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Il razzismo uccide il calcio

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Calcio, Campionati esteri, Serie A

Il razzismo uccide il calcio

Negli ultimi anni, la Lega Serie A non ha mai perso occasione per ribadire che “la pirateria uccide il calcio”. Una frase fatta, usata come slogan falsato per non raccontare la verità agli spettatori. Sono molti gli eventi che realmente nuocciono a questo sport, come ad altri: dalle simulazioni, agli errori arbitrali fino alla mafia infiltrata tra i tifosi. Il primato però, lo detiene la piaga più vecchia di tutte: il razzismo.

Discipline diverse, storie uguali

Lo sport nasce come un luogo di incontro e di uguaglianza, creato appositamente per unire, attraverso una passione, persone apparentemente diverse.

O almeno, lo scopo dovrebbe essere questo, ma purtroppo molte volte ci è stato dimostrato il contrario.

La storia ha insegnato quante volte chi faceva parte delle “minoranze” doveva alzare la voce per farsi sentire, e questa regola ha valore anche nel mondo sportivo.

Tommie Smith e John Carlos lo hanno fatto nel 1968 a Città del Messico.

Trionfarono nei 200 metri alle Olimpiadi, con la vittoria di una media d’oro per Tommie e una di bronzo per John.

Durante la premiazione salirono sul podio con la testa bassa, scalzi e con un pugno chiuso guantato di nero rivolto verso l’alto.

Un gesto che chiedeva di fermare il razzismo nel loro paese (gli Stati Uniti), una protesta contro le discriminazioni e la violenza nei confronti del loro popolo, quello afroamericano.

Il “Black power Salute” è il più famoso, ma non l’unico grido degli atleti contro la discriminazione.

Super Mario ha già risposto

Se pensate che gli episodi di razzismo siano qualcosa di estero, vi sbagliate alla grande. Nel nostro paese è un fenomeno altrettanto radicalizzato, sia dentro che fuori dal campo, e riflette perfettamente la società del mondo moderno.

Mario Balotelli lo sa bene.

Nella sua carriera episodi di razzismo e odio sui social sono stati molto presenti, anche a livello internazionale

Evento emblematico della sua carriera rimarrà sicuramente Hellas Verona-Brescia 2019, dove esasperato dagli ululati del tifo avversario, prende il pallone e lo scaglia contro la tribuna.

Nonostante le dichiarazioni della società veronese e dell’allenatore dell’epoca Ivan Juric, i social confermano la veridicità del racconto del bresciano.

Eppure, anche davanti all’evidenza, si è preferito parlare di esagerazione, piuttosto che affrontare il problema alla radice. È questa l’abitudine peggiore: normalizzare l’odio e colpevolizzare chi lo subisce.

Cosa ci racconta la Serie A oggi?

Nel nostro campionato ci sono due pesi due misure: o sei privilegiato e protetto dai poteri alti o sei la vittima della storia.

Se ti chiami Francesco Acerbi, probabilmente fai parte della prima categoria.

Tutti ricorderanno la partita Inter-Napoli 2024.

Non perché le due squadre si contendevano lo scudetto, quanto per un episodio a dir poco controverso.

Il difensore nerazzurro Acerbi viene accusato da Juan Jesus di aver pronunciato una frase discriminatoria nei suoi confronti. 

Il brasiliano non perde tempo per comunicarlo al direttore di gara, l’arbitro La Penna (si, lo stesso di Inter-Juve di sabato scorso).

Francesco prima si scusa, poi nega di aver pronunciato quelle parole.

Risultato? Assoluzione da parte del Giudice sportivo per “mancanza di prove”. 

Durante l’incontro con la società, il nerazzurro ha dichiarato che l’avversario ha capito male, che c’è sia stata un’incomprensione del momento.

Juan Jesus con queste parole, viene praticamente dipinto come un ipocrita, come un paranoico.

Ma la vera ipocrisia ce la racconta come sempre la Lega Serie A.

Facile fare campagne sul razzismo per monetizzare o slogan sulle maglie dei giocatori con scritto “Keep Racism Out”.

Difficile invece prendere provvedimenti quando si presentano questi episodi. 

E non perché c’è la Marotta League o perché gioca nell’Inter, ma perché Francesco Acerbi sapeva che sarebbe stato protetto da chi avrebbe dovuto condannarlo.

Inter-Napoli 2024, Acerbi viene accusato di frasi razziste da Juan Jesus.

Notti di Champions League

Ennesimo episodio ieri sera durante i playoff di Champions.

Ennesima dimostrazione di quanto stiamo tornando indietro.

Vinicius Jr, attaccante del Real Madrid, non è sicuramente noto per la sua simpatia.

È spesso protagonista di episodi antisportivi, litigi con avversari, tifosi o addirittura con il proprio club.

Da ieri sera peró, si parla solo di lui. 

Non solo per il suo balletto provocatorio post goal sotto la curva del Benfica, ma anche per un presunto epiteto razzista da parte di uno dei componenti della rosa portoghese.

Il brasiliano, già colpito da odio razziale da parte delle tifoserie negli anni scorsi, è diventato uno dei simboli più importanti della lotta al razzismo nel calcio moderno.

Ieri sera peró, il protagonista dell’insulto non sarebbe un tifoso, bensì un giocatore avversario.

Gianluca Prestianni, numero 25 della squadra dello Special One, lo avrebbe chiamato più volte “Mono”, ossia scimmia. 

L’argentino e la sua squadra smentiscono il fatto, Mbappe e compagni lo condannano.

La verità assoluta non si saprá mai (causa bocca coperta dalla maglia) ma il dubbio sorge per diversi motivi: ha veramente detto questo?

Possibile che un giocatore conosciuto come Vini e che da anni combatte contro il razzismo, abbia dato vita un teatrino inutile mentendo su quanto accaduto? 

Il punto non è stabilire chi abbia ragione in ogni singolo episodio (come in questo), ma che, ancora oggi, il dubbio stesso è diventato normalità.

Si parla di fraintendimenti, malintesi che dopo un po’, spesso la gente dimentica.

Forse la vera medicina potrebbe essere condannare queste cose con delle azioni, e non solo con le parole. 

Perché finché il razzismo continuerà a trovare quel poco spazio, non sarà mai la pirateria che uccide il calcio, ma noi col nostro silenzio.

Autore

  • 19 anni, studentessa di Scienze della comunicazione e aspirante giornalista sportiva. Nella redazione di Fuori Dal Gioco mi occupo esclusivamente di scrivere contenuti calcistici, italiani ed europei. Mi piace parlare di dinamiche e argomenti in maniera schietta, mettendo in evidenza punti negativi e positivi di ogni storia o giocatore che racconto.

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