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Il casual e gli hooligan: un connubio perfetto

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Calcio, I conti del gioco –

Il casual e gli hooligan: un connubio perfetto

Liverpool. Seconda metà degli anni ’70. Prima di arrivare a parlare dell’argomento principale, quello che state aspettando tutti, dobbiamo fare un passo indietro per capire che tipo di città era e come si è arrivati, poi, al casual e al termine hooligan.

Liverpool era una città profondamente working class, il porto, ma soprattutto l’industria, ne hanno costruito l’identità. Poi quella struttura che sembra essere perfetta comincia a sgretolarsi: le industrie chiudono, il lavoro diminuisce e, di conseguenza, aumenta la disoccupazione.

È da questa situazione che cominciano ad emergere varie sottoculture: il calcio acquista sempre più importanza, ci si comincia a vestire in una determinata maniera e nascono gli hooligan.

L’importanza dello stadio: il primo tassello del casual

Ancora oggi c’é una legge non scritta che governa il mondo di noi appassionati di calcio: quei 90 minuti sono molto di più di ciò che si pensa. A Liverpool in quegli anni, così come anche a Manchester e Aberdeen, il calcio è appartenenza, sfogo, trasferte. Il calcio significa anche un’altra cosa però: farsi vedere. Gli spalti degli stadi, o terrace se volete immedesimarvi ancora di più, erano i luoghi dove i ragazzi si studiavano, si osservavano, cercavano di capire l’altro attraverso l’abbigliamento.

Ma perché è così importante lo stadio? La risposta sta tutta in Liverpool-Manchester United. Charity Shield. Wembley, 13 agosto 1977. Ancora oggi quando andiamo allo stadio, cerchiamo di far sentire il nostro calore ai giocatori in campo indossando la maglia della squadra, una sciarpa, un qualcosa di particolare che possa anche farci riconoscere dalla nostra tifoseria o quella avversaria. In quella partita, invece, un gruppo di ragazzi giovanissimi, si presenta allo stadio con jeans, Adidas e nessun colore delle due squadre. Ed è qui che il calcio (e poi gli hooligan) si lega al casual.

Lo stadio, ma anche altro

Può la copertina di un album, completamente lontana dal mondo del calcio, cambiare le regole del vestiario dei tifosi? Bene, ora non sto dicendo che “Low” di David Bowie (1977) ha decretato la nascita del casual e degli hooligan. Una parte dei giovani tifosi inglesi, però, fu catturata da quell’immagine. A parlarcene è Kevin Sampson nel libro “Awaydays”. Lo scrittore ricorda come “Low” sia stato il collante per alcuni ragazzi di Scotland Road. Oggi, guardando quella copertina, nessuno di noi penserebbe al casual o agli hooligan, ma in quel momento fu un’illuminazione.

E qui arriviamo per la prima volta a toccare il tasto di questa nuova sottocultura che nasce come una contaminazione. Non esistono delle regole precise, non c’é un libro segreto da dover conoscere a memoria, c’é solo la volontà dei giovani inglesi di distinguersi dalle masse.

Il casual

Ed eccoci arrivati alla nascita del casual, una sottocultura inglese che si è poi ampliata in tutta Europa. Un ruolo fondamentale lo giocano le trasferte, dove i ragazzi inglesi vedevano scarpe o vestiti di altri paesi, le compravano (nel migliore dei casi) e le riportavano in Inghilterra. Uno dei capi più riconoscibili di questo stile sono le Spezial, le scarpe dell’Adidas che al giorno d’oggi si possono acquistare in negozio o anche online, senza alcun tipo di problema, ma al tempo erano un marchio.

Adidas è solo uno dei tanti brand che il casual prende da altri mondi e fa suo. Le stesse Spezial erano nate come scarpe tecniche per la pallamano indoor, non per lo stadio, non da tutti i giorni, eppure lo sono diventate.

La formula di tutto questo è una: l’utilizzatore che cambia il significato all’oggetto. Questo capita nella moda, ma anche in altri contesti della nostra vita. Pensate a tutti quegli oggetti che nascono con un ruolo specifico che poi vengono piano piano plasmati dalla società.

Una linea parallela racconta che il casual, e l’andare allo stadio senza vestiti delle squadre, nasce dal fatto che la polizia avesse cominciato ad usare le maniere forti verso i tifosi, in particolare quelli che utilizzavano la violenza tra tifoserie rivali. Quindi andare allo stadio senza “bandiere” permetteva di nascondersi meglio.

Nel corso del tempo poi di marche prese in prestito dal casual ce ne sono state tantissime: Fred Perry, Lyle and Scott, Barbour, Ralph Lauren, Henry Cotton, Burberry, Aquascutum, tutte marche anche abbastanza borghesi, nate per altro, ma diventate icone del casual e degli hooligan. Da qui nascerà il motto: “vestirsi bene, comportarsi male”.

Stone Island: un simbolo indimenticabile per il casual

Stone Island nasce in Italia nel 1982, fondata da Massimo Osti. Il nome “Stone Island” fu scelto attingendo ai romanzi di Joseph Conrad: Osti selezionò “Stone” e “Island”, termini ricorrenti che evocavano l’immaginario nautico. Secondo Osti, questa scelta rispecchiava una “nuova sensibilità orientata alla scienza invece che alla moda”. Ma come si lega questa marca alla nostra storia?

Secondo le ricostruzioni storiche, per vedere il marchio abbracciare il mondo del casual e degli hooligan, dobbiamo aspettare nuovamente uno stadio. Questa volta è l’Olimpico di Roma, per la finale di Champions League del 1984 tra Liverpool e Roma. I Reds vincono la sfida ai rigori, le telecamere inquadrano i tifosi che esultano sugli spalti e, ad attirare l’attenzione, sono gli outfit delle persone. La Rosa dei Venti (icona principale di Stone Island) spicca su molte delle maniche degli inglesi.

In un’Inghilterra segnata dalla violenza tra tifosi e polizia, scontri e moda, l’idea dei tifosi era quella di confondersi tra la folla. E quindi ecco perché l’utilizzo di tutte quelle marche citate prima e, specialmente, il marchio italiano.

Eppure, uno dei motivi per cui leghiamo Stone Island ai tifosi inglesi lo dobbiamo al cinema. Nel 2005 nelle sale esce “Green Street”, in Italia verrà chiamato “Hooligans”. Uno dei personaggi principali del film, Pete (interpretato da Charlie Hunnam), gran tifoso degli Hammers, non vestirà mai nel film i colori della sua squadra, ma un tipico trench beige, ovviamente con il marchio Stone Island sulla manica. Tanti abiti, ma nulla che si potesse collegare alla squadra inglese.

Ma quindi: da dove nascono gli hooligan?

Abbiamo iniziato dalla Liverpool della seconda metà degli anni 70, ma in realtà quello è solo il momento di spicco, l’apice se così possiamo dire, degli hooligan. Il sostantivo, gli scontri e tutto ciò che si lega a questa fetta di tifosi e non, trovano nascita ancora prima. Il termine compare per la prima volta in una denuncia della polizia di Londra del 1898.

La parola “hooligan” appare nel giornale di lingua tedesca di Bolzano “Der Tiroler” dell’8 novembre 1918 in riferimento a sbandati di guerra ungheresi e slavi che si davano ai saccheggi e agli incendi alla fine della prima guerra mondiale. Questa parola, che per adesso col calcio c’entrava poco o nulla, viene poi stampata sulle maglie di uno dei primi gruppi di tifo organizzato, diventando successivamente un marchio che caratterizzò gli stadi inglesi.

Il Cambridge Dictionary dà questa definizione di hooligan: “Una persona violenta che combatte o provoca danni in luoghi pubblici”. La Treccani, invece: “Denominazione dei tifosi più violenti delle squadre di calcio, spec. inglesi, organizzati in bande teppistiche giovanili”. Bene, a questo punto sembra scontato dire che la parola hooligan richiami alla violenza, calcistica e non.

La storia ci lascia due strade diverse per la nascita del nome: la prima ci riconduce a Patrick Hooligan, malvivente di origine irlandese che viveva in Inghilterra; la seconda, invece, racconta che il termine derivi da “Hooley’s gang“, una banda di giovani delinquenti provenienti dal quartiere londinese di Islington.

Quale sia la verità non ci è dato saperlo, ciò che sappiamo bene, però, è la trasmutazione calcistica che ha avuto.

Gli hooligan e il calcio

Se la parola “hooligan” affonda le sue radici nella Londra di fine Ottocento, è a partire dagli anni Settanta che la violenza diventa un fenomeno strutturato e indissolubilmente legato al calcio britannico. La tensione sociale si trasforma in scontro fisico: nascono le prime firm, bande organizzate legate a club specifici che non cercano più solo il tifo, ma il dominio territoriale e la sottomissione della tifoseria avversaria.

Per oltre un ventennio, l’Inghilterra diventa il teatro e l’esportatrice di una vera e propria epidemia sociale. Le trasferte europee delle squadre inglesi trasformano la violenza in un caso politico internazionale, toccando il punto di non ritorno il 29 maggio 1985 con la strage dell’Heysel a Bruxelles, dove 39 tifosi bianconeri persero la vita prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Quell’evento tragico portò all’esclusione quinquennale dei club inglesi dalle competizioni europee e costrinse il governo britannico a reagire.

Sotto la spinta del Governo Thatcher prima e con la pubblicazione del celebre Rapporto Taylor nel 1990 poi, lo Stato mise in atto una repressione senza precedenti: abolizione dei posti in piedi, introduzione della video-sorveglianza a circuito chiuso, biglietti nominativi e diffide severe (i banning orders). Questa stretta legislativa, unita alla modernizzazione degli impianti e alla nascita della ricca Premier League, riuscì gradualmente a sradicare la violenza dagli stadi inglesi, ri-confinando il fenomeno a episodi marginali o spostandolo lontano dai riflettori delle telecamere. La storia dell’hooliganismo rimane così il racconto di come il calcio sia stato, per decenni, lo specchio delle fratture più profonde di una società.

Autore

  • Cari lettori e care lettrici, io sono Gabriele Brunetti, ho 21 anni e vengo da Roma. Sono autore e referente della sezione Calcio di Fuori Dal Gioco. Mi piace raccontare le storie dello sport, soprattutto quelle passate, ma non vi preoccupate perché adoro anche discutere di attualità. Spero che i miei articoli, e quelli dei miei colleghi, vi piacciano!

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