15 Ottobre 2025
22 febbraio 2022: Daniil Medvedev diventa numero 1 del mondo ed è il secondo, dopo Andy Murray, a riuscire nell’impresa di rompere il dominio dei Big Three – Djokovic, Nadal e Federer. È il coronamento di un’ascesa formidabile, costruita con intelligenza, costanza e una lucida follia. Un tennista da uno Slam (gli US Open 2021), cinque finali Major (due a New York e tre a Melbourne) e altri diciannove titoli ATP. Eppure, da allora, qualcosa si è spezzato. Sono passati più di due anni e mezzo dall’ultima vittoria – gli Internazionali d’Italia 2023, conquistati battendo Holger Rune con un doppio 7-5. Da quel momento, il silenzio.

Oggi la parabola di Daniil Medvedev sembra quella di un uomo in lotta più con se stesso che con gli avversari. La sua è una lenta, quasi impercettibile involuzione, fatta di esitazioni, frustrazioni e rabbia compressa. Dopo il triennio d’oro 2020-2023, in cui aveva sfiorato la perfezione tattica, il suo tennis si è come incrinato: le geometrie non tagliano più, la difesa non basta, la mente – un tempo la sua arma più affilata – è diventata il suo peggior nemico.
Il 2025 ha regalato qualche lampo: la finale ad Halle, persa contro Bublik, e la semifinale di Shanghai – master 1000 vinto dalla sorpresa Vacherot -, dove si è arreso a Rinderknech. Troppo poco per chi, fino a ieri, rappresentava l’alternativa più credibile al dominio di Djokovic e la diga più solida contro la nuova generazione, quella di Sinner e Alcaraz. Ma forse il punto non è più nemmeno il risultato: è la sensazione di uno smarrimento più profondo, di un logorio che va oltre il tennis.
Medvedev stesso lo ha ammesso, in un’intervista pubblicata su Tennis Open: “Il tennis può farti impazzire. A volte penso di non avere più le energie per restare a questo livello.” È un pensiero quasi esistenziale, che dice molto di un uomo logorato dal perfezionismo, dalla tensione costante, da un mestiere che ti chiede di essere sempre in guerra – con gli altri, ma soprattutto con te stesso.
Sul piano tecnico, il suo gioco è rimasto fedele a se stesso, forse troppo. Quella difesa elastica, quel contrattacco chirurgico che per anni hanno disorientato i migliori, oggi sembrano non bastare più. Il tennis è cambiato, si è fatto più rapido, più fisico, più verticale. Sinner e Alcaraz giocano come se il tempo non esistesse; Medvedev, che del tempo ha sempre fatto la propria arma, oggi ne è vittima. Il fisico, poi, ha iniziato a tradirlo: fastidi cronici, un corpo consumato da stagioni senza respiro. Ma il vero corto circuito è mentale.
Il “fu uomo di ghiaccio” non è mai stato davvero freddo: dietro quella calma apparente, dietro i gesti contenuti e lo sguardo distante, c’è sempre stata una tempesta. E negli ultimi tempi, quella tempesta è esplosa. L’episodio a New York, durante gli US Open 2025, ne è il simbolo definitivo.
Contro Benjamin Bonzi, al primo turno, la partita si trascinava stanca quando un episodio assurdo ne ha cambiato la traiettoria: un fotografo entrato per errore in campo, il servizio dell’avversario disturbato, e la decisione dell’arbitro di far ripetere la prima palla. Da lì, il caos. Medvedev ha perso la testa. “Are you a man? Why are you shaking?”, urlava al giudice di sedia Greg Allensworth, accusandolo di essere “spaventato” e “corrotto”. Poi, rivolgendosi al pubblico: “Lui vuole solo tornare a casa, si fa pagare a match, non a ora.” Sei minuti di sospensione, fischi, tensione. Poi un’improvvisa resurrezione: il russo vince terzo e quarto set, si illude di poter risorgere. Ma al quinto, crolla. Alla fine, distrugge la racchetta a bordo campo, come a voler sigillare la propria frustrazione.
Quel gesto, più di ogni sconfitta, ha raccontato il suo momento. La multa di 42.500 dollari è stata solo il corollario di una crisi emotiva ormai evidente. Boris Becker ha parlato di un “meltdown pubblico”, il segnale di un disagio profondo. Il suo amico d’infanzia Rublev, più sobrio, ha detto: “Se vuole cambiare, ha me e tanti altri pronti ad aiutarlo.” Ma la sensazione è che Medvedev stia combattendo da solo, in un labirinto che ha costruito lui stesso.
Una crisi infinita, con degli strafalcioni sempre più frequenti: rovesci lisciati, proteste assurde, smarrimenti improvvisi. A Toronto, tanto per citare un esempio, ha lasciato il campo dimenticando le racchette. Sono frammenti di un disagio che ormai si manifesta in superficie, come se la mente non riuscisse più a contenere il peso del talento.
“Non capisco più cosa stia succedendo”, ha detto recentemente. “Non so se sto giocando male o se gli altri sono semplicemente troppo forti.” È la confessione più onesta e disarmante di un giocatore che ha perso il contatto con le proprie certezze.
Eppure, liquidarlo come un (quasi) ex tennista sarebbe ingiusto. Ma il tempo, nel tennis, non perdona. Il circuito corre, i giovani avanzano, e il margine per ritrovarsi si assottiglia. Alla soglia dei 30 anni, Daniil Medvedev è un campione ferito, intrappolato nel suo stesso cervello, in bilico tra la lucidità del genio e la confusione dell’uomo. Forse, per rinascere, dovrà prima imparare l’arte della saggezza e coltivare la virtù della calma.

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