10 Luglio 2025
L’attuale tecnico della Tricolor, che ha eliminato l’Inter dal Mondiale per Club e si è arresa solo in semifinale contro il Chelsea, è stato anche un’eccentrica ex meteora a Roma, sponda giallorossa, dove si guadagnò il nomignolo di “El Pube de Oro”. Il suo talento era offuscato dalla sua sregolatezza fuori dal campo: ripercorriamo le gesta di Renato Portaluppi.
Persino il Mondiale per Club del 2025, prodotto emblematico del calcio moderno, è in grado di suscitare memorie amarcord e di far rivivere nei ricordi degli appassionati quel caro vecchio calcio anni ‘80-’90. Sarà sicuramente successo a qualche tifoso della Roma over 45, dopo aver notato casualmente (durante qualche insonne notte estiva o scrollando distrattamente sul proprio smartphone) che l’allenatore della Fluminense, squadra “rivelazione” del torneo, è niente popò di meno che Renato Portaluppi, noto in patria con l’appellativo di Gaúcho. Un nome che dentro di sé racchiude, per antonomasia, il connubio tra talento cristallino e vida loca. Come scrisse Fabrizio Bocca per la Repubblica nel 1988, “un fantastico contenitore di tutti i luoghi comuni di un sudamericano: le donne, la playa, il football (sic)”. Nella Capitale, invece hanno preferito appioppargli il più dissacrante soprannome di “El Pube de Oro”: vediamo perché .
Quando giocava nel Flamengo, Renato Portaluppi era già noto come “il George Best brasiliano”, una sorta di sex symbol nazionale. Compariva regolarmente su riviste scandalistiche, paparazzato con modelle e attrici. Alcuni teatri delle sue imprese? Una siepe, dietro la quale avrebbe consumato un amplesso mentre i suoi compagni di Nazionale erano intenti a correre attorno al campo. Ma anche una panchina di un centro di allenamento, dove lo avrebbe raggiunto una modella mentre compagni e staff erano rientrati nello spogliatoio. Spesso saltava gli allenamenti per prendere il sole sulla spiaggia di Ipanema, e si dice che arrivasse in ritardo (anche alle partite) perché si fermava a giocare a a futevôlei (calcio-tennis) o a prendere un caffé in riva al mare.

Nel 1986, durante il ritiro della nazionale brasiliana in Messico per i Mondiali, Renato fu escluso in extremis dal ct Telê Santana, poiché sorpreso a fare festa in hotel con un compagno (Leandro) e alcune donne. Un’occasione persa che ancora oggi viene discussa in Brasile: molti pensavano che la Seleção avrebbe avuto più chance con lui in campo.
Nell’estate del 1988 Renato Portaluppi, reduce da una Coppa Intercontinentale vinta con il Grêmio e da buone stagioni con il Flamengo, approdò alla Roma in elicottero, grazie a un esborso di 3 miliardi di lire da parte dell’allora presidente giallorosso Dino Viola. Renato era un’ala destra straordinaria, dotata di dribbling, forza fisica e fiuto del gol, e molti lo consideravano uno dei migliori esterni offensivi del panorama sudamericano. Il “Gullit bianco” secondo l’allenatore della Roma Nils Liedholm, “bravo come Maradona”, secondo lo stesso Dino Viola. “Vedendolo atterrare pensammo: qui è arrivato un fenomeno”, disse Bruno Conti qualche tempo dopo.

Il suo passato da enfant terrible era noto: fin dai tempi del Grêmio, ignorava le richieste degli allenatori quando gli chiedevano di rientrare in difesa. Celebre una sua battuta, (riportata da ex compagni): “Correre? Quello è lavoro da terzino. Io sono un artista”. Programmatiche anche le sue prime dichiarazioni da neo-giocatore della Roma: “Più che i terzini, dovranno essere le loro mogli a stare attente a me”. Ma i tifosi giallorossi speravano che sotto la guida del Barone Liedholm potesse mettersi in riga ed aiutarlo a fare il definitivo salto di qualità. Una speranza destinata ad essere mal riposta in partenza.
In campo, Renato Portaluppi mostrò solo a sprazzi la classe che lo aveva reso celebre in Brasile: 33 presenze e 4 gol nella stagione 1988-89. Il suo stile di gioco mal si adattava alla disciplina e alla tattica del calcio italiano. Rimaneva poco incline ai ripiegamenti difensivi e più interessato a colpi di tacco e giocate spettacolari. A fine stagione, fece ritorno al Flamengo. Al momento dell’addio, rilasciò una frase emblematica: “In Italia vogliono tutti robot. Io non sono un robot”. Fuori dal campo invece divenne una vera e propria leggenda. Le cronache dell’epoca parlavano continuamente delle sue nottate nei locali di Roma, spesso in compagnia di modelle e attrici. Era un habitué della Dolce Vita romana, tra via Veneto e il lungotevere, sempre sorridente e spesso accompagnato da paparazzi.

Uno degli episodi più celebri fu la sua fuga a Viareggio, dove andò a prendere il sole in spiaggia mentre avrebbe dovuto essere a Trigoria. Un gesto che fece infuriare Liedholm e che gli costò l’esclusione dalla formazione per alcune partite. Complesso il suo rapporto con gli spaghetti. Durante la cena, dopo essere stato criticato per la forma fisica e lo scarso rendimento, andò in cucina e tornò con un piatto di spaghetti, dicendo: “Questo è il mio allenamento!”. Non meno famoso il rifiuto di mangiare pasta durante una cena con la squadra: “Sempre spaghetti, spaghetti… non avete altro?”, avrebbe detto ai giornali, scatenando l’ironia dei tifosi e l’irritazione della dirigenza.
Dopo la parentesi romana, Portaluppi giocò per Flamengo, Botafogo, Cruzeiro e Fluminense. Non smise mai di far parlare di sé, trasformandosi in un personaggio iconico del calcio brasiliano: pose per servizi fotografici in costume, partecipazioni a talk show e dichiarazioni iperboliche sulle sue conquiste amorose. Nel 2008 si candidò sindaco di Rio de Janeiro, senza successo, ma attirando una forte attenzione mediatica. Ma fu da allenatore che il mito di Renato Gaúcho esplose definitivamente. Ha sempre rifiutato l’etichetta di “allenatore teorico”: “Io non studio calcio. Il calcio studia me”. Vinse la Copa Libertadores col Grêmio nel 2017 (dopo averla vinta da giocatore con i nerazzurri) e si fece un selfie con la coppa a torso nudo, diventando virale.

Alla guida del Grêmio, andava spesso a prendere il sole o a giocare a futevôlei a Ipanema, anche nei giorni in cui la squadra si allenava. Alle critiche, una volta rispose: “La mia abbronzatura non ha mai impedito alla mia squadra di vincere” In alcune amichevoli o in allenamenti estivi, è apparso in sandali o infradito, dichiarando che “l’importante è vincere, non le scarpe che porti”. Renato è stato allenatore del Grêmio in più di quattro cicli. Ogni volta veniva accolto come una leggenda vivente. La massima che forse più rappresenta la sua vita professionale e non è “Meglio bello e intelligente che solo intelligente”: una risposta ironica a chi lo accusava di pensare più all’immagine che alla tattica. È stato candidato più volte al ruolo di ct del Brasile, ma la sua figura pubblica “trasgressiva” ha sempre frenato la federazione.
Così, tra talento sprecato, donne, battute, provocazioni e abbronzature, Renato Portaluppi è diventato l’emblema di un calcio vissuto senza compromessi, a metà tra genio e anarchia.
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