30 Aprile 2026
Il numero di trasferte vietate in questa stagione ha assunto una portata senza precedenti e imparagonabile con la situazione di altri campionati europei. Un fenomeno incostituzionale di cui già vi avevamo parlato a inizio stagione…
Quando accendo quelle maledette pay-tv per guardare una partita (o highlights) di Serie A, il mio sguardo prima o poi si posa sempre su quello spicchio di stadio. Non posso fare a meno di pensare alle tante storie racchiuse lì dentro. Storie che sanno di chilometri percorsi, di treni, auto, pullman, di corse contro il tempo. Di code (ormai online) per acquistare un biglietto, sacrifici, alloggi di fortuna, di rapporti coltivati condividendo una passione, di amici che si ritrovano a centinaia di chilometri di distanza. Sto parlando del settore ospiti.
Uno spicchio a volte oggetto inquadrature anche piuttosto invasive. Un elemento che le piattaforme sfruttano spesso, a livello visivo e acustico, per accompagnare la narrazione dell’evento sportivo. Quando ascolto una partita in radio, spesso apprezzo i frequenti riferimenti del cronista a ciò che succede in quella porzione di stadio. Purtroppo però, quando si chiude il sipario, delle persone su quel palcoscenico non interessa più a nessuno sui media mainstream. O meglio, solo ai telegiornali. Per puntare il dito, demonizzare, generalizzare e spingere verso chiusure e repressione.

Durante la stagione 2025-2026, oltre 60 partite (comprese quelle ancora da svolgersi) su 380 di Serie A (più del 15% del totale) sono state soggette a chiusure del settore ospiti o a divieto di acquisto dei tagliandi ai residenti della città/provincia “ospite”. Non è un dato ufficiale, poiché queste decisioni possono essere prese in alternativa dal prefetto di turno o dal ministero dell’Interno su indicazioni del Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive (Casms) e in seguito alle determinazioni dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive (Onms), entrambi organi ministeriali. È solo il frutto di una rilevazione il più possibile accurata.
A causa della difficoltà di mettere insieme questi dati, non ho effettuato la rilevazione anche per le serie minori (dove si registrano casi grotteschi come quello di Sambenedettese-Ascoli) e per i campionati esteri. Tuttavia, penso che il numero sopra riportato sia sufficiente per accorgersi che il fenomeno dei divieti, quest’anno, ha assunto una portata senza precedenti e imparagonabile con qualsiasi campionato maggiore europeo.
Sei episodi in particolare hanno portato a una repressione sempre più dura con il trascorrere della stagione. Ma soprattutto, con l’innalzarsi del livello di attenzione mediatica verso le tifoserie protagoniste. Un fattore che ha anche spostato il centro decisionale dalle prefetture al ministero dell’Interno, nella persona del ministro Matteo Piantedosi.
A inizio stagione, lo scontro tra atalantini e comaschi ha avuto come conseguenza uno stop di tre trasferte per entrambe le compagini. Stesso esito, in autunno, per gli incidenti di Cremona tra i tifosi del Parma e i supporters locali. Nello stesso periodo, hanno destato clamore i fatti di Pisa tra i toscani e i veronesi, una rivalità che mescola il fattore territoriale a quello politico. Trasferte vietate per tre mesi a entrambi, per la prima volta in stagione con l’intervento diretto del Viminale. Divieto revocato in anticipo l’11 dicembre 2025, grazie a un lavoro di mediazione con le due società e la Lega Serie A.
A metà dicembre, i tafferugli di Genova tra genoani e interisti hanno portato a uno stop per quattro turni lontano da Marassi per i primi. Il Viminale è tornato ad agire in prima persona per punire i nerazzurri dopo il lancio di petardi ai danni di Audero, portiere della Cremonese, con un alt di tre partite fuori da San Siro. Infine, la stangata definitiva. A fine gennaio, i sostenitori prima di Roma e Fiorentina, poi di Lazio e Napoli, hanno dovuto fare i conti con il divieto di andare in trasferta fino alla fine della stagione. In tutti questi casi, lo dico per correttezza, non ho fatto distinzione tra i provvedimenti che hanno decretato la chiusura del settore e quelli che hanno impedito la vendita dei biglietti per i residenti della città/provincia ospite.
Oltre a ciò, tanti singoli episodi. Il più eclatante a inizio stagione, con il divieto per i napoletani non residenti in Campania di presenziare a San Siro contro il Milan. Una decisione immotivata e priva di precedenti negli ultimi anni. Altre partite hanno visto una presenza limitata di settori ospiti a causa dell’indisponibilità di gruppi organizzati come quelli di Cagliari, Lecce e Pisa a sottoscrivere il programma di fidelizzazione (surrogato dell’odiata “tessera del tifoso”). Inoltre, i lavori in corso al “via del Mare” del capoluogo salentino hanno ridotto o impedito la presenza dei tifosi in trasferta per motivi di sicurezza. Per non parlare delle “diserzioni” casalinghe (forzate o volontarie) da parte delle tifoserie di Milan, Lazio e Torino.

La rilevanza del tema deriva anche e soprattutto dall’incostituzionalità di questi divieti.
In primis, l’art. 16 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che ogni cittadino può circolare liberamente su tutto il territorio nazionale. Eventuali limitazioni devono essere stabilite dalla legge in via generale e per motivi di sanità o sicurezza. Il criterio di “discrimine territoriale”, insito nelle restrizioni collettive basate sul luogo di residenza, viene percepito come irragionevole. Colpisce infatti tutti i cittadini di una zona a prescindere dall’effettiva pericolosità individuale o dal comportamento tenuto.
Un altro punto cardine è la violazione del principio di uguaglianza (art. 3). Il divieto colpisce solo una parte della popolazione (i residenti in una determinata area), impedendo loro di godere di uno spettacolo aperto al pubblico. Si contesta l’irragionevolezza di colpire “a tappeto” un’intera comunità di tifosi per fatti attribuibili a una minoranza, contravvenendo al principio della responsabilità personale (art. 27), secondo cui la responsabilità penale e amministrativa dovrebbe essere soggettiva aziché collettiva.
Infine, molti esperti sollevano obiezioni sulla base del principio di riserva di legge, stabilito dall’art. 13. Limitazioni così incisive alle libertà fondamentali dovrebbero essere infatti previste da una legge dello Stato (emanata dal Parlamento), non da atti amministrativi secondari (come un’ordinanza di un Prefetto o una “determinazione” dell’Osservatorio/CASMS). L’ampia discrezionalità lasciata alle autorità di Pubblica Sicurezza nel limitare la libertà di movimento non sembra sufficientemente tipizzata dalla legge, creando una “zona d’ombra” in cui l’autorità amministrativa finisce per limitare diritti costituzionali senza un mandato parlamentare chiaro e dettagliato. Una lacuna che trova eco persino in una raccomandazione del Consiglio d’Europa
La giurisprudenza amministrativa (i TAR e il Consiglio di Stato) ha generalmente confermato la legittimità di tali provvedimenti. Le motivazioni si fondano sulla prevalenza della sicurezza e sulla natura precazionale. Il diritto alla sicurezza e all’incolumità pubblica è infatti considerato, in questo contesto, un “bene primario” che può giustificare limitazioni temporanee e mirate ad altre libertà. Inoltre, i giudici amministrativi definiscono i divieti di trasferta come misure di “ordine pubblico preventivo”. Non puniscono (non comportano cioè responsabilità penale), ma prevengono il rischio di scontri che potrebbero compromettere l’ordine pubblico, compito che rientra nelle attribuzioni del Prefetto.
Francesco Trione, autore del libro Ultras, sostiene che In Italia il tifo organizzato abbia assunto nel tempo una dimensione conflittuale, segnata da una lunga stagione di contrapposizione con le istituzioni. Il movimento ultras italiano nasce infatti in un contesto di forte politicizzazione e di conflitto sociale, durante gli anni di piombo. Questo ha contribuito a costruire un’identità antagonista, che nel tempo si è scontrata con processi di repressione e controllo sempre più stringenti. Raramente in Italia il calcio è stato riconosciuto come spazio legittimo di partecipazione civile.
Al contrario in Germania, il calcio è stato più spesso pensato come parte integrante della vita sociale e le curve come interlocutori con cui confrontarsi. Questo non significa assenza di conflitti, ma una diversa gestione delle tensioni e un diverso riconoscimento del ruolo culturale dei tifosi. Non solo, perché le tifoserie tedesche hanno dato prova di una compattezza sconosciuta a quelle italiane. Lo scorso 2 dicembre, a Lipsia, almeno 10mila persone hanno partecipato a una imponente manifestazione contro divieti generalizzati e biglietti nominali (misure già da anni in vigore nel nostro Paese) sotto un unico slogan:“Il calcio è sicuro – Stop al populismo, sì alla tifoseria”.
Quando vedremo una simile mobilitazione anche in Italia?

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