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Guardiola sulla panchina dell’Italia: perché sì, perché no

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Calcio, Serie A

Guardiola sulla panchina dell’Italia: perché sì, perché no


Pep Guardiola è l’ultima suggestione per la panchina della Nazionale italiana. Dopo gli arrivi di Paolo Maldini e Leonardo nei ruoli dirigenziali, l’idea sarebbe quella di ripartire da un grande nome anche come commissario tecnico. Lo spagnolo, ovviamente, non ha bisogno di presentazioni: è uno dei migliori allenatori della storia del calcio, un innovatore capace di cambiare il modo di interpretare questo sport grazie alla sua continua visione moderna del gioco.


Perché Guardiola sì


Pep Guardiola è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi. Il suo Barcellona non si è limitato a vincere: ha cambiato il modo di intendere il calcio moderno. Tra le innovazioni più rivoluzionarie c’è stata sicuramente l’introduzione del falso nueve come perno del sistema di gioco,  scelta tattica che ha riscritto i principi offensivi di un’intera generazione di allenatori.

Certo, poter contare su campioni del calibro di Xavi, Iniesta e Lionel Messi ha rappresentato un vantaggio enorme. Ma il talento, da solo, non basta a costruire una squadra capace di dominare il calcio mondiale. Negli anni Novanta sarebbe stato quasi impensabile immaginare una formazione in grado di imporsi senza un vero centravanti di ruolo. Guardiola, invece, ha avuto il coraggio e la lungimiranza di trasformare quella che sembrava un’utopia in una rivoluzione tattica.

È proprio questa capacità di anticipare i tempi che rende il suo nome così affascinante anche in ottica Nazionale italiana. Pep porterebbe idee, un’identità di gioco chiara e una mentalità vincente. Qualità che, salvo rare eccezioni, sembrano non esserci nel nostro movimento calcistico da circa vent’anni.

La nuova tendenza europea

Il suo arrivo potrebbe rappresentare anche un nuovo impulso al progetto giovani, seguendo il percorso che Roberto Mancini aveva iniziato prima del trionfo a Euro 2020. Il coraggio di ripartire (come in Spagna) dalle primavera e dalle nazionali under.

E proprio coraggio è la parola da cui il calcio italiano dovrebbe ripartire. Guardiola ne ha sempre dato prova nel corso della sua straordinaria carriera, sia attraverso scelte tattiche controcorrente sia nella valorizzazione dei giovani, ai quali ha spesso affidato ruoli decisivi senza guardare all’età, ma esclusivamente al merito e alla qualità.

Il suo eventuale ingaggio si allineerebbe al cambio di rotta scelto in generale dalle grandi nazionali europee. Con Jürgen Klopp destinato alla Germania e Zinedine Zidane indicato come principale candidato per la Francia, le big europee sembrano orientarsi verso profili abituati a costruire un’identità di gioco quotidianamente nei club rispetto ai più tradizionali commissari tecnici.

L’Italia, scegliendo Guardiola, si allineerebbe a questa nuova tendenza, affidando la panchina non soltanto a un selezionatore.

Naturalmente, nessun allenatore può fare miracoli senza una programmazione seria e un movimento che lo sostenga. Ma se esiste un tecnico capace di restituire entusiasmo, alzare il livello delle ambizioni e imprimere una svolta culturale prima ancora che tecnica e quel tecnico è Pep Guardiola.


Perché Guardiola no


Il ruolo del commissario tecnico è completamente diverso da quello dell’allenatore di club. Guardiola potrebbe non avere il tempo necessario per trasmettere ai giocatori i suoi principi di gioco, elemento che ha sempre rappresentato la base del suo successo.


La storia insegna che le grandi Nazionali vincono spesso con commissari tecnici cresciuti nel ruolo più che con allenatori di club diventati poi ct. Per l’Italia l’eccezione è stata Marcello Lippi nel 2006, ma guardando alle altre nazionali troviamo esempi come Joachim Löwe con la Germania, Didier Deschamps con la Francia e Luis de la Fuente con la Spagna, allenatori che hanno costruito un percorso all’interno della federazione e hanno portato risultati super importanti

Guardiola ha sempre fondato il proprio lavoro sulla quotidianità: allenamenti, ripetizioni, correzioni continue e una trasmissione costante dei propri principi.
Inoltre, ha quasi sempre guidato squadre ricche di campioni e con una qualità tecnica straordinaria. Allenare una Nazionale, con pochi giorni a disposizione e un livello tecnico inferiore rispetto ai club che ha diretto, rappresenterebbe una sfida completamente diversa.

Altro aspetto da non sottovalutare: oggi l’Italia non dispone del talento giusto per poter costruire un grande percorso. Anche il miglior allenatore del mondo può incidere fino a un certo punto se la rosa non è all’altezza.

Le insidie, dunque, sono molte. L’ultimo grande allenatore di club a cadere nella “trappola azzurra” è stato Luciano Spalletti: incapace di trasferire lo stesso impatto che ha avuto nei suoi club alla Nazionale.


Il verdetto


Guardiola rappresenterebbe un sogno per qualsiasi tifoso italiano. Il suo arrivo darebbe entusiasmo, prestigio internazionale e una nuova credibilità a un movimento che da troppo tempo fatica a ritrovare la propria identità.
Allo stesso tempo, però, il rischio sarebbe elevato. Il calcio delle Nazionali richiede caratteristiche molto diverse rispetto a quello dei club e nemmeno un genio come Guardiola offre garanzie di successo.
La vera domanda, quindi, non è se Guardiola sia abbastanza bravo per allenare l’Italia ma se il movimento calcistico italiano di oggi sia pronto per la visione completamente differente del calcio dell’allenatore spagnolo.

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  • In Fuori Dal Gioco sono referente della sezione Basket. Per voi con la penna per raccontarvi quanto più curiosità possibili sulla palla a spicchi.

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