16 Luglio 2026
Se oggi un portiere rinviasse sistematicamente il pallone appena ricevuto, probabilmente il suo allenatore si arrabbierebbe. Gli chiederebbe di stare calmo, attirare il pressing, giocare corto e trovare il compagno libero. Trent’anni fa sarebbe accaduto l’esatto contrario. Il portiere era l’ultimo anello della catena: doveva semplicemente parare, prendere in mano i retropassaggi dei compagni e far respirare la squadra. Nessuno pretendeva che sapesse costruire il gioco. La trasformazione non è nata da un’intuizione di Pep Guardiola o da Manuel Neuer. È iniziata quasi per caso nell’estate del 1992, quando la FIFA modificò una regola con un’obbiettivo molto più modesto: eliminare le perdite di tempo che stavano rendendo il calcio sempre meno spettacolare. Quella decisione, pensata per accelerare il gioco, ha finito per cambiare il ruolo del portiere e, con esso, il modo stesso di intendere il calcio. Stiamo parlando del retropassaggio.
Dal punto di vista tattico, la miccia esplose con i mondiali di Italia ’90 che fu il trionfo della prudenza. Le difese prevalevano sugli attacchi, il ritmo era basso e i portieri erano diventati un’arma per congelare le partite: bastava un retropassaggio, il pallone finiva tra le mani dell’estremo difensore e il cronometro continuava a correre.
La finale tra Germania Ovest e Argentina, decisa da un rigore di Andreas Brehme dopo una partita poverissima di occasioni, divenne simbolo di quel calcio.
Anche i numeri erano impietosi: appena 115 goal in 52 partite, una media di 2,21 reti ad incontro, ancora oggi la più bassa nella storia dei Mondiali. Per la FIFA era evidente che qualcosa dovesse cambiare.


Dal 1992 un portiere non può più raccogliere con le mani un retropassaggio volontario effettuato con il piede da un compagno. La sanzione è un calcio di punizione indiretto dentro l’area.
La norma sembrava una semplice misura anti-ostruzionismo. In realtà costrinse i portieri a fare una cosa che fino a quel momento non era mai stata davvero necessaria: saper giocare il pallone sotto pressione.
All’inizio la trasformazione fu lenta. Gli estremi difensori impararono soprattutto a rinviare meglio, mentre gli allenatori continuavano a considerarli quasi sicuramente dei para-tiri.
Le vere conseguenze emersero solo quando gli allenatori iniziarono a vedere il portiere come un giocatore di movimento.
In fase di costruzione, infatti, avere il portiere coinvolto significa una superiorità numerica. Se gli avversari pressavano con gli attaccanti e la squadra costruisce con quattro difensori più il portiere, c’è sempre un uomo libero. Da quel momento il numero uno non è più l’ultimo uomo, ma il primo regista, o il regista aggiunto, (ci siamo capiti).
È qui che la regola nata per ridurre le perdite di tempo che produce il suo effetto più atteso: il retropassaggio come lo conosciamo oggi.
L’immagine simbolo della rivoluzione è il Mondiale del 2014.
Manuel Neuer non interpreta più il ruolo del portiere tradizionale: difende quaranta metri fuori dai pali, anticipa gli attaccanti come un libero e partecipa costantemente alla costruzione dell’azione.
La partita contro l’Algeria negli ottavi di finale resta il manifesto di questa trasformazione epocale. Le sue uscite continue fuori area permisero alla Germania di mantenere una linea difensiva altissima senza esporsi alle ripartenze.
Il dato che racconta meglio questo cambiamento è forse un altro: durante quel Mondiale Neuer completò 244 passaggi, più di Lionel Messi (242), Wesley Sneijder (242) , Thomas Müller (221), Arjen Robben (201) e Paul Pogba (197). Un portiere che tocca palla più di alcuni dei migliori centrocampisti del torneo sarebbe stato impensabile nel calcio degli anni Ottanta.
Da quel momento il concetto di sweeper-keeper, il portiere-libero, smette di essere un’eccezione e diventa un modello.


Negli stessi anni di Pep Guardiola porta all’estremo la costruzione dal basso.
L’obbiettivo non è un semplice uscire dall’area a palla a terra, ma usare il portiere per attivare il pressing avversario, creando superiorità numerica e aprire gli spazi nella metà del campo rivale.
Lo stesso Guardiola ha spiegato che più volte che il portiere ormai è il primo attaccante della squadra. Prima della finale di Champions League del 2023 tra Manchester City e Inter definì Andrè Onana “un centrocampista aggiunto“, sottolineando come fosse quasi impossibile pressare l’Inter proprio grazie alla sua qualità del suo portiere nel palleggio. “Con Onana non puoi pressare davvero il portiere”, disse. “Sono maestri nel tenere il pallone fino agli attaccanti”. Una frase che fotografa meglio di qualsiasi schema l’evoluzione del ruolo: il portiere non serve più soltanto a evitare i gol, ma anche a creare superiorità numerica e a battere il pressing avversario.
È un sistema che sarebbe quasi impossibile senza un portiere tecnicamente affidabile.
Per questo oggi i grandi club valutano i numeri uno anche per qualità che fino agli anni Novanta erano considerate secondarie: controllo orientato, precisione nel passaggio, capacita di giocare con entrambi i piedi e lettura del pressing. Ederson, Alisson, Maignan, Neuer vengono giudicati tanto per le parate quanto per quello che fanno con il pallone tra i piedi.
La parte più affascinante di questa storia è che la rivoluzione non è stata immediata.
La FIFA voleva soltanto eliminare qualche secondo per perdite di tempo. Invece ha creato, senza saperlo, le condizioni per una delle grandi trasformazioni tattiche del calcio contemporaneo.
Le innovazioni nello sport funzionano spesso così: una regola cambia un dettaglio, poi gli allenatori ne esplorano lentamente le possibilità e, anni dopo, quel dettaglio diventano la nuova normalità. Così nascono le rivoluzioni, con percorsi graduali e non immediati.
Oggi il calcio è quasi l’opposto di quello visto a Italia ’90. Le squadre pressano alte, costruiscono dal basso e il portiere è diventato il primo regista dell’azione. Se il Mondiale italiano resta il meno prolifico di sempre con 2,21 gol media, il recente Mondiale per Club ha superato le tre reti per partita, a conferma di un calcio molto più dinamico e offensivo. Naturalmente il merito non è soltanto della regola sul retropassaggio, ma è difficile trovare un’altra modifica regolamentare che abbia avuto un impatto tanto profondo sul gioco e, soprattutto, così diffuso nel tempo.
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