30 Settembre 2026
Ci sono partite che appartengono alla carriera di un calciatore e altre che, invece, finiscono per rappresentarne l’intera storia. Per Sandro Mazzola, la finale di Coppa dei Campioni del 27 maggio 1964 appartiene certamente alla seconda categoria. Quella sera, al Prater di Vienna, un ragazzo di ventun anni si trovò di fronte il Real Madrid. La squadra che aveva dominato la prima epoca del calcio europeo, e ne uscì da protagonista assoluto. L’Inter vinse 3-1 e Mazzola segnò due gol, ma il significato di quella partita va oltre il risultato. Fu il momento in cui il giovane attaccante nerazzurro smise definitivamente di essere considerato soltanto il figlio di Valentino Mazzola e diventò uno dei protagonisti del calcio internazionale.
Per capire il valore di quella serata bisogna però ricordare quale fosse il Real Madrid che l’Inter aveva davanti. Il club spagnolo aveva conquistato le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni, dal 1956 al 1960, costruendo una superiorità europea che sembrava quasi irraggiungibile. Quella squadra aveva rappresentato il primo grande modello calcistico continentale e vantava in squadra alcuni dei giocatori più importanti della storia. Alfredo Di Stéfano era il simbolo di quella generazione: un calciatore completo considerato da molti il più grande giocatore del mondo. Accanto a lui c’erano Francisco Gento, uno dei più grandi interpreti della fascia sinistra, e soprattutto Ferenc Puskás, arrivato al Real dopo essere stato il leader della grande Ungheria e dell’Honvéd.
L’Inter di Helenio Herrera si presentava invece come la nuova grande forza emergente del calcio europeo. Era una squadra costruita sulla disciplina tattica, sulla solidità difensiva e sulla capacità di ripartire rapidamente. Armando Picchi guidava la difesa, Giacinto Facchetti rappresentava una delle grandi innovazioni del calcio italiano per la sua capacità di spingersi in avanti dalla posizione di terzino, mentre Luis Suárez garantiva qualità e visione di gioco. Jair e Mario Corso completavano un gruppo nel quale Mazzola aveva un ruolo sempre più importante. Era giovane, dinamico e capace di inserirsi negli spazi, segnare e partecipare alla costruzione del gioco.
La stagione 1963 rappresentò infatti per Mazzola il momento della definitiva consacrazione. Non era più soltanto un giovane talento dell’Inter, ma un giocatore capace di assumersi responsabilità importanti anche nelle partite più difficili. Herrera ne aveva intuito le qualità e gli aveva affidato un ruolo sempre più centrale nel gioco della squadra. Mazzola rispondeva con prestazioni importanti, unendo tecnica, velocità e capacità di inserirsi negli spazi. La sua personalità e la sua confidenza crebbero sempre più fino ad arrivare alla notte di Vienna. Dove il giovane ventunenne risultò decisivo contro il grande Real Madrid.
Mazzola, tuttavia, quella sera non entrò in campo con la sicurezza che avrebbe avuto qualche anno più tardi. Nel tunnel del Prater, prima dell’inizio della partita, si trovò davanti proprio quegli uomini che aveva ammirato da ragazzo. Di Stéfano e Puskás non erano per lui semplicemente due avversari: erano i campioni del Real Madrid, i protagonisti dei racconti che avevano contribuito a costruire la sua idea del calcio. Sandro Mazzola avrebbe ricordato di essere rimasto impressionato soprattutto da Di Stéfano, che nella sua memoria appariva quasi enorme. Fu Luis Suárez a riportarlo alla realtà, facendogli capire che non erano lì per osservare i campioni del Real Madrid, ma per giocare una finale contro di loro. È un episodio semplice, ma significativo: Mazzola aveva davanti i suoi idoli e doveva trasformarsi, in pochi minuti, da spettatore a protagonista.
La partita cominciò e l’Inter affrontò il Real secondo i principi che avevano reso grande la squadra di Herrera. L’obiettivo era limitare le possibilità di Di Stéfano e degli altri giocatori offensivi del Real, difendere con ordine e sfruttare gli spazi lasciati dagli avversari. L’Inter riuscì a imporre il proprio ritmo e a impedire che i grandi campioni spagnoli prendessero completamente il controllo dell’incontro. La prima svolta arrivò al 43′. Mazzola ricevette il pallone e trovò il gol con un tiro dalla distanza. Era l’1-0 per l’Inter, proprio alla fine del primo tempo.
Nella ripresa l’Inter continuò a difendersi con grande attenzione e al 60′ trovò il raddoppio con Aurelio Milani. Il Real, però, non era una squadra capace di arrendersi facilmente. Tanto che al 70′ riuscì ad accorciare le distanze con Felo. Sul 2-1 la partita tornò aperta e l’Inter dovette resistere alla pressione degli spagnoli. Fu allora che emerse ancora una volta Sandro Mazzola. Al 76′ arrivò il suo secondo gol della serata, quello del definitivo 3-1. La partita terminò così e l’Inter sollevò la sua prima Coppa dei Campioni.

Ferenc Puskás dopo la partita cercò Mazzola e gli regalò la propria maglia. Secondo il ricordo dello stesso Mazzola, il campione ungherese gli disse: “Ho visto giocare tuo padre. Sei degno di lui”. Per il giovane attaccante dell’Inter quelle parole avevano un peso enorme. Puskás era uno dei giocatori che aveva ammirato e che aveva appena affrontato in una finale di Coppa dei Campioni. Il riconoscimento di Puskás assumeva quindi quasi il valore di una consacrazione. Sandro Mazzola era entrato nella partita come il figlio di una leggenda e ne era uscito con il riconoscimento di un’altra leggenda. Da quella notte, il suo nome non sarebbe più stato soltanto quello del figlio di Valentino Mazzola. Sarebbe diventato, a pieno titolo, quello di Sandro Mazzola, uno dei protagonisti della Grande Inter e della storia del calcio italiano.

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