22 Luglio 2025
Negli ultimi anni, il tennis ha conosciuto una crescita straordinaria in termini di popolarità, fruibilità e prestigio. Soprattutto in Italia, dove nel 2024 i tesserati hanno superato il milione. Una passione, quella per la racchetta, alimentata dal lavoro capillare della Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP), che è riuscita a espandere la propria presenza su tutto il territorio nazionale e a valorizzare il talento come mai prima d’ora nella sua storia.
Cresce, quindi, costantemente il numero di bambini che si avvicinano alle scuole di tennis, sognando di emulare le imprese di colui che, più di chiunque altro, sta guidando il rinascimento tennistico italiano. Stiamo parlando, ovviamente, di Jannik Sinner.
Se da un lato l’interesse per questo sport continua a salire (ed è una splendida notizia), dall’altro è bene ricordare che il tennis resta una disciplina in cui emergere e far quadrare i conti è tutt’altro che semplice.
Fuori dalla top 100, il tennis diventa spesso una corsa a ostacoli. Le spese si moltiplicano, i guadagni non tengono il passo e la pressione psicologica cresce in silenzio. È la realtà di tanti tennisti giovani o “di provincia”, che vivono all’ombra dei grandi nomi e cercano di costruirsi una carriera lottando contro l’anonimato e, soprattutto, contro i numeri.
Lo racconta con grande lucidità Francesco Passaro, ex numero 89 del mondo, che oggi gravita intorno alla posizione numero 130. “Ci sono stati momenti in cui ho pensato di smettere. Quando non vinci, i costi diventano insostenibili e le motivazioni calano. Qualificarsi a uno Slam ti cambia la vita”, ha ammesso in una recente intervista per la Gazzetta dello Sport. Viaggi, staff tecnico, fisioterapisti, mental coach: mantenere una stagione da professionista costa oltre 100mila euro l’anno. E i tornei, se non sono quelli giusti o se non arrivano i risultati, non sempre ripagano lo sforzo.

Lo stesso vale per il giapponese Taro Daniel, che si aggira attorno alla 150esima posizione mondiale dopo essersi issato fino alla posizione numero 58. In un’intervista al Financial Times, ha raccontato che in sei mesi ha guadagnato circa 180 mila dollari in premi. Una cifra che a prima vista sembra rassicurante, ma che in realtà si sgonfia in fretta: tra tasse, voli, hotel e stipendi del team, a fine mese resta poco o nulla. “La gente pensa che basti entrare nei primi 150 per essere a posto, ma non è così”, ha spiegato. “È come gestire una piccola azienda che molto spesso non fa utili. Solamente di spese operative un giocatore normale spende circa 20mila dollari al mese, tra cibo, hotel e spostamenti”.
Daniel sottolinea anche un’altra disparità spesso trascurata: “I giocatori più forti ricevono un supporto extra che permette loro di riprendersi da una partita e prepararsi meglio a quella successiva. Se sei di livello inferiore, improvvisi.” Una differenza che incide sulle performance, ma soprattutto sulla continuità e sulla salute mentale.
E propone una soluzione concreta: “I quattro tornei dello Slam attirano un giro di denaro mostruoso, incassando una cifra compresa tra i 350 e i 500 milioni di dollari all’anno. Penso che la soluzione più giusta sia quella di dividere una parte di quella torta, dando 100 mila dollari a testa a tutti i primi 300 o 400 tennisti del ranking mondiale. Questo compenso verrebbe fornito dalle varie associazioni, dagli Slam, da WTA e da ATP. Si tratterebbe di circa 8 milioni da ognuna delle organizzazioni: mi sembra un’operazione di buon senso e assolutamente praticabile.”

Anche nel tennis femminile la situazione è molto simile, se non peggiore. Le grandi campionesse – da Iga Świątek a Gauff, passando per la nostra Jasmine Paolini – guadagnano milioni tra premi e sponsorizzazioni. Ma più ci si allontana dalla top 100, più la forbice si apre in modo drammatico.
Molte tenniste devono affidarsi quasi esclusivamente al circuito ITF, che offre montepremi bassi e un calendario estenuante. I costi restano elevati, ma i premi di questi tornei difficilmente superano i 10-15 mila dollari. Per molte giocatrici, rientrare dalle spese è quasi impossibile. Non è raro che alcune siano costrette a vivere con meno di 1.000 dollari al mese.
Eppure, il tennis è lo sport professionistico che, in teoria, ha ridotto di più il gap di genere nei premi. Ma questa parità riguarda soltanto i grandi eventi: la base del sistema continua a essere fragile e poco tutelata. Una tennista oltre la 250esima posizione deve arrangiarsi: con sponsor locali, aiuti familiari o lavori part-time. E anche in questo caso, un infortunio o una stagione storta possono significare la fine della carriera.
Proprio per cambiare questo sistema, nel 2020 Novak Djokovic ha fondato, insieme a Vasek Pospisil, la PTPA (Professional Tennis Players Association), un’associazione indipendente nata per dare maggiore voce ai tennisti. Nel 2025 la PTPA ha presentato una denuncia ufficiale contro ATP, WTA, ITF e ITIA, accusando le organizzazioni di agire come un cartello che limita i diritti dei giocatori e trattiene la maggior parte dei ricavi generati dai tornei.
Secondo il documento, i tennisti riceverebbero soltanto il 15–17% dei ricavi complessivi prodotti dai tornei, una percentuale giudicata inaccettabile. La denuncia sottolinea anche altri problemi: i calendari troppo fitti, le condizioni di gioco non sempre adeguate e controlli anti-doping invadenti.
Djokovic ha preso le distanze da alcuni toni del documento – e infatti non figura tra i firmatari – definendoli troppo duri, ma ha confermato il sostegno alle battaglie di fondo: più trasparenza, premi distribuiti meglio, maggior coinvolgimento dei giocatori nelle decisioni che riguardano il loro lavoro. La sua posizione è chiara: non si tratta di dividere il tennis, ma di renderlo più equo e sostenibile per tutti.
Nel frattempo, l’ATP ha introdotto il programma “Baseline”, che garantisce un introito minimo annuo per i tennisti classificati fino alla 250esima posizione. È un primo passo importante, ma molti lo considerano ancora insufficiente. Servirebbe un sostegno strutturale almeno fino alla 400esima posizione del ranking, per permettere anche a chi sta ancora crescendo di poter vivere dignitosamente facendo il proprio mestiere.
La Federazione Italiana sta investendo molto nei vivai e nei centri tecnici, e l’entusiasmo intorno a Sinner ha dato un’ulteriore spinta. Ma se il sistema non si occupa anche dei tanti talenti che restano fuori dai radar, si rischia di perdere intere generazioni di atleti e atlete che, semplicemente, non ce la fanno a reggere il peso economico della loro passione.
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