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A Vallecas il calcio non è merce: il Rayo si ribella all’omologazione

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Calcio, Calcio e politica, Campionati esteri –

A Vallecas il calcio non è merce: il Rayo si ribella all’omologazione

A Vallecas il calcio elude da sempre la dimensione del mero intrattenimento. Sul manto erboso dell’Estadio de Vallecas – piccola-grande casa di quasi 15mila posti – il pallone si fa veicolo di rivendicazioni sociali, solidarietà e resistenza, convertendo questo lembo della periferia madrilena in un autentico avamposto ideologico. In questo scenario, il Rayo Vallecano – incarnato dalla sua tifoseria, che si definisce “Orgullo de la clase obrera” (Orgoglio della classe operaia) – si erge a bandiera della classe lavoratrice: un ecosistema simbiotico dove la comunità locale rigetta fermamente il razzismo, l’antifascismo di facciata e la deriva totalmente commerciale dello sport. Proprio in questi giorni, l’anima più autentica del “barrio più grande d’Europa” ha consumato una frattura – forse definitiva e irreversibile – con il potere costituito, scontrandosi apertamente con la gestione del presidente Raul Martin Presa.

Il ritorno a casa e la resa dei conti

Dopo un esilio forzato di tre incontri disputati a Butarque, a casa del Leganes, per la sospensione cautelare della concessione da parte della Comunità di Madrid per criticità legate alla sicurezza, la sfida del 10 ottobre contro l’Athletic Club di Bilbao doveva sancire una pacifica ripartenza. Al contrario, l’evento ha registrato il definitivo punto di rottura tra la tifoseria e il presidente Raul Martin Presa, accusato dalla comunità locale di aver deliberatamente trascurato il patrimonio strutturale e l’identità del club. Secondo la tifoseria rayista, Presa ha lasciato che lo stadio di Vallecas marcisse nella totale assenza di interventi di manutenzione e di messa in sicurezza, anche igienica.

Così, al tredicesimo minuto del primo tempo, in corrispondenza di un calcio d’angolo a favore della compagine basca, dalle gradinate è partito un fitto e coordinato lancio di centinaia di aeroplanini di carta e sferette di plastica che ha invaso il terreno di gioco. Ad accompagnare la protesta, lo spiegamento dello striscione «Presa, la pelota está en tu tejado». Ovvero: «Presa, ora tocca a te». Nonostante i ripetuti tentativi del direttore di gara, José Maria Sanchez Martinez, di riprendere il gioco richiamando le squadre negli spogliatoi, il perdurare dei lanci – culminato con la simbolica caduta di un seggiolino sul manto erboso – ha indotto l’arbitro a decretare la sospensione definitiva del match sullo 0-0.

Uno degli striscioni in Rayo Vallecano-Athletic Bilbao

Se l’amministrazione del club ha fermamente condannato l’accaduto paventando sanzioni e indagini, il post-partita ha offerto una memorabile dimostrazione di solidarietà sportiva. Evacuato il rettangolo verde, il pubblico di Vallecas ha tributato lunghi applausi ai calciatori del Bilbao, i quali hanno ricambiato il rispetto istituzionale dimostrando piena comprensione per le istanze sociali e le radici operaie di una protesta che ha anteposto la salvaguardia della propria identità al mero verdetto sportivo.

Le radici operaie del dissenso

La profonda animosità che attraversa la tifoseria del Rayo Vallecano affonda le proprie radici nella peculiare evoluzione urbanistica e sociale del territorio. Antico comune autonomo, assorbito amministrativamente dal comune di Madrid per azione del regime franchista nel secondo dopoguerra, Vallecas ha vissuto un’espansione demografica esponenziale per accogliere la massiccia migrazione proletaria proveniente dalle regioni centro-meridionali della Spagna. Da questo tessuto urbano marginale, edificato sul sacrificio e sulla solidarietà di classe, è germogliato un senso di comunità impermeabile alle logiche del calcio moderno.

Il fulcro ideologico di questa resistenza identitaria è storicamente rappresentato dai Bukaneros, il gruppo ultras nato nel 1992 sotto il vessillo dell’antifascismo militante, dell’antirazzismo e del netto rifiuto della mercificazione sportiva. Tuttavia, ridurre la frattura in corso a una mera questione di frange radicali sarebbe un errore prospettico. Il malcontento contro la presidenza di Raul Martin Presa coagula l’intero panorama associazionistico locale, coordinato da sigle trasversali come la Plataforma ADRV. La contestazione collettiva non verte semplicemente sulle ripetute inadempienze manutentive o sulla fatiscenza strutturale dell’impianto. L’accusa formale mossa ai vertici societari è quella di voler recidere il cordone ombelicale che unisce la squadra al suo storico rione operario e al suo stadio. L’obiettivo di Presa, infatti, sarebbe quello di abbandonare Vallecas e costruire un nuovo impianto in una zona vicina, precisamente a El Abronigal.

Per il Rayo Vallecano e l’intera comunità rayista, il successo sportivo – culminato nel raggiungimento dell’ottavo posto nelle ultime due stagioni del campionato spagnolo, il miglior piazzamento di sempre nella storia del club, e nella contemporanea cavalcata europea fino alla finale di Conference League, persa contro gli inglesi del Crystal Palace (e chissà perché…)- perde qualsiasi valore se ottenuto al prezzo dell’omologazione commerciale.

Sergio Camello, cresciuto nel settore giovanile dell’Atletico Madrid, ha iniziato la stagione con 6 goal nelle prime 4 partite

Lulù Massa a Vallecas: il rifiuto di un paradiso ingannevole

In questo frammento di periferia, l’epopea del Rayo Vallecano incrocia la parabola cinematografica de La classe operaia va in paradiso, il capolavoro di Elio Petri del 1971 dedicato all’alienazione della fabbrica. Se in quella pellicola il protagonista Lulù Massa sacrifica salute, affetti e corpo sull’altare della produttività prima di comprendere che il paradiso promesso dal capitale è in realtà una trappola identitaria, a Vallecas il meccanismo sociale si inverte, pur conservando la medesima urgenza drammatica. Per la comunità rayista, l’approdo nell’Olimpo di un calcio iper-moderno, opulento e globalizzato rappresenta una promessa ingannevole. Un eventuale sradicamento dal quartiere in nome delle spietate leggi di mercato garantirebbe forse un ritorno in termini di appeal e ambizioni sportive, ma decreterebbe l’annichilimento della sua stessa ragion d’essere.

La minaccia imminente è quella di un’alienazione collettiva e di uno smarrimento di una tifoseria privata del suo storico presidio di appartenenza. Per tale ragione, i vallecanos difendono il proprio territorio come un valore refrattario alle fluttuazioni finanziarie, rifiutando categoricamente un progresso che esiga come dazio la cancellazione della propria memoria storica. Il match contro l’Athletic Club si sarà anche cristallizzato al tredicesimo minuto sul terreno di gioco, ma la partita più importante  – quella per la sopravvivenza dell’anima di Vallecas – è appena cominciata.

Autore

  • Paolo Mazza

    26 anni, calabrese, laureato in Media e Giornalismo e giornalista pubblicista. In Fuori dal Gioco mi occupo della parte amministrativa e operativa, oltre che della stesura di articoli e creazione di contenuti. Mi piace cercare la curiosità e non amo scrivere banalità.

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