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Cara Italia, quanto mi manchi: la politica ha battuto di nuovo la competenza

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Calcio, Calcio e politica, Serie A

Cara Italia, quanto mi manchi: la politica ha battuto di nuovo la competenza


C’era un tempo in cui la maglia azzurra fermava un Paese intero, quando bastava il suono dell’Inno di Mameli per riempire le piazze e unire generazioni sotto la stessa passione popolare. Ricordate il brivido? Quel nodo alla gola, i caroselli in piazza, la sedia di plastica davanti ai maxischermi del bar di quartiere, il rumore dei bicchieri e dei pianti di gioia. L’Italia non era semplicemente una nazionale di calcio: era uno stato d’animo, uno specchio in cui l’Italia più bella amava riflettersi. Era passione pura. 

Era l’attesa trepidante di una domenica che pareva non finire mai. Poi il nastro si è spezzate. E la magia è finita

Quel romanticismo profondo, fatto di notti magiche e orgoglio collettivo, appare oggi come un ricordo sbiadito di fronte al caos del presente. Appena sedici giorni: tanto è durato il progetto di rilancio della Nazionale affidato dal neopresidente della FIGC Giovanni Malagò alla coppia composta da Paolo Maldini e Leonardo. Una parentesi brevissima, naufragata il 27 luglio con le dimissioni dei due dirigenti a seguito del veto posto sulla candidatura di Andrea Pirlo a commissario tecnico.

Sedici giorni da farsa

Sedici giorni sono bastati per mostrare l’incompatibilità insanabile tra chi immagina una rivoluzione sul campo e chi governa le dinamiche imposte da Malagò. L’uscita di scena di Maldini e Leonardo rappresenta la plastica dimostrazione di un sistema che fatica a concedere reale autonomia a chi porta un’idea di calcio moderna, coraggiosa e indipendente.

Eppure, nelle battute iniziali, proprio Malagò aveva ostentato una narrazione idilliaca, parlando pubblicamente di “piena fiducia reciproca” e rassicurando tutti sul fatto che nessuno avrebbe fatto nulla senza l’approvazione dell’altro.

L’idea di puntare su Andrea Pirlo per la panchina azzurra era una scommessa identitaria: un nome nuovo, rispettato a livello internazionale, pronto a guidare un ricambio generazionale senza compromessi. Ma di fronte a questo cambio di passo ci ha pensato la solita prudenza, alimentata anche dalle polemiche sul contratto di Pirlo come ambassador di FonBet, una piattaforma di scommesse russa. Il veto opposto direttamente da Giovanni Malagò ha sbarrato la strada a Pirlo, spingendo i vertici federali a virare su una soluzione d’emergenza: Roberto Mancini.

La scelta di affidare la panchina a Mancini rappresenta l’ennesima mossa di Malagò per gettare acqua sul fuoco e tamponare il crollo di credibilità. Ma con tutto il rispetto per la carriera dell’allenatore marchigiano, l’impressione è che si sia voluta mettere una toppa di prestigio sopra una spaccatura ben più profonda, preferendo un profilo esperto e gestibile alla rifondazione drastica che il binomio Maldini-Leonardo avrebbe voluto impostare.

Maldini e Leonardo a un passo dall'Italia

Il duello verbale e la “brutta figura”

A certificare il corto circuito istituzionale è arrivato il botta e risposta al veleno tra il Ministero dello Sport e i vertici della FIGC. A sparare per primo è stato il ministro Andrea Abodi, che non ha usato mezzi termini nel giudicare il naufragio della trattativa per la panchina azzurra: “È una notizia che si commenta da sola. Una situazione che avremmo voluto differente con una tempestività e anche con una comunione di intenti che non si è manifestata. Adesso c’è da recuperare una brutta figura”.

Parole pesanti come macigni, a cui il Ministro ha aggiunto una precisazione sull’affaire scommesse: “Bisogna chiedere al presidente della FIGC se è stato deciso di fermare le conversazioni e gli eventuali motivi. Non c’è stata nessuna pressione da parte mia… Ho i miei convincimenti e la questione betting Russia non aiuta, ma io non ho chiesto nulla e non devo dare spiegazioni”.

La controriposta di Giovanni Malagò non si è fatta attendere ed è arrivata con una stoccata gelida e personalissima: “Abodi parla di brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta… Ognuno è libero di interpretare la frase. Detto questo, il mondo di Abodi è uno di quei mondi che non potrebbe parlare di brutte figure avendone vissute tante e da parecchie parti”.

Questo scaricabarile pubblico su chi abbia effettivamente provocato la “brutta figura” mostra il volto più amaro della vicenda: anziché prendersi la responsabilità di un fallimento progettuale, i vertici dello sport e della politica preferiscono affrontarsi a colpi di frecciate mediatiche, trasformando una crisi sportiva nell’ennesimo regolamento di conti

500 euro per raccontare l’Italia

Ma il distacco della Nazionale dalla sua gente non passa solo dalle decisioni di spogliatoio; passa anche attraverso un’ossessiva voglia di fare cassa che ha finito per blindare la squadra persino agli occhi di chi deve raccontarla.

Il grottesco caso dei 500 euro richiesti ai giornalisti e agli operatori dell’informazione per coprire e seguire da vicino gli eventi della Nazionale è l’emblema di una deriva mercantile priva di senso.

Un’ assurda richiesta che trasforma il diritto di cronaca e il lavoro dei media in una prestazione a pagamento, allontanando le testate indipendenti, i giovani cronisti e chiunque non appartenga ai grandi network dominanti.

Come si può pensare di riavvicinare il pubblico se persino raccontare l’Azzurro è diventato un privilegio a prezzo fisso? Si è scelta la strada dell’incasso immediato a scapito della narrazione, chiudendo la Nazionale in una bolla elitaria e contornata da tariffe che mortificano la professione giornalistica e privano i tifosi del racconto genuino di ciò che accade attorno alla squadra.

La farsa della ripartenza

Ci siamo rotti le scatole della narrativa del “dobbiamo ripartire”. Da dove volete ripartire se i volti al comando sono sempre gli stessi da un decennio? Malagò e la sua cerchia hanno trasformato lo sport italiano in una cerchia inattaccabile, un salotto romano dove conta di più l’abito sartoriale e il contatto giusto piuttosto che la costruzione di stadi moderni o il ritorno della cultura sportiva nelle scuole.

La Nazionale è diventata lo specchio di questa decadenza: una squadra senza anima, senz’altra identità che quella di una burocrazia che trascina i piedi. Hanno prosciugato l’ardore di chi tifava, allontanando le nuove generazioni da un simbolo che un tempo muoveva le montagne e che oggi muove soltanto sbadigli.

Italia: il dt Claudio Ranieri, il ct Roberto Mancini, il presidente Figc Giovanni Malagò

L’urgenza di una scelta di campo

Il passo indietro di Paolo Maldini e Leonardo, maturato con fermezza il 27 luglio, lascia una ferita aperta e un interrogativo imbarazzante per i vertici dello sport azzurro. Quando figure di questo spessore preferiscono rinunciare all’incarico pur di non avallare scelte di compromesso, significa che la distanza tra chi vive di campo e chi vive di istituzioni è ormai incolmabile.

Le spiegazioni di facciata e i proclami sulla condivisione non bastano più a coprire la realtà: le belle parole non convincono più nessuno. Chi comanda preferisce non rischiare e mantenere il potere così com’è piuttosto che rinnovare davvero lo sport.

Restituiteci la nostra passione

Cara Italia, mi manchi.

Ci manca la sensazione di essere rappresentati da un progetto sportivo autentico, coraggioso, capace di far battere di nuovo i cuori e libero da veti politici. Auguriamo buon lavoro a Roberto Mancini, ma finché Malagò e la sua governance rimarranno occupati a difendere rendite di posizione, bruciando la credibilità dei propri progetti, litigando sulle “brutte figure” e chiedendo il dazio persino a chi lavora nell’informazione, il futuro continuerà a sembrare privo di respiro.

È ora che chi guida lo sport italiano si renda conto che il credito è finito. Perché di fronte a un sistema bloccato dai veti, dai personalismi e dalle beghe di potere, resta soltanto una domanda amara a cui nessuno ha più il coraggio di rispondere: chi controlla davvero il calcio italiano?.

Autore

  • Ventiquattro anni di passione sportiva e qualche ricordo sbiadito dei primi anni 2000. Cresciuta a pane e competizioni, per FuoriDalGioco mi dedico ai due mondi che seguo con maggior interesse: La Formula 1 e il Calcio. Cerco di raccontarli e analizzarli trasmettendo tutta l’emozione, andando oltre l’apparenza e il risultato finale.

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