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Calcio e City Pop: una storia Made in Japan

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Calcio e City Pop: una storia Made in Japan

Oggi siamo abituati a vedere il Giappone ai vertici del calcio mondiale. La nazionale maschile è, attualmente, la più titolata dell’intero continente asiatico, ed è stabilmente in top 20 nel ranking FIFA. Oltretutto, la quantità di calciatori giapponesi “esportati” nell’ultra competitivo e spietato mondo del calcio europeo è ormai incalcolabile.

Ma se vi dicessimo che fino a poco più di 30 anni fa il calcio in estremo oriente veniva visto più come un hobby del dopolavoro ?

La storia che vi vogliamo raccontare oggi è piena di aneddoti singolari, in pieno stile giapponese, che vorremo però illustrarvi in una maniera alquanto fantasiosa. Perché esiste un non troppo sottile fil rouge tra l’evoluzione del calcio Jap e un bellissimo genere musicale che ha influenzato tutta l’industria musicale del Sol Levante degli ultimi vent’anni. Dando la dimostrazione che, in alcuni casi, la globalizzazione qualcosa di buono l’abbia davvero portato.

E quindi, irasshaimase a tutti e preparatevi ad un viaggio a ritmo di City Pop!

Il contesto: il Giappone degli anni 80

Partiamo dal principio: la nostra storia inizia nei ruggenti anni 80, quelli in cui tutto sembrava possibile e in cui il futuro sembrava più radioso che mai.

In quel periodo, il Giappone era alla fine del cosiddetto periodo Showa, l’ultima fase del regno dell’Imperatore Hiroito, il regno più lungo tra tutti quelli degli imperatori giapponesi. Quella era stata la fase nella quale, grazie all’alleanza con gli USA post Seconda Guerra Mondiale, il Giappone aveva costruito il proprio miracolo economico, diventando nel giro di 40 anni una delle più grandi potenze economiche mondiali.

In particolare, aziende come Sony, Mitsubishi, Toyota, Toshiba e NEC avevano iniziato a dominare i mercati globali. E tenete bene a mente questi nomi perché ritorneranno presto.

Inoltre, gli anni 80 erano il periodo che favorirono fortissima crescita culturale e sociale, anch’essa influenzata da questa grossa bolla economica, che aveva dato al Giappone le sembianze di un paese estremamente felice e colorato. Tutto ciò si riflette anche nell’enorme successo internazionale di cui gli Anime iniziarono a godere.

La nascita del City Pop

Ed è proprio qui che si presenta il primo protagonista di questa storia.

Il City Pop nasce alla fine degli anni 70, nel contesto sopracitato del Giappone globalizzato, ed è sostanzialmente un mix di generi musicali importati dalla cultura americana. Nello specifico, Funk, Jazz, Disco e R&B erano ciò a cui i giapponesi si erano più ispirati. Proprio per questo, è un genere che si distacca fortemente dalle sonorità classiche del paese.

Tale genere costituisce il racconto perfetto di quel periodo, in particolare del nuovo ceto “urbano” che andava sviluppandosi. Sonorità coinvolgenti, ma allo stesso tempo raffinate, destinate a spopolare nelle grandi città come la capitale Tokyo, in cui la popolazione inseguiva un nuovo stile di vita spensierato e consumistico. Quello che è, nell’attuale contesto storico, il Pop-EDM per noi per fare un esempio.

Calcio e City Pop: una storia Made in Japan
L’Album Timely di Anri, da cui è tratta anche Cat’s Eye

Artisti come Anri, Tatsuro Yamashita, Mariya Takeuchi e la compianta Miki Matsubara, la cui storia meriterebbe un capitolo a parte, erano le star del momento, con brani che faranno poi la storia della musica commerciale giapponese. Impossibile infatti non citare la celeberrima Cat’s Eye di Anri, la sigla d’apertura dell’anime omonimo, e Stay with me di Miki Matsubara.

Dettmar Cramer: il padre del calcio giapponese

A questo punto vi sarete giustamente chiesti: “e il calcio ?” . Prima di arrivare agli anni 80 dobbiamo fare un piccolo passo indietro per introdurre un personaggio importantissimo ai fini del racconto.

Dettmar Cramer, prima di allenare il grande Bayern Monaco di Gerd Muller e Franz Beckenbauer, si era trasferito in Giappone negli anni 60, con l’obiettivo di aumentare il tasso qualitativo di un calcio giapponese agli inizi della propria vita sportiva. Anche perchè, nel 1964, erano in programma le Olimpiadi di Tokyo, e la nazionale di calcio non poteva di certo fare brutte figure.

Calcio e City Pop: una storia Made in Japan
Dettmar Cramer

Il tecnico tedesco compì un lavoro eccezionale: formò allenatori, contribuì alla creazione di numerosi settori giovanili, e fu uno degli ideatori della Japan Football Association, la federazione calcistica giapponese. Inoltre, alla guida della nazionale maschile ottenne una straordinaria qualificazione ai quarti di finale del torneo olimpico, venendo eliminato solo dai futuri campioni della Cecoslovacchia.

Per le sue gesta, Cramer venne insignito del riconoscimento Cavaliere di III Classe dell’Ordine del Sacro Tesoro, e nel 2005 è stato introdotto nella Japanese Football Hall of Fame. Oltre ad essere ricordato all’unanimità come il padre del calcio tedesco.

Il calcio “aziendale”

Nonostante il preziosissimo contributo di Cramer, la situazione però non migliorò più di tanto. E qui torniamo al contesto della nostra storia.

Mentre il paese del Sol Levante viveva il suo periodo di splendore economico, il calcio, all’interno di tale tessuto sociale, non era ancora visto come uno sport vero e proprio. Chi è più pratico della cultura orientale sa bene che gli sport più seguiti in Giappone sono in realtà il Sumo e il Baseball, col calcio che ci ha messo tempo a farsi strada a livello di popolarità.

Infatti, agli inizi degli anni 80 tale sport era ancora a livelli poco più che amatoriali, e le squadre che partecipavano nell’allora Japan Soccer League erano delle formazioni di proprietà delle principali aziende del paese, esattamente quelle che vi avevamo detto di tenere a mente. Nissan, Panasonic, Mitsubishi, Toyota, Yomiuri e tante altre, promuovevano questo sport come un passatempo per il dopolavoro, e le squadre erano formate per lo più da dilettanti e da dipendenti delle sopracitate aziende.

I primi passi verso il professionismo

La vera svolta per il calcio nel paese arrivò grazie alla Coppa Intercontinentale (l’attuale Mondiale per Club), e a un cartone animato che non ha affatto bisogno di presentazioni.

La Coppa Intercontinentale iniziò a giocarsi in Giappone dal 1980 grazie alla suddetta Toyota, dopo un periodo di forte declino causato da una calendario sempre più intasato per i club europei, e alle ripetute intemperanze delle squadre sudamericane (chiedere al Milan per intenderci). La famosa casa automobilistica portò soldi e una forma diversa al torneo, che si giocava a Tokyo in gara secca.

Possiamo forse dire che l’impulso della bolla economica ha dato vita una delle prime operazioni di stampo prettamente capitalistico del calcio moderno.

Questo, unito al successo internazionale dell’amatissimo anime Holly e Benji, basato sul manga Capitan Tsubasa, diede un forte impulso a tutto il movimento, tanto che la Japan Football Association iniziò a rilasciare delle speciali licenze per permettere di tesserare calciatori professionisti a partire dal 1986, anche per ovviare alla disparità di trattamento di molti atleti in alcuni contesti aziendali.

Il filo rosso tra calcio e City Pop

Il parallelismo che vi avevamo introdotto parte esattamente da qui.

L’esplosione della bolla economica nel paese nipponico ha portato le aziende ad aprire gli occhi, e a capire quanto due strumenti così impattanti come lo sport e la musica potessero rappresentare una fonte di guadagno non da poco. E se nel calcio i mecenati furono soprattutto i colossi dell’automotive e dell’elettronica, per il City Pop fu colei a cui molti di noi dobbiamo buona parte del nostro intrattenimento videoludico.

Non poteva che essere la Sony, la creatrice della Playstation, ma anche del mitico Walkman, il riproduttore di cassette portatile che negli anni 80 fu un autentico pioniere nel suo settore. È proprio grazie al Walkman che i giovani giapponesi potevano godersi i brani City Pop del momento, magari mentre passeggiavano nel caratteristico paesaggio delle grandi metropoli. Molti album di quel periodo, fra l’altro, vennero prodotti da Sony Music, la divisione di Sony che si occupa della produzione e della diffusione musicale.

Sony, insomma, colse le potenzialità di quel nuovo genere occidentalizzante nello stesso modo di come la Toyota fece con il calcio. E come abbiamo potuto capire, in entrambi i casi fu un enorme successo.

Il ruolo degli anime

Ma ovviamente, d’altronde siamo in Giappone, anche gli anime hanno fatto a loro parte in questa storia. Con i più attenti che lo avranno già capito dai capitoli precedenti.

Gli anime sono forse la cosa che più di tutte lega il calcio con il City Pop. Il successo enorme di Holly e Benji fu un enorme spartiacque per la popolarità del calcio nel Sol Levante, così come altri anime celebri lo furono per il genere musicale. Basti pensare al già citato Cat’s Eye, ma anche all’altrettanto famoso City Hunter, le cui ambientazioni si sposano alla perfezione con le sonorità danzanti e raffinate di tale genere, in un legame sinestetico da brividi.

E non è un caso che la colonna sonora dei suddetti anime siano degli emblemi del movimento City Pop, come Ai Yo Kienaide per City Hunter. Ma anche Dance in the Memories per Kimagure Orange Road, che riprende fortemente le sonorità Pop dell’epoca, con quelle impattanti intro di sintetizzatore.

Forse il calcio e il City Pop si sarebbero diffusi ugualmente anche senza gli anime, ma è innegabile che senza il loro contributo forse non avrebbero avuto l’impatto incredibile di cui stiamo parlando, soprattutto a livello visivo.

Prodotti importati, ma ben adattati

C’è sicuramente un altro fattore da non sottovalutare; sia il calcio che il City Pop sono entrambi prodotti con origini molto poco giapponesi.

La bolla economica degli anni 80 infatti, ha aperto la strada verso il processo di globalizzazione che abbiamo imparato a conoscere molto bene. E per il Giappone, sia il calcio che le sonorità spensierate in salsa Pop e R&B sono entrambi prodotti di questo processo. La vera forza dei nipponici è stata quella di prendere dei prodotti prettamente occidentali, e riadattarli in base alla loro cultura.

Alcuni aspetti di questi processi sono stati resi così iconici proprio dalla capacità di non omologarsi troppo da parte degli artisti e degli sportivi asiatici, che hanno dato un’impronta devastante ad un qualcosa che non sarebbe dovuto essere loro, influenzando a loro volta i nostri modelli artistici e di vita.

Epilogo: la diffusione su larga scala

I due protagonisti della storia alla fine, seppur con intermezzi diverso, avranno entrambi un grande riscontro oltre confine.

Per il calcio; sulla spinta di tutto ciò che ci siamo detti, nel 1993 nacque finalmente la J1 League, il massimo livello calcistico giapponese, che acquisì definitivamente lo status professionistico. All’epoca ci partecipavano appena 10 squadre, tutte originarie dalle vecchie selezioni aziendali, che saranno però importantissime nella diffusione mediatica del campionato all’estero. Urawa Reds, Sanfrecce Hiroshima, Gamba Osaka, Yokohama Marinos, Yokohama Flugels e Kashima Antlers sono solo alcuni dei nomi che ritroviamo ancora oggi ai vertici del calcio nel continente asiatico.

Un’importante ruolo lo ebbero anche alcuni campioni che, alla fine della loro carriera andarono a giocare in alcune di queste compagini. I brasiliani Zico e Dunga, l’inglese Gary Lineker, e anche l’eroe di Italia 90 Totò Schillaci, che divenne un vero idolo dei tifosi del Jubilo Iwata.

Calcio e City Pop: una storia Made in Japan
Totò Schillaci al Jubilo Iwata

La notorietà del campionato, unito al grande entusiasmo del momento, si diffuse così tanto che in Giappone non arrivarono solo calciatori a fine carriera, ma anche giovani rampanti in cerca di un trampolino di lancio, fra i quali Arsène Wenger a Nagoya e, in tempi più recenti Hulk. Inoltre, molti calciatori giapponesi iniziarono ad arrivare in Europa, e non solo come operazioni di Marketing. Qui in Italia in particolare, ci ricorderemo sicuramente bene di Hidetoshi Nakata, forse il più grande calciatore giapponese della storia, e di Keisuke Honda.

Tutto ciò si è riflesso anche sui risultati della nazionale ovviamente, che dal 1992 in poi ha vinto ben 4 Coppe d’Asia e superato 5 volte la fase a gironi, diventando la miglior nazionale di tutta l’Asia. Risultati formidabili, considerando da dove si era partiti.

E il City Pop ?

Rispetto al calcio, il City Pop invece ebbe un epilogo leggermente diverso, ma ugualmente glorioso.

Negli anni 90, anche a causa della fine della bolla economica e ad una conseguente crisi che ribattezzò tale periodo Il decennio perduto, il City Pop affrontò un lento, ma inesorabile declino. Il suo impatto però ebbe un ruolo cruciale nella diffusione di quello che sarà il moderno J Pop, unito al ancor più famoso fenomeno degli Idol.

Tuttavia, intorno al 2017 un utente condivise sul proprio canale YouTube il brano Plastic Love di Mariya Takeuchi del 1984, co-prodotto insieme a Tatsuro Yamashita che era diventato nel frattempo suo marito. Il feed di YouTube, che sappiamo essere molto particolare, impazzì e iniziò a riproporre a raffica il brano nella home di milioni di utenti, tanto da fargli superare le 20 milioni di visualizzazioni in breve tempo.

Da lì in poi il City Pop iniziò a vivere una nuova giovinezza, ottenendo enormi consensi anche fuori dal Giappone, e venendo ufficialmente riconosciuto come un pilastro della musica pop asiatica. Il successo fu tale che Abel Makkonen Tesfaye, in arte The Weekend, nel 2022 campionò il sample di Midnight Pretenders(1983) della cantante Tomoko Aran, per la sua Out of Time.

Così come il calcio quindi, anche il City Pop ha avuto la sua diffusione su larga scala, suggellando un legame forte quanto inaspettato.

Autore

  • 25 anni, studente di Scienze della Comunicazione e aspirante giornalista sportivo. In Fuori Dal Gioco sono autore e  referente della sezione Motorsport, mi occupo quindi della supervisione e della pubblicazione di contenuti a tema sport motoristici, in particolare sul mondo della Formula 1. Mi impegno a trasmettere il più possibile la mia passione, cercando sempre di riportare aneddoti e storie originali.

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