inflitti al Fanfulla dal giudice sportivo. Da lì, il presidente gli offre il rinnovo di contratto e la storia inizia.

L’anno successivo arriva l’inatteso ritorno in serie A, grazie ad un catenaccio ben praticato che gli permette di piazzarsi secondo dietro al Vicenza. Le due successive stagioni in Serie A sono di altissimo livello, con un 8º e un 11º posto che ne garantiscono una salvezza decisamente tranquilla. Il binomio Rocco – Pollazzi funziona a meraviglia. Il tecnico chiede dal mercato giocatori considerati vecchi e finiti, come il suo vecchio pupillo ai tempi della Triestina Ivano Blason, o giovani mai esplosi, e li modella come plastilina secondo le sue necessità.

Nereo Rocco

Hamrin, Brighenti e il capolavoro del 1957-58

Il capolavoro è però la stagione 1957-1958. La chiave per sbloccarne la grandiosità é il giovane talento Bruno Nicolè, diciassettenne esploso nell’ultima stagione e venduto alla Juventus nell’estate del 1957. Questa operazione porta a Padova molto denaro e, oltre ad un altro ex Triestina dato per finito come Sergio Brighenti, lo Svedese Kurt Hamrin, troppo precocemente giudicato male dalla dirigenza bianconera per colpa di un infortunio.

La stampa commenta negativamente l’operazione. Un giovane talento destinato alla grandezza scambiato per due rottami? Il tutto reso ancora più amaro dalla partenza del bomber Bonistalli (centravanti la cui triste storia meriterebbe un racconto a parte). Se siamo qua a parlarne, evidentemente è perché tali previsioni si sono rivelate alquanto errate.

Il catenaccio di Rocco: la formazione del Padova

Il perfido catenaccio di Rocco, allo start della stagione 1957-1958, é il seguente: in porta c’è Antonio Pin; davanti a lui da leader e libero (tra i primi dell’epoca) c’è il simbolo Blason, sostenuto da 3 buttafuori come Pison, Azzini e Scagnellato; davanti alla difesa agisce l’ombroso italo-argentino Humberto Rosa, nato centravanti ma ribattezzato architetto della manovra dal genio di Rocco, ben assistito dai polmoni e la grinta della coppia da filastrocca composta da Mari (Giacomo) e Moro (Silvano). A completare l’11 c’è Boscolo, ala tornata utilissima in fase offensiva con il compito di accompagnare le sfuriate offensive di quei due satanassi di Hamrin e Brighenti, magnifici coinquilini del reparto offensivo.

Nereo Rocco

Il 3º posto in Serie A

Con questa formazione il Padova dà inizio ad una stagione ben più che irripetibile. Il catenaccio funziona a meraviglia e raggiunge il suo massimo. Il talentino svedese, ben lontano dall’essere un “rottame” irrecuperabile, tira fuori una stagione da 20 reti mentre il suo doppelgänger ne segna 11 (anche pochi rispetto alle medie che terrà nei 2 anni successivi).

A questo si aggiunge la difesa, che ben presto si scopre essere un vero fortino e, inevitabilmente, arrivano i risultati. 16 vittorie, 10 pareggi e 8 sconfitte, 55 reti segnate e miglior difesa con 42 gol incassati. La summa di tutto ciò è un magnifico 3º posto in classifica, davanti a tutti meno che Fiorentina e Juventus. E così, mentre al cinema uscivano capolavori come “I soliti Ignoti”, “L’Infernale Quinlan” e “Vertigo”, la Padova del Calcio si gode un’estate da podio, felice di potersi sedere, anche se per poco tempo, al tavolo dei più grandi d’Italia.

La fine della favola: il Milan chiama il Paron

Quella del Padova non fu una meteora. Nelle tre stagioni successive Rocco riuscì, privato di Hamrin, a raggiungere ancora un settimo, un quinto e un sesto posto, rimanendo attaccato al carro dei grandi.

Poi, nel 1961, per il “Paron” suonarono le sirene milaniste e per i biancoscudati la favola si spezzò molto rapidamente, con la retrocessione del 1962. Una serie A che non tornerà più fino a metà anni 90 per il Padova, con i fasti di Rocco ormai dimenticati.

Vecchie favole di un’epoca passata, novelle di un Calcio dimenticato, la cui poesia scorre dolcissima come miele sul pane tostato.

Autore

  • Mi chiamo Ludovico De Bortoli, sono nato nel 1998 e vengo dalla provincia di Treviso. Sono laureato in Scienze Storiche e sogno di poter scrivere di Calcio nella vita. Per seguire questo sogno ormai quasi 6 anni fa ho aperto una pagina Instagram chiamata “Pallone&Parole”, tramite la quale voglio provare, attraverso il mio stile, a raccontare la bellezza e la storia dello sport più bello del mondo.
    In collaborazione con gli stimati ragazzi di “Fuori dal Gioco” partecipo al Podcast “Confini di Gioco”, nel quale cerco di dare il mio contributo al racconto di storie che leghino il Calcio e la Politica.

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