01 Novembre 2025
È ufficiale: Luciano Spalletti è il nuovo allenatore della Juventus. L’ex tecnico della Nazionale italiana ha firmato un contratto di otto mesi, con possibilità di rinnovo in caso di raggiungimento di determinati obiettivi — su tutti, la qualificazione alla prossima Champions League.
Tuttavia, oltre ai risultati sportivi, da Spalletti ci si aspetta molto di più. Dovrà risollevare una stagione nata bene ma progressivamente naufragata, vanificando mesi di lavoro, programmazione e risultati.
La Juventus non vince da otto partite! Una delle strisce negative più lunghe nella storia del club bianconero: un record amaro che ha spinto la proprietà a esonerare Igor Tudor.
Ma le colpe sono davvero solo dell’allenatore croato? O anche la dirigenza ha le sue responsabilità? Per comprendere la situazione attuale in casa Juve serve calma, analisi e la capacità di individuare i nodi principali che Spalletti dovrà sciogliere per invertire un trend tanto preoccupante.
Ma le colpe non sono solo dell’allenatore croato.
Come ammettono in molti ambienti vicini al club, la dirigenza ha mostrato incertezze nella costruzione della rosa e nel gestire una transizione difficile. E soprattutto, i giocatori — i primi chiamati a rispondere sul campo — sembrano da tempo disconnessi da quello spirito di sacrificio che un tempo definiva la Juve.
“Abbiamo cambiato tre allenatori in un anno e mezzo, ma dobbiamo guardarci allo specchio e capire dove sbagliamo noi. Non è giusto incolpare solo una persona: è colpa di tutti.”
— Dusan Vlahovic, dopo Juve–Udinese
“Così parlò Zarathustra”? No, così parlò Luciano Spalletti:
“Se non avessi creduto che questa squadra abbia delle potenzialità, nonostante i momenti difficili, perché avrei dovuto accettare un contratto di otto mesi?”
Una frase breve, ma densa di significato.
Spalletti sa che la Juventus è più di una squadra: è una Signora ferita nel corpo e nell’orgoglio, un organismo che ha smarrito equilibrio e motivazioni. Per questo, prima ancora che sul campo, dovrà allenare le menti e i cuori.
Chi lo conosce sa che non è solo un tattico, ma un allenatore-filosofo, capace di mescolare calcio e introspezione, disciplina e poesia.
Alla Juve dovrà prima guarire le anime, poi i piedi.
Allo Zarathustra toscano spetta il compito più difficile: rimettere ordine dove regna il caos.
Sarà il collante tra una squadra demotivata, una dirigenza apparsa altezzosa e un ambiente frustrato e disilluso.
Prima ancora del modulo — che presumibilmente sarà il classico 4-3-3 con cui ha trionfato a Napoli — Spalletti dovrà sciogliere alcuni nodi chiave:
Kalulu o João Mário? Restituire il francese al ruolo naturale di centrale o continuare a impiegarlo come terzino, sacrificando il portoghese.
L’idea di Spalletti è chiara: un 4-3-3 fluido, con costruzione bassa, linee strette e un gioco più verticale.
Vuole rianimare un possesso palla oggi sterile (49% medio nelle ultime gare) e restituire aggressività a una squadra che ha smesso di pressare.
Il modello è quello visto a Napoli: coraggio, ampiezza e libertà controllata.
Magari con un Yildiz “alla Kvara”, capace di rompere gli equilibri sull’esterno, e un Vlahovic finalmente al centro del progetto, non più lasciato a isolarsi in area.
Come ha dimostrato al Napoli, Spalletti non costruisce solo schemi: costruisce sistemi di fiducia.
E la Juventus, oggi, ha disperatamente bisogno di crederci ancora.
Più che un allenatore, la Juventus ha scelto un guaritore.
Un uomo capace di vedere luce dove gli altri vedono confusione.
Spalletti dovrà compiere un piccolo miracolo sportivo e mentale, rivitalizzando i giocatori, trovando equilibrio e mascherando le debolezze di un gruppo fragile: difesa non impenetrabile, centrocampo opaco, attacco spaesato.
Non sarà semplice. Ma se c’è un allenatore capace di trasformare il caos in armonia, quello è lui:
Luciano Spalletti, il profeta di Certaldo.
“Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.”
— F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
E forse, in questo caos bianconero, Spalletti ha già intravisto la sua stella.
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